Uomini e Cyborg
-Il filo della vita-
di Michela e Renato
Prologo
“Ma… dove
sono? Che sta succedendo?”
Il piccolo
Ivan ricordava perfettamente di essersi addormentato tra le braccia di
Françoise, nel calore della sua stanza, ma adesso… adesso si trovava in una
culla completamente diversa: era molto più grande, riccamente decorata con
intarsi d’oro e d’argento, al centro di una camera che non poteva certo
definirsi a misura di bambino. Ivan si alzò lentamente, perlustrando il luogo
sconosciuto: era un ambiente diverso dal solito, emanava un’aura di
magnificenza, quasi fosse stata la dimora di un re… le pareti erano ricoperte
di geroglifici molto strani, probabilmente una lingua antica, ma non ricordava
di aver mai visto simboli simili in tutti i suoi studi…
“Sto
sicuramente sognando…”
“Non è del
tutto vero, piccolo…”
Ivan si
girò al suono di quella voce… davanti a lui una donna bellissima, vestita
completamente di bianco, a piedi nudi, con i lunghi capelli che le ricadevano
fluenti sulle spalle, si stava avvicinando. Il bambino si allontanò
istintivamente, assumendo una posizione difensiva: mai fidarsi di un’estranea…
La ragazza
alzò le braccia, tendendole verso di lui, parlando dolcemente: “Non
preoccuparti, Ivan… non ti farò del male”
Conosceva
il suo nome? Com’era possibile? Che quella fanciulla avesse le sue stesse
capacità?
La giovane
ripeté: “Non ti farò del male… fidati di me…”
001 osservò
il volto della donna, cercando di penetrare nella sua mente… che strano… era la
prima volta che non riusciva a leggere i pensieri di qualcuno; lei aveva ancora
le braccia tese, segno evidente di un invito rivolto a lui stesso…sul palmo
della mano destra portava un tatuaggio raffigurante un cerchio alato. Ivan
cercò velocemente nella sua memoria qualche traccia di un segno simile, ma non
vi trovò nulla… Tuttavia, la ragazza aveva un’espressione talmente serena e
trasparente che ritenne di potersi fidare di lei.
Le si
accostò con cautela e si lasciò prendere in braccio… improvvisamente tutte le
sue paure svanirono al contatto con quella fanciulla… per la prima volta in
vita sua, provava un senso di pace e di tranquillità che finora non aveva mai
sperimentato, neanche quando la sua adorata Françoise si prendeva cura di lui…
Lei iniziò
a cullarlo, ripetendo una ninna nanna che lui non arrivava a comprendere, ma
che aveva un suono dolcissimo…
001 si
abbandonò in quell’abbraccio… dopo molto tempo sentì la mancanza di sua madre
farsi strada nel suo cuore… un dolore lacerante, soffocato per tanti anni, che
emergeva di nuovo nel più profondo della sua anima… una lacrima percorse il suo
visetto innocente… la donna l’asciugò con le dita, interrompendo per un momento
la sua nenia…
“Piangi
pure piccolo mio… sfoga la tua sofferenza… presto tutto passerà…”
Poi,
riprese a cantare la sua melodia…
Ivan la
lasciò terminare, dopodiché parlò con voce rotta dall’emozione…
“Chi… chi
sei tu?”
“Il mio
nome è Enoha, sono la principessa del regno di Myoltecopang… e sono qui per
chiedere il tuo aiuto…”
“Non mi
conosci neanche…” nell’attimo stesso in cui pronunciò quelle parole, si rese
conto della loro fallacità…
“Oh sì,
invece…Il tuo nome è Ivan Whiskey, sei nato a Mosca e sei stato trasformato in
cyborg da tuo padre, il dottor Gamo, alla tenera età di sei mesi. Nonostante le
tue sembianze siano quelle di un neonato, non sei tale ed hai capacità mentali
enormi… è proprio per questo che il mio popolo ha bisogno di te…”
Ivan
cercava continuamente qualche traccia di inganno o di menzogna nelle sue
parole, ma Enoha era un libro aperto… poteva veramente fidarsi di lei…
“Che cosa
dovrei fare per te?”
La donna
aprì la mano destra davanti a sé… immediatamente le pareti della stanza
scomparirono e 001 si trovò di fronte a quella che doveva essere una città
antica, piena di case, giganteschi monumenti, piramidi e giardini immensi…
tutt’intorno, vi erano migliaia di persone che animavano le vie ed i palazzi…
“Questa è
la mia gente Ivan… come puoi vedere tu stesso è pacifica e venera e serve la
grande potenza della Luce, che ci dà forza e ci fa sopravvivere… purtroppo
tutto questo sta per soccombere…” disse, sospirando…
“Per quale
motivo?”
“Non lo
sappiamo con certezza, ma sul nostro paese incombe una presenza malvagia,
oscura… che finirà per distruggerci…”
Enoha era
affranta… Ivan non poteva fare altro che partecipare alla sua disperazione in
silenzio, aspettando che lei esprimesse sino in fondo il suo pensiero…
Lei prese
coraggio e continuò: “Sulla nostra civiltà esiste una profezia che si tramanda
per secoli e che recita più o meno così: quando caleranno le tenebre tra di
noi, quando tutto sembrerà perduto, la forza di una donna dimenticata, nobile e
pura di cuore ci salverà…Ivan, ti prego, solo tu puoi aiutarci a convincere
questa donna a venire in nostro soccorso…”
“Ma… ma
come posso fare… io non so di chi stai parlando…”
Enoha gli
sorrise: “Tu la conosci molto bene: è la ragazza che ti sta sempre vicino e si
occupa di te…”
001 si
allontanò da lei, rimanendo ad osservarla sorpreso: “Françoise?? Stai parlando
di Françoise Arnoul? Io non… non so se posso…” aveva paura… paura di mettere a
rischio la vita di una delle persone che amava di più a questo mondo…
“Comprendo
perfettamente la tua ansia… tu le vuoi molto bene, è come una madre per te,
quella madre che non hai mai veramente conosciuto ed hai il terrore che possa
accaderle qualcosa di grave, non è vero?”
Il bambino
annuì con il capo…se fosse successo qualcosa a 003 non se lo sarebbe mai
perdonato…
“Io sono
una principessa, Ivan… ti do la mia parola che veglierò su di lei dall’inizio
alla fine, così come ho vigilato a lungo su di te, senza che tu te ne
accorgessi…”
001 era
titubante, tutto ciò significava mettere a rischio le vite di chi gli stava
intorno, ma… Enoha non era malvagia, aveva davvero bisogno di aiuto e,
pensandoci bene, Françoise stessa non lo avrebbe mai perdonato se adesso lui si
rifiutava di darle una mano…
“Va bene…”
disse infine “puoi contare su di me…”
Sul bel
volto della fanciulla si dipinse un sorriso di immensa gratitudine…
“Grazie,
Ivan, grazie dal profondo del mio cuore…”
Il piccolo
sorrise di rimando… “Che cosa devo fare?”
“Parlerò io
con la ragazza… press’a poco come ho fatto con te ora… rimarrà molto turbata,
ma alla fine comprenderà l’importanza del suo ruolo nelle nostre vite… in fondo
lei faceva parte del nostro popolo nella sua vita precedente… tu avrai il
compito di condurla di nuovo a noi…”
“Che cosa
accadrà dopo?”
“Per adesso
è tutto ciò che posso dirti…”
“Tuttavia
non sei molto precisa…”
“Lo so… e
ti chiedo perdono… per ora non devi sapere altro neanche tu… quando ti
sveglierai, ti troverai di nuovo nella tua stanza… ti alzerai e ti recherai dai
tuoi amici, che si troveranno fuori casa, davanti ad un grosso albero che si
affaccia sul mare…”
Ivan
rammentò: “Il platano alla porta d’ingresso…”
“Esatto…
farò in modo che Françoise cada in trance davanti all’immagine di un cerchio
alato inciso nel tronco della pianta… esso rappresenta il simbolo del nostro
popolo… ella compirà dei gesti e dirà frasi che non avete mai sentito prima
d’ora, ma che fanno parte dei suoi ricordi più atavici… tu devi fare in modo
che gli altri non interrompano il suo rituale…”
“D’accordo…”
“Ti
ringrazio…”
“Come farò
a sapere cosa fare dopo?”
“Ti
contatterò io, ma dovrai aspettare perché passerà molto tempo…non mostrarti mai
inquieto e abbi fiducia in me, Ivan… andrà tutto bene…” detto questo, scomparve
dalla sua vista, come se non fosse mai realmente stata in quel luogo…
001 si
svegliò di soprassalto, al suono della voce di Chang che esclamava: “Allarme,
ragazzi! Geronimo è sparito!”
Ivan si
alzò immediatamente… stentò a riprendersi subito, forse l’esperienza che aveva
vissuto non era reale… forse era stato solo il frutto della sua immaginazione…
ma lui non era mai stato vittima di una fantasia…
Decise di
agire e con una breve ricognizione mentale si accorse che 005 stava intagliando
il simbolo che aveva visto sulla mano di Enoha nel platano davanti casa…
Adesso
sapeva cosa doveva fare…
Capitolo 1
Una
slanciata figura femminile era in piedi in cima alla duna, tremula come una
bandiera nel vento. Indossava un’uniforme rossa con quattro vistosi bottoni
dorati disposti su due file ed alti stivali neri dalla caviglia stretta. I suoi
capelli biondi, lunghi e leggermente ondulati, risplendevano come oro sotto la
luce solare. Il suo lungo foulard giallo annodato a mantello galleggiava nella
brezza stranamente fresca, stagliandosi contro il cielo di un azzurro
incredibilmente uniforme. Uno spesso cinturone nero le cingeva la vita sottile
facendola sembrare ancora più snella. La fondina sul fianco reggeva una pistola
ad alta tecnologia pronta all’uso. Gli occhi grandi ed azzurri della ragazza
abbracciarono la scena con espressione incuriosita, esprimendo mille mute
domande. Era perplessa, perchè sapeva che la sua presenza in un luogo del
genere era impossibile. Ricordava perfettamente di essersi sdraiata accanto a
Joe, sotto le coperte, e di essersi dolcemente addormentata nel suo abbraccio.
Aveva ancora nelle membra quella piacevole sensazione di abbandono. Avrebbe
potuto segnare con il dito il punto in cui lui l’aveva baciata sulla guancia.
Sapeva di essersi addormentata scalza ed in camicia da notte nella villa del
professor Gilmoure, sul promontorio, quindi non poteva trovarsi sola, nel
deserto, in uniforme, senza avere idea di come ci fosse arrivata. Se si
trattava di un sogno, era però un sogno piuttosto anomalo. Era sorpresa del
fatto che in un sogno si potesse avere memoria della veglia, e che si potesse
conservare una tanto nitida persistenza delle sensazioni fisiche provate mentre
si entrava nel sonno. Pensò che potesse essere stato Ivan a teletrasportarla
inavvertitamente, ma questo non spiegava il cambio d’abito. Avrebbe dovuto
indossare la camicia da notte. Strano anche il
palpabile senso di aspettativa che la pervadeva. Non sapeva spiegarselo,
ma era certa di trovarsi lì per una ragione importante, e decise di scoprire
quale. Dato che la riflessione accresceva solo il numero delle domande senza
risposta, scelse di agire. Françoise Arnaul, questo era il suo nome, mostrò la
risoluzione che le aveva permesso di farsi a suo tempo strada nell’ambiente del
balletto classico. Aveva danzato all’Operà di Parigi, prima del suo sequestro
ad opera del Fantasma Nero e la sua trasformazione in cyborg da ricognizione.
Aveva dovuto abbandonare il palcoscenico dell’Operà, ed ora ne aveva avuto in
cambio uno davvero singolare, ma non meno affascinante. Davanti ai suoi piedi,
la distesa increspata di sabbia color ocra descriveva un dolce arco discendente
fino alla colossale muraglia circolare di basalto nero, che, parzialmente diroccata,
cingeva le rovine di una città dagli edifici ciclopici e dall’architettura
incredibilmente sofisticata, seppure erosa e scheggiata dai millenni. Françoise
si rese conto che le proporzioni di quelle costruzioni consegnate alla polvere
ed al silenzio indicavano una cultura anteriore a quella che lei era abituata a
chiamare “storia dell’umanità”. Davano la sensazione di una concezione geniale
e sofisticata dell’architettura e dell’arte, ma in qualche modo aliena alla
nostra estetica. Ciò voleva dire un’antichità incalcolabile Intuì anche di
essere la prima rappresentante dell’umanità a vederla. Se fosse già stata
scoperta da qualcun altro, il mondo intero ne avrebbe avuto notizia.. Il
Professor Gilmoure si sarebbe certo informato al riguardo, perché la cosa
avrebbe potuto comunque interessare il Fantasma Nero. Ma come era possibile che
fosse passata inosservata anche alle ricerche satellitari? Interrogarsi era
inutile. Françoise decise di avvicinarsi, ma fu cauta. Le fotocamere
cibernetiche dei suoi globi oculari esplorarono tutta l’area nel raggio di
cinquanta chilometri, senza scorgere nient’altro che dune. Gli audiosensori a
campo sferico accoppiati ai suoi organi uditivi captarono ed analizzarono tutte
le frequenze di ogni onda sonora prodotta nello stesso raggio. Nessun suono di
origine biologica o tecnologica. Solo il vento e l’incessante mormorio dei
granelli di sabbia intenti a rotolare da secoli. Rivolse così tutta la sua
attenzione alla struttura megalitica e ne ingrandì l’immagine con uno zoom rapido.
Scorse terrazze, contrafforti, camminamenti e resti di giardini pensili. Vide
bassorilievi scolpiti con tecnica straordinaria, e con effetti di profondità
così intensi da dare l’illusione di trovarsi all’interno di rientranze. Quegli
ignoti scultori erano riusciti ad ottenere dalla pietra gli stessi effetti
illusori degli ologrammi. Nessuna
cultura antica nota aveva fatto nulla del genere. Distinse anche glifi
indecifrabili, disposti secondo sequenze bizzarre, ma straordinariamente
raffinati. Apparentemente, non vi erano pericoli visibili. Se ne avesse
incontrati, li avrebbe affrontati.
Così
Françoise Arnaul si incamminò verso il portale ciclopico che pareva attenderla.
Il rumore dei suoi passi turbava il silenzio sepolcrale di quel colosso di
pietra e di grandezza dimenticata forse da eoni, ma il portale sembrava
un’enorme bocca che la chiamava. Françoise lo vide farsi sempre più grande via
via che la fila di impronte che lasciava sulla sabbia si faceva più lunga.
Rimase sorpresa dall’altezza dell’arco di pietra quando lo varcò. I battenti,
come le parti metalliche, si erano dissolti nel tempo. Una volta entrata, il
vento si smorzò, ed il leggero rumore dei suoi passi fu il solo suono udibile,
almeno senza udito potenziato. Il lastricato sconnesso della strada era
ricoperto di sabbia. Gli edifici non avevano alcun infisso. Gli ingressi erano
bui, le costruzioni immense. Françoise continuò a camminare passando gli
edifici ai raggi x, ma non ottenne che interni deserti di planimetrie
labirintiche e corridoi e scale intrecciati secondo le bizzarrie, almeno per
noi, di una cultura che non aveva nulla in comune con quelle conosciute.
Sembrava di osservare intrecci di prospettive che forse neanche un Mauritz
Escher avrebbe potuto immaginare. Mentre guardava in alto, si accorse di non
camminare più su una superficie soffice. Aveva calpestato un lastricato
marmoreo intarsiato secondo motivi geometrici incredibilmente elaborati. Non
aveva mai visto tante diverse sfumature di colore, tanti motivi ornamentali in una
pavimentazione. Alzò lo sguardo di scatto e rimase senza fiato. La gigantesca
piramide a terrazze verso cui si stava dirigendo era muta ed in rovina, ma
adesso era tornata a mostrare sotto il sole tutto il suo scintillante
splendore. Sculture di marmo candido, avorio e metalli preziosi di fattura
indescrivibilmente raffinata ornavano di nuovo l’edificio, che si era fatto
ancora più imponente dopo aver recuperato le parti crollate. Con una rapida
occhiata, Françoise vide rinascere sotto i suoi occhi quella civiltà senza
nome. Era come se il sudario del tempo fosse stato di colpo strappato via da
una mano impaziente. Françoise vide archi, guglie, pinnacoli, giardini pensili,
sculture svilupparsi in tutte le prospettive che poteva immaginare ed in altre
che non avrebbe creduto possibili. Poi abbassò lo sguardo e vide delle persone.
Istintivamente portò la mano alla fondina, ma si bloccò. Di fronte a lei, tre
ragazze la osservavano con espressione gentile. Erano abbigliate con elaborati
calzari al ginocchio, vesti candide e gioielli di un’eleganza che parlava di
antichi imperi dimenticati. La loro pelle color miele aveva riflessi dorati, ed
il loro portamento era improntato ad una cortesia per nulla affettata. Il loro
copricapo, e quello degli uomini che le accompagnavano aveva una foggia
vagamente egizia. Gli uomini avevano fasce intorno ai fianchi strette da
cinture, e pettorali vistosi. Nei gioielli e nelle fibbie era costantemente
ripetuto un motivo decorativo avente la forma di un cerchio munito di ali. Françoise
guardò quei volti gentili, e si vergognò del suo gesto ostile. Rimase
immobile, interdetta, quando la ragazza
più vicina a lei le disse:
“Sei la
benvenuta, Françoise Arnaul”.
Aveva parlato senza muovere le labbra.
Telepatia. Conoscevano il suo nome! Ma come….
“Come lo
sappiamo? Ce lo ha detto il bambino.”
“Ivan?”
Françoise stava usando la voce, ma loro comprendevano tutto ancor prima che lei
potesse esprimerlo a parole, perché leggevano il suo pensiero.
“Sì. E’ una
creatura dolcissima. E’ tuo?”
Françoise
arrossì.
“No… io…io
non ho figli…..”
“Ma sei tu
che lo culli, che lo nutri, che lo tieni in braccio…è questo che fa di te una
madre”
“Non… non
so...”
“Ti vuole
davvero molto bene, sai?”
Françoise
sorrise commossa.
La ragazza
si rivolse di nuovo a lei: “Sei una donna pura di cuore, Françoise Arnaul.
Dimmi, come si chiamano il tuo popolo… la tua terra?”
“Oh, il mio
popolo è francese. Io vengo da Parigi, una grande città che si trova a nord
della mia terra, la Francia”
“Questa
città invece si chiama Myoltecopang, ed io Enoha. Puoi chiamarmi così. Il mio
nome completo non si adatterebbe alle tue corde vocali.”
“Ed il nome
del vostro popolo?”
“Mi
dispiace, Françoise Arnaul, non è questo il momento delle spiegazioni… vieni
con noi, per favore”
Françoise
le seguì fino all’ingresso della piramide. La pesante lastra di basalto
scolpito che lo chiudeva si alzò da terra scomparendo nel muro e si richiuse
quando entrarono nel palazzo. Anch’essa
recava nel suo centro il cerchio alato. La accompagnarono per un interminabile
corridoio illuminato da fiaccole, fra due teorie di sfingi, o almeno presunte
tali, alternate a nicchie adorne di gruppi scultorei. Alcune avevano un
soggetto indefinibile. La condussero fino ad un pesante portale di legno, che
si aprì ritirando nelle pareti i due battenti. Una enorme sala circolare in
pietra, disadorna salvo che per un rosone di cristallo al centro, si presentò
agli occhi di Françoise. Un semicerchio di danzatrici abbigliate succintamente,
scalze e munite di bracciali e cavigliere pareva attenderla. Enoha prese le
mani di Françoise e la guidò al centro del rosone.
“Tu sei una
danzatrice, non è vero?”
“Beh…sì.”
“E’ per
questo che ti trovi qui. Adesso, tu inizierai a danzare… Ti sembrerà di aver
dimenticato tutto questo, ma al momento opportuno…ricorderai. Lasciati
trasportare dalla musica ed imparerai, come io imparai a suo tempo ed altre
prima di me.”
“E’
assurdo….”
“Tu sei
abituata all’assurdo, Françoise Arnaul.”
“Perché
proprio io?”
“Perché tu
sei quella che si troverà nel tempo e nel luogo opportuno. Non aver fretta di
comprendere.”
La ragazza
si allontanò, lasciandola sola al centro del rosone, che prese ad illuminarsi.
Françoise sentì una musica remota farsi strada da una lontananza
incommensurabile. Era una musica ricca e varia oltre ogni descrizione, così
densa di armonia da innalzare lo spirito ad un livello ultraterreno.
Istintivamente, accennò un passo di danza, con tutta la sua leggerezza di
ballerina. Iniziò a librarsi sulle gambe, e le sue braccia parevano colli di cigno
che si inchinavano alla sua grazia. Le danzatrici assecondavano i suoi
movimenti, facendo tintinnare le cavigliere. La musica saliva verso il suo
apice, portando con sé un’emozione tanto intensa da farle sentire le guance
rigate di lacrime mentre lei stessa diveniva armonia pura ed esprimeva tutto
ciò che la danza può esprimere. Un cerchio di luce prese a seguirla nella
penombra della sala, mentre Françoise danzava come un raggio di luna sulle
acque increspate di un lago. Nei suoi movimenti si potevano leggere la dolcezza
dell’amore e la bellezza dei fiori, il cigno che spicca il volo e la neve che
cade, la bellezza di una cascata e la violenza delle passioni, il battito d’ali
di una farfalle e le scintille del maglio sull’acciaio rovente, la gloria delle
civiltà perdute ed il mare in tempesta che esplode contro le scogliere, la
dolcezza del tramonto e la furia accecante della folgore. La musica era al suo
apice quando una colonna di luce ebbe origine dal centro del rosone ed il suo
corpo prese a levitare con un lento avvitamento. Il cilindro di pietra pareva
infinito. Françoise si lasciava trasportare, rapita, fino a quando le pareti
del cilindro scomparvero e vide da lontano la Terra. Distinse
anche la Luna,
Venere e Mercurio, e sullo sfondo l’immenso globo infuocato del sole. E poi
Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone, e tutti i loro satelliti.
Infine, l’orrore si impadronì di lei. Una cometa nera, un ripugnante globo
pulsante, deforme, malato, che pareva di tenebra solidificata si dirigeva verso
di lei. Era il male assoluto. Intuì un potere nefando, un’intelligenza infida e
diabolica capace di trascendere ogni perversione umana, che la terrorizzò.
Chiuse gli occhi ed immagini orripilanti continuarono a torturarla.
“Maledetto”
gridò disperata “La Luce
sa cosa sei davvero. Lei è più antica di te!”
Continuò a
gridare frasi incoerenti, fino a quando udì una voce familiare, ma spaventata.
“Françoise,
tesoro, svegliati! Sono io! Sono Joe!”
Spalancò
gli occhi. Era nel suo letto, la luce era accesa, e vide l’amato volto del suo
uomo.
“Sei tu,
sei davvero tu!”
“Ma certo!
Calmati, è solo un sogno!”
Sentirono
bussare alla porta. Era la voce allarmata di Bretagna.
“Joe, cosa
succede?”
Lui gli
aprì.
“Non ti
preoccupare. Niente di grave! Françoise ha avuto un incubo.”
“Non l’ho
mai sentita gridare così. Ti serve aiuto? Vuoi che chiami il professore?”
Françoise
riprese fiato, si alzò dal letto e, scalza ed in camicia da notte, corse ad
abbracciare Joe.
“Stringimi,
ti prego”
Joe la
sentì tremare da capo a piedi e le rispose con una dolcezza che fece
trasecolare Bretagna.
“Calmati
amore, ci sono io. E’ solo un incubo.”
Françoise
si abbandonò al suo sguardo sorridendo timida, e sentì che quelle visioni
orribili iniziavano già a sbiadirsi.
Capitolo 2
Nota: il personaggio di Morgan Adams è
liberamente ispirato a quello dell’omonima corsara interpretata da Geena Davis
nel film “Corsari”, Produzione: USA, anno 1995, Regia di Renny Harlin.
Piunma
stava nuotando. A profondità impossibili per un normale essere umano, stava
godendo della sua armonia con il mare. Non che il “regalo” del Fantasma Nero,
che lo aveva trasformato in un’arma subacquea “intelligente” ma indocile,
potesse ispirargli gratitudine; ma la natura era così bella! Stava godendo di
quel mondo dove ogni gesto è lento, dove la gravità è più dolce, dove si può
cadere da enormi altezze senza farsi male e dove ogni rumore è ovattato. Ma il
mare, soprattutto l’oceano, era anche una giungla, e di questo lui era
consapevole più di ogni altro. Poteva vivere come una creatura del mare, ma le
sue origini erano sulla terraferma, in
un’altra grande e sconfinata giungla, quella dell’Africa. Sapeva che a volte si
deve combattere sia sotto il mare che sulla terra, lo sapeva per esperienza
diretta e pensava che in parte ciò fosse naturale. Ma gli uomini non si
accontentano di ciò che offre la natura, vogliono dominarla, vogliono sfidarla,
alcuni lealmente, altri no. Fu così che tagliarono alberi per farne orgogliose
navi e dominare i flutti. A volte vincevano loro, a volte il mare; ma questo
confronto non bastava. L’uomo è sempre troppo inquieto. Ai primi eroici
navigatori, che sfidavano l’ignoto, subentrarono i pratici, i disillusi, gli
avidi, e portarono tutti quei conflitti tipici dell’uomo sul mare. Portarono sul
mare la guerra, discutendo sull’appartenenza del mare, come se avesse senso per
gli uomini parlare di appartenenza e dominio su ciò che esisteva da milioni di
anni prima dell’uomo e che avrebbe continuato a farlo per altri milioni dopo la
sua scomparsa: non era ridicolo, discutere di chi fosse? Mentre Piunma era
assorto in questi pensieri, vide una testimonianza di quella follia. Sul fondo
del mare, un galeone giaceva maestoso, festonato di alghe ed incrostato di
conchiglie. I suoi alberi, un tempo adorni di vele, parevano ora le croci del
Golgota. I suoi cannoni erano ancora puntati contro un avversario che ormai non
esisteva più da secoli, congelati nel loro ultimo momento di folle gloria
sanguinaria. Sul ponte, le manovre marce, il timone incrostato e la bussola
arrugginita erano affidate alle cure di un equipaggio di scheletri. I pesci
entravano ed uscivano dai boccaporti, dagli oblò e dalle finestre, ormai
sfondate, del cassero di poppa, indifferenti ai fantasmi della gloria umana e
della crudeltà della guerra. Piunma stava nuotando nel Mare dei Sargassi. Era
il mare dei misteri, dei relitti e delle navi fantasma. Era il mare da cui non
si faceva spesso ritorno, se si entrava a far parte del suo mistero. Era una
sfida che aveva sognato di affrontare. Da bambino, a scuola, ne aveva afferrato
vaghe leggende, desiderando andare a vedere con i suoi occhi. Era strano, una
parte di lui non accettava di trovarsi in quel mare, sentiva che non era
logico. Lui era un Cyborg, membro di una squadra di combattenti speciali,
quindi avrebbe dovuto avere una missione. Perché era lì? Aveva forse
dimenticato quale fosse la missione? Quando e dove aveva lasciato il Dolphin?
Una parte di lui non lo riteneva importante, un’altra non lo accettava. I suoi
dubbi crescevano quando il corso dei suoi pensieri venne violentemente
interrotto. Alle sue orecchie giunse il rumore grave di un oggetto pesante che
sfonda la superficie dell’acqua. Poi vide una sfera di bronzo attraversare
l’acqua come una cometa dalla coda di spuma bianca. Pochi istanti dopo un
identico rumore fu accompagnato da una seconda traccia di spuma: un’altra palla
di cannone discese verso le profondità del mare, sfogando il suo inutile impeto
contro ciò che non poteva infrangere. Palle di cannone! Quelle che si usavano
anticamente! Era un sogno, ovvio. Un’allucinazione. Si sarebbe svegliato, non
c’era dubbio. E allora, perché non andare a vedere? Perché non guardarsi in
sogno una battaglia fra antichi velieri, dato che nessuno si sarebbe fatto
realmente del male? Per svegliarsi c’era tempo. Nuotò nella direzione di quei
colpi, riparandosi dietro le crete rocciose e gli spuntoni dei fondali,
mantenendo la direzione opposta a quella dei pesci che fuggivano, disturbati
dalla sanguinosa vanità umana della guerra. In lontananza vide due chiglie
appaiate, e decise di emergere vicino ad esse. Il rumore della battaglia era
sempre più forte, ma ovattato dal mare. Piunma si avvicinò alla poppa del
veliero più vicino, ed emerse. Vide il sole e le onde, udì il fragore delle
armi, il tuono di moschetti e pistole, le grida di dolore, di incitamento, di
rabbia, di follia. Una cima pendeva dal cassero di poppa, dimenticata durante
il combattimento, e Piunma vi si arrampicò con l’agilità di un africano. Scalò
il cassero variopinto ed intarsiato e salì sulla tolda. Un lacero bucaniere
urlante gli puntò contro una pistola e tirò il grilletto. La palla lo ferì di
striscio al viso facendolo sanguinare. Non ebbe tempo di pensare. Estrasse il
laser e fece fuoco. Il raggio blu elettrico attraversò il corpo di
quell’energumeno senza legge facendolo stramazzare. Aveva scelto da che parte
stare. Quelli con le casacche blu ora erano i suoi. Poi vide lei. Una donna
dalla splendida chioma corvina, con alti stivali a tromba, una fascia rossa
come il sangue ed irta di armi intorno
alla vita snella, ed una scollata e lacera camicia bianca. Combatteva come una
dea guerriera sul ponte ingombro di cadaveri. La sua mano destra impugnava una
sciabola, la sinistra un lungo pugnale ingemmato. Vide che stava per soccombere
nonostante più assalitori fossero caduti sotto quella lama che guizzava come un
cobra. I suoi compagni non potevano soccorrerla. D’istinto, lo fece lui.
Afferrò una cima, la tagliò con il laser e vi si appese descrivendo un lungo
arco mentre sorvolava la battaglia. Con gli stivali abbatté due avversari, ed
atterrò a fianco alla corsara che lo aveva stregato. Raccolse una sciabola e si
mise al suo fianco parando, affondando, fintando, schivando, distribuendo
fendenti e stoccate mentre entrambi, fianco a fianco, resistevano al filo
luccicante dell’acciaio temprato che li incalzava cercando il loro cuore. Poi
uno degli avversari sparò, e la spalla della corsara si tinse di rosso. Piunma
estrasse il laser e rese dente per dente. Quella folgore sparse il terrore fra
i nemici, che riguadagnarono il loro vascello disordinatamente, e tagliarono i
grappini d’abbordaggio a costo di gravi perdite, mentre le casacche blu li
disperdevano come pula al vento. La nave degli assalitori sbandò, issò
goffamente le vele e si allontanò sghemba, fra lo scherno delle casacche blu.
Piunma
sorresse la corsara , che gli sorrise dolcemente.
“E’ solo un
graffio, uomo di ebano! Ma hai la gratitudine di Morgan Adams.” Poi, i suoi
occhi lo esaminarono… “Sei vestito di rosso. Dimmi, straniero, sei per caso un
demonio venuto a reclamare in anticipo la mia anima di guerriera dei mari? O
forse sei uno spirito del mare? O un tritone?”
“No, sono
soltanto un semplice uomo” disse Piunma, scuotendo la testa… in realtà non era
del tutto vero…
“Una
leggenda tramandata per secoli dalla mia famiglia, che mia nonna mi raccontò
quando, bambina, ancora vivevo nella dimora dei miei avi nel Devonshire,
narrava che una donna della mia stirpe, dall’anima dannata, avrebbe vissuto una
vita breve ed intensa ed un uomo vestito di rosso si sarebbe unito a lei nelle
sue imprese. Quella donna ero io…Una tirannica tradizione mi volle forzatamente
monaca, ma io riuscii a ribellarmi e mi imbarcai su una nave che venne
attaccata dai pirati, uccisi l’uomo che tentò di violarmi e lo ammisi impavida
davanti a quei bucanieri, senza tremare. Colpiti dalla mia forza, decisero di
tenermi con loro ed io imparai ad usare le armi come un soldato ed a navigare
meglio di un commodoro. Da quando questa nave è mia, il nostro motto è vita
breve ma intensa. Questo è ciò che voglio. Bottino, oro, vino, amore e
passione, anche solo per una notte! Ed ora, anche tu li meriti, tu che mi hai
salvato! La tua lama è stata vicina alla mia e tu non hai esitato, uomo venuto
dal mare! Questa notte festeggeremo, balleremo, ci ubriacheremo e giaceremo
insieme!”
Il grido di
gioia della ciurma fu possente.
Morgan
baciò Piunma con passione, abbracciandolo, e lui fu stregato da quella sirena.
Decise di
rimanere con lei, insieme a lei solcava gli oceani, combatteva e viveva come un
pirata. Arrembaggi, tempeste, calde isole dei tropici, tesori, bottino,
assalti, duelli, danze, canzoni, birra e vino e le notti passate con la sua
sirena avevano reso tutto il suo passato un ricordo sbiadito. Il Professor…Professor…come
si chiamava? E quell’ometto che sputava fiamme…quello calvo…e gli altri…la
ragazza bionda…il bambino… Li sentiva premere contro la sua coscienza, come
vecchissimi ricordi. Lui, ormai, era diventato il Corsaro Rosso. Era un figlio
del demonio, invincibile, poiché aveva in mano il potere della folgore. Stava
diventando una leggenda.
Una notte,
a letto, abbracciato alla sua donna, ammirava insieme a lei dalla finestra
della loro cabina nel cassero di poppa la scia argentata della nave che tagliava
in due il mare calmo illuminato dalla luna. Lei gli parlava sognante ed
appassionata.
“Vedi quel
manoscritto rilegato in pelle e ferro, ne vedi le pergamene? Io credo in quelle
leggende, credo nell’esistenza di un tesoro il cui valore supera le fantasie
del più avido fra gli uomini. Si trova in una cripta custodita dal simbolo di
un cerchio alato. Una gemma di lucentezza accecante, la più grande mai
esistita, la più pura. Nessun pirata o avventuriero vi è mai riuscito, ma io e
te potremmo realizzare questo sogno.”
Morgan gli
mostrò il ciondolo della sua collana. Era un cerchio alato.
Il Piunma
corsaro la strinse, ma dentro di lui vecchi ricordi premevano. Ogni tanto
tornavano, e gli ricordavano che il suo posto era altrove, facendolo sentire
colpevole. Ma non sapeva come trovare l’altrove che gli spettava.
“Dimmi,
amore mio. Quella gemma è vera o è un sogno, o una magia come quella che stiamo
vivendo? Se la trovassimo, quali incantesimi libererebbe?”
“Vita breve
ma intensa, mio corsaro! Se vi è magia, sarà mia anch’essa!”
“Sai, ogni
tanto ho strani ricordi…forse quella gemma può spiegare…forse può spiegare
anche il sogno che stiamo vivendo”
“Sogno o
realtà, che importanza può mai avere? Se vi è passione, uno vale l’altro, ed io
ardo di passione per te! Se io dovessi morire e, nell’oltretomba, ti sapessi in
pericolo, tornerei anche dall’inferno per combattere insieme a te. Te lo
prometto, amore mio.”
Piunma
studiò il manoscritto e capì che quelle mappe erano errate. Non riusciva a
capire come avesse fatto a rendersene conto e a calcolare la rotta giusta.
Qualcuno doveva avergli insegnato…forse il Professore di cui non aveva più
memoria.
Il loro
veliero dall’orgogliosa polena giunse ad una costa rocciosa. Risalirono un
vasto fiume. Sulle rive la giungla era impenetrabile. Poi gettarono l’ancora e
sbarcarono su un molo di pietra seminascosto dai rampicanti. Tronconi di muri,
scale, colonne, archi emergevano dalla vegetazione, e presero a tagliarla per
aprirsi la strada con la bussola, fino a quando giunsero alle rovine di una
piramide a terrazze semi-soffocata dalla vegetazione ma straordinariamente
imponente. Liberarono il portale di pietra e, con l’antico codice in mano,
Morgan Adams ne recitò le formule e poggiò la mano sul cerchio alato. La porta
si alzò, e percorsero con le torce un corridoio passando fra due teorie di
sfingi. Poi un pesante portale di legno si aprì su una camera circolare, dal
soffitto tanto alto da non essere visibile, ed un rosone di cristallo al
centro. Morgan si mise al centro e fece per recitare l’ultima formula, ma
Piunma era inquieto. Stava rischiando troppo, non sapevano cosa potesse
nascondersi davvero in un luogo tanto antico.
“Non
recitare quella formula, donna! Non bestemmiare il potere della Luce! Il tuo
cuore arde di passione che non sa controllare. Lo Spettro Nero invaderebbe il
mondo!”
Spettro
nero, Fantasma nero, pensò Piunma.
Morgan si
voltò al suono di quella voce determinata e vide una ragazza vestita di bianco,
forse la principessa di un regno scomparso, ma era un’immagine diafana come uno
spettro.
“Nessuno al
mondo, uomo, donna o spettro, può darmi ordini! Nessuno!”
“Non sei tu
la prescelta”
“Io non
temo il tuo spettro nero, e neppure tu, stupida ombra!”
La ragazza
si erse in tutta la sua regalità: “Il mio nome è Enoha. Questa un tempo era
Myoltecopang, e qui era la mia dimora di principessa e sacerdotessa. Non
violare La Camera
del Cristallo, o sarai dannata, folle avventuriera! Ora guardate!” Una seconda
ombra apparve, una giovane dai capelli biondi che fluttuava nello spazio nero e
profondo. Piunma vide che era vestita come lui e gridò
“Françoise!”
“Sì, 008”
rispose l’ombra di Enoha.
Quei tre
numeri lo folgorarono…
La sua
mente ricordò ogni cosa, e si rese conto di essere intrappolato in un sogno.
Vide quel mostruoso planetoide nero incombere su Françoise e la sentì gridare:
“Maledetto! La luce sa cosa sei davvero. Lei è più antica di te!” ed altre
frasi sconnesse. Poi la vide svegliarsi, vide Joe aprire la porta della sua
camera a Bretagna e Françoise che lo abbracciava. Udì tutte le loro parole.
Morgan
estrasse la sciabola e la impugnò a due mani, con la punta rivolta verso il
basso. La sollevò per vibrare un colpo al rosone, ma la lama si spezzò. Il
rosone si stava illuminando e la colonna di luce che ne scaturì avvolse la
corsara che gridò e Piunma che aveva cercato di allontanarla. Tutto scomparve
in quel bagliore accecante, avvolgente e palpabile.
Piunma si
svegliò sott’acqua. Doveva essere svenuto. Era sdraiato sul ponte del relitto
di un galeone. Era quello che ricordava di avere visto nuotando poco prima di
perdere i sensi. Chissà, forse alcune alghe di quella zona avevano proprietà
allucinogene? Era possibile, data la sua esperienza di poco fa. Quel relitto
gli era inspiegabilmente familiare. Fece per alzarsi e si rese conto di
stringere nella mano destra una catena. Il ciondolo era un cerchio alato. La
sorpresa e l’emozione furono troppe. Con un sobbalzo che lo fece sprofondare
per un istante nel materasso del suo letto, anche Piunma si destò ansante e, nella
penombra, si guardò la mano vuota. Possibile che fosse stato tutto un sogno?
Capitolo 3
Piunma
impiegò un istante per rendersi conto di essere nella sua stanza da letto.
Aveva ancora negli occhi la visione di Françoise e di quel mostruoso globo
nero. Françoise aveva gridato, Joe l’aveva svegliata ed aveva aperto la porta a
Bretagna, poi lei gli era corsa incontro e l’aveva abbracciato. Ebbe un’idea
improvvisa. Si precipitò alla porta e la spalancò di colpo. Li vide come li
aveva visti nel sogno. Bretagna, Joe e Françoise si voltarono di scatto a
fissarlo e rimasero stupefatti vedendo l’espressione del suo volto ed il
tremito che lo scuoteva.
Bretagna
gli si rivolse con sollecitudine.
“Piunma,
amico, che ti succede?”
Piunma
fissò Françoise ed iniziò ad avanzare verso di lei, preda di un’emozione che
non riusciva a controllare. Gli altri rimasero perplessi; erano abituati a
vederlo sempre calmo. Françoise, ancora scossa, si ritrasse dietro Joe, che le
fece scudo con il suo corpo.
“Ma che
diamine… Piunma, si può sapere che ti prende? Non vedi che le fai paura?
Calmati, ti senti bene?”
Piunma si
voltò a quella voce stentorea e vide la slanciata figura di Jet Link.
“002 ha
ragione, che ti prende?”
Anche
Albert Heinrich era accorso e lo fissava con aria decisa.
Piunma li
guardò tutti come se esitasse, poi si rivolse a Françoise con una nota di
supplica nella voce, come se chiedesse conforto e soccorso.
“Françoise,
lo hai visto anche tu?”
Lei si fece
avanti, tenendosi ancora vicino a Joe.
“Il globo,
il planetoide nero. Fluttuavi nello spazio, poi lo hai visto e gli hai gridato
“maledetto, la luce sa chi sei” o qualcosa di simile. C’era una stanza
circolare con un enorme fiore di cristallo al centro, ed una donna di nome
Enoah.”
Françoise
provò un tuffo al cuore. Barcollò per l’emozione, al punto che Joe la sorresse.
“Tu….tu
come lo sai??!!”
“Ti ho
visto, ed ho visto anche voi come siete adesso, qui nel corridoio, allora sono
uscito dalla mia stanza trovandovi così come vi ho visto nel mio sogno..”
“Oh mio Dio!”
esclamò Françoise
“Adesso
basta, Piunma, cerca di tranquillizzarti! La stai facendo soffrire, non vedi
che è già molto scossa?”
Piunma
guardò 003, guardò quel volto bellissimo ed attonito, e si sentì un mostro.
Lui, farle paura! Era un sacrilegio.
“Perdonami…”
Fece per
avvicinarsi, ma Albert gli sbarrò la strada.
“Voglio
solo scusarmi con lei”
“Ti sei
calmato?”
“Sì, adesso
sì”
“Va bene,
allora”
Piunma si
avvicinò a capo chino. Era davvero addolorato. Sensibile com’era, Françoise gli
si avvicinò.
“Scusami
ancora, certe volte sono proprio una frana…”
“Non fa
niente, davvero...”
Françoise
gli strinse le mani, sentendo che tremavano. Lui alzò un poco lo sguardo.
“La mia
coscienza non mi darà tregua per aver tolto il sorriso dal tuo viso.”
“Ti ho già
perdonato, sei scosso quanto me. Ti capisco, e, dopo quello che mi hai detto,
sono certa che io e te abbiamo molto di cui parlare.”
Piunma la
guardò rinfrancato e la tensione si sciolse. Jet ed Albert si rilassarono.
Temevano fosse uno scherzo dei Fantasmi Neri.
Ma la calma
durò poco.
Chang
comparve sul ballatoio delle scale.
“Allarme
ragazzi, Geronimo è sparito!”
“Come
sarebbe?”
“Era in
stanza con me, mi sono svegliato e lui non c’era più, lo avete visto?”
Joe non
perse tempo.
“Françoise,
trovalo! Bretagna, corri a svegliare il professore! Ci occorre anche Ivan!”
“Volo!”
Con le mani
sulle tempie per concentrarsi a fondo, Françoise attivò i sensori al massimo e
scandagliò tutta l’area circostante.
“E’ qui
fuori!” esclamò la ragazza “sotto il platano davanti alla porta d’ingresso che
dà sul mare.”
“Andiamo
ragazzi, e tu vestiti e raggiungici, Françoise.”
“Ok!”
Esclamò lei efficientissima, e prese a togliersi la camicia da notte.
“Ehm…
magari dopo aver chiuso la porta!”
Lei si
bloccò di colpo e strillò richiudendo velocemente il vestito sul reggiseno,
rosso come l’uniforme che avrebbe indossato.
“Non potevi
chiuderla tu!?!”
Joe obbedì
e si voltò di scatto: gli altri avevano assunto un’espressione seria,
sembravano molto impegnati ad esaminare la quantità di crepe sulle mura del
soffitto…
A 009
sfuggì un sorriso: “Venitemi dietro, gentiluomini!”
Chissà
perchè, furono felici di obbedire.
Usciti sul
prato, videro Geronimo che dava loro le spalle. Joe, Albert, Jet, Chang e
Piunma lo raggiunsero, e lo scoprirono intento ad incidere una figura nel
tronco. Aveva uno sguardo catatonico che dimostrava la sua totale incoscienza
della situazione, ma stava lavorando con tutta la sua squisita maestria di
intagliatore. Bretagna, il Professor Gilmoure e Françoise, che teneva Ivan in braccio,
arrivarono poco dopo.
007 parlò
sottovoce.
“Deve
essere sonnambulo, ragazzi! Non svegliatelo! Potrebbe restarci secco!”
Geronimo
abbassò il coltello da intaglio e fece sei passi indietro, rimanendo a
contemplare la sua opera. Françoise poteva vederla anche al buio, e si lasciò
sfuggire un ansito di stupore. Quando la torcia di Chang illuminò l’intaglio di
005, Piunma reagì esattamente come la ragazza.
Geronimo
aveva intagliato un fregio raffigurante un cerchio munito di ali.
Françoise
lo fissò con un’espressione che si faceva sempre più rapita. Ivan prese a
galleggiare nell’aria grazie alla telecinesi e si pose dinanzi agli altri
cyborg inviando loro un avvertimento telepatico
“Non
ostacolatela! 009, stai calmo, non corre alcun pericolo.”
Françoise
passò accanto a Geronimo, fissando il fregio. Quando raggiunse l’albero, tese
il braccio destro ed appoggiò il palmo della mano nel cerchio, tenendo le dita
aperte. Poi ne percorse con l’indice tutti i lineamenti, in modo tale da non
ripassare mai il dito due volte nello stesso tratto, e ripetè lo stesso
esercizio sulla sua fronte.
Poi si mise
accanto a 005.
Il
gigantesco pellerossa, a capo chino, prese a recitare nella sua lingua madre
un’antica preghiera del suo popolo, una preghiera a Mani – Tou, il Grande
Spirito, la Grande
Medicina che pervade ogni cosa.
003, in un
gesto di vereconda devozione, si incrociò le mani sul petto, chinò il capo e si
genuflesse, recitando una preghiera in francese.
Gli altri
cyborg, disposti a semicerchio, ascoltavano in silenzio
Quando
ebbero terminato, Geronimo e Françoise tornarono in loro. Geronimo chiese cosa
stesse accadendo, e fu stupefatto di avere il coltello da intaglio in mano e
trucioli sulla manica. Françoise aveva stampata in volto l’espressione di chi
si è tolto un peso.
Fu il
Professor Gilmoure a rompere il silenzio.
“Adesso
dovete spiegarmi tutto, ragazzi!”
Parlarono a
lungo di quella che chiamarono “la notte di Halloween”, scoprendo che Ivan non
rammentava nulla nonostante avesse agito come se ne sapesse qualcosa; ma a poco
a poco smisero di pensarci…ma su ciò che impararono da essa avrebbero avuto
occasione di ritornare due anni dopo, insieme al Fantasma Nero.
Capitolo 4
Mentre la
limousine nera percorreva la strada che collega l’autodromo di Daytona alla
villa dell’esclusivo International Golf Club, l’ingegner Sayonji guardava in
silenzio il paesaggio fuori dal finestrino. Vestito con uno smoking nero
adattato alle sue grandi spalle, non aveva sul volto l’espressione di lieta
aspettativa che avrebbe dovuto provare un uomo ancora giovane mentre si recava
ad una festa frequentata dal bel mondo e da belle ragazze. Il suo viso,
incorniciato da una chioma nera di capelli lunghi ed ondulati, continuava a
guardare fissamente davanti a sé, lasciando che le immagini di quella splendida
sera estiva gli scorressero davanti. Le labbra erano leggermente tese, ma i
suoi baffi non lo facevano notare. Gli occhiali a specchio rendevano la sua
espressione indecifrabile, ma si poteva essere certi che non fosse entusiasta.
La limousine, fornita dal loro ricchissimo anfitrione, metteva un vero e
proprio salotto a disposizione dei
passeggeri. Tutto il Sayonji Racing Team vi aveva trovato posto. Seduta al suo
fianco, sua sorella Sakura, inguainata in un’abito da sera blu cobalto da vera
seduttrice, tentò di strapparlo al suo silenzio.
“Allora,
non dici niente?”
“Abbiamo
già detto tutto, mi sembra.”
Sakura
finse di perdere la pazienza.
“Andiamo!
Non dovresti essere contento di stare in compagnia e conoscere gente nuova, magari
ragazze, il che non ti farebbe male?”
Sayonji
fece un respiro profondo. Non gli piaceva che venisse toccato il tasto dei suoi
rapporti con l’altro sesso. Sua sorella aveva ragione, ma lui non cambiava. Non
avera veri e propri conflitti con le donne, semplicemente tendeva ad ignorarle.
Il mondo delle corse gli bastava, ma a condizione di immergercisi totalmente.
Il contatto con l’esterno riportava a galla quel conflitto con se stesso,
dovuto al fatto che pretendeva di essere accettato da tutti nonostante le sue
eccentricità. Ciò ovviamente non accadeva che assai di rado, mentre nella sua
officina, nel suo studio, nelle rimesse del suo circuito di prova era
l’Ingegner Sayonji, sapeva quello che doveva fare, gli piaceva quello che
faceva e nessuno gli rompeva le scatole con la necessità di mantenere i
rapporti sociali, che tendeva a vedere come un esercizio di semplice ipocrisia.
La sua natura perfezionista lo portava al pessimismo nei riguardi di tutto ciò
che si trovava al di fuori delle recinzioni degli autodromi. Sua sorella Sakura
era socievole e gentile quanto lui era scontroso, e si sforzava
caparbiamente di farlo uscire dal suo
guscio, convinta che una moglie gli avrebbe fatto bene.
“Queste
mascherate non fanno bene a nessuno!” fu la sua risposta secca, ma Sakura non
si arrese.
“E’ un
ricevimento” replicò Sakura con tono volutamente querulo ”Non una mascherata.
Una festa, dove è possibile divertirsi, socializzare e comunicare, a patto di
non fare gli orsi. Me ne hai già fatte perdere sette, quindi stavolta ci
andiamo e vedi di non essere scortese. D’altronde, anche nel mondo
dell’automobilismo le relazioni sociali sono importanti! E ricordati che
parteciperà anche la stampa. Fai qualche bel sorriso se ti fotografano, e se
fosse una donna ad intervistarti cerca di essere cauto e gentile nelle
risposte. Non puoi sempre allontanarle come fai…”
“Ora
basta!”
“D’accordo,
non arrabbiarti proprio ora! Però ci siamo capiti.”
Sayonji
cambiò argomento e si rivolse al giovane atletico dagli occhi neri carichi di vitalità,
vestito con un’eleganza pari a quella naturale del suo aspetto. Le linee forti
del suo corpo si adattavano allo smoking facendolo sembrare un indossatore, ma
l’espressione di energia contenuta a stento tradiva il temperamento dell’uomo
d’azione pronto ed astuto.
“Mi è
piaciuto il tuo gesto di oggi, Ken. Il mondo delle corse ne aveva bisogno.”
“Meno male”
rispose il giovane con il suo vibrante timbro tenorile “Pensavo che ti saresti
arrabbiato con me!”
La gara di
pomeriggio si era svolta all’autodromo di Daytona, dove aveva avuto luogo una
delle tante sfide fra Ken Hayabusa, detto il Falco, e Joe Shimamura, il suo
rivale. Aveva vinto il Falco, ma per la prima volta nella storia
dell’automobilismo lo stacco era stato di un solo centesimo di secondo. Il
Falco era in vantaggio, ma un vantaggio davvero risicato. Joe Shimamura aveva
dieci vittorie all’attivo, Ken undici. Il
terzo posto era andato al partner
di Shimamura, Jet Link. Una volta sul podio, con un gesto senza precedenti, il
Falco aveva invitato Joe a salire con lui sulla pedana del primo posto e gli
aveva stretto la mano. Joe ne era rimasto commosso e gli aveva detto con calore
“Falco, ti sei fatto un amico!”
“Sai Ken,
non solo Shimamura lo meritava; ma hai sottolineato il fatto che si possa vincere
lealmente. Con la Black
Shadow all’orizzonte, è importante ribadire i concetti di
lealtà e di rispetto dell’avversario. Bisogna isolare quegli assassini ed
impedire che il mondo delle corse diventi loro”
“Grazie,
sono contento che approvi. Sono certo che Joe Shimamura la pensi come noi.
Sarebbe nostro alleato, seppure nostro avversario sui circuiti. Stasera sarà al
ricevimento. Mi piacerebbe parlarne con lui e con Link. I piloti in gamba
devono capire che non ci si deve compromettere con la Black Shadow, e tutti
quelli che vogliono onestà nel mondo delle corse devono essere uniti.”
“Se c’è
Shimamura, ci sarà anche la sua francesina stasera. L’ho vista oggi
all’autodromo. E’ stupenda.” disse il
giovane pilota soprannominato Kamikaze.
“Ed è anche
una ballerina classica” osservò Yamato con la sua solita espressione di persona
calma e paziente “Danza all’Operà di Parigi. Ha gli occhi azzurri, è bionda,
snella, aggraziata, gentile, raffinata, colta,…..Avranno tutti i fotografi ed i
cronisti addosso stasera. Proprio il tipo di coppia da cronaca rosa. L’ho incontrata nella sala stampa ed ho
parlato con lei e con Shimamura. Sono due brave persone. Lei mi pare si
chiami…Francine.”
“Françoise”
lo corresse Sakura “Ma ditemi, secondo voi la fidanzata di Shimamura è più
carina di me?”
“Certo che
è più carina di te! E se tutti i fotografi staranno loro addosso, brinderò alla
loro felicità perché me li leveranno di torno” disse Sayonji, divertito
all’idea della reazione di sua sorella. Tutti risero.
Sakura
accettò lo scherzo fingendosi piccata.
“Che
fratello gentile che ho! E che ammiratori devoti!”
“Scherziamo,
Sakura. Farai strage di cuori con quel
vestito” le disse Ken.
Il
gigantesco Gantetsu intervenne nella conversazione.
“Dimmi,
capo. Cosa pensi della recente morte di Sir Roulance Wells?”
“Che la
versione ufficiale non mi convince. Come non mi convince l’improvvisa opulenza
della Black Shadow. Fra le due cose c’è un legame, ma non parliamone qui.”
“Certo”
intervenne Mutsu, con la sua voce sempre un poco timida “che la Black Shadow ha preso
ad aggirarsi nel mondo dell’automobilismo come uno spettro minaccioso.”
“Già”
concluse Sayonji, con parole profetiche “Uno spettro nero.”
A cinque
minuti di distanza, una seconda limousine trasportava un altro gruppo di ospiti
illustri.
“Françoise”
disse Joe “Hai rilevato microspie?”
“Nulla Joe,
questa macchina è pulita.”
“Certo che
questo Hoozis ama fare le cose in grande!” commentò Albert Heinrich in
tono divertito percorrendo con lo
sguardo l’interno della berlina.
“Per questo
siamo in altissima uniforme!” commentò Jet Link, sistemandosi il nodo della
cravatta.
“Già”,
commentò Joe “E non dimenticate che siamo stati invitati come Vip, ovvero Very
Important Persons.”
“Considerato
che sei tu il divo della situazione, in effetti sei un Vip. Io mi sento più un
Nip, ovvero Not important person, e penso che, a differenza di voi due,
riuscirò ad evitare l’assalto dei fotografi. Con una donna come lei al tuo
fianco per te sarà impossibile. Ti faremo scudo come potremo” scherzò Albert.
“Grazie,
Albert. Anche voi però state bene in smoking, ragazzi! Siete quasi affascinanti
come il mio Joe!” sorrise Françoise, accavallando le gambe e mettendo
involontariamente in evidenza lo spacco del suo scintillante abito da sera di
raso nero ed il suo raffinato collant trasparente. Il suo piedino calzava un tacco a spillo di vernice, nero anch’esso.
La sua chioma bionda leggermente laccata le ombreggiava le spalle scoperte ed
il suo sorriso rivaleggiava in splendore con il collier di diamanti che le ornava il petto niveo. Era l’immagine
della bellezza, della grazia e della gioia di vivere. Era una ragazza che stava
andando a ballare con il suo innamorato ed i suoi amici. Aveva l’impressione di
giocare ad essere una principessa, ma il gioco era al contempo reale. Ne era
elettrizzata. Joe, dal canto suo, sapeva che sarebbe stato necessario farla
ballare e, non volendo delegare altri, causa la sua ormai ben nota gelosia,
sarebbe toccato a lui. Sapendosi aggraziato nella danza al pari di un tirannosaurus
rex, aveva cercato di farsi insegnare da Françoise, che aveva accettato
pazientemente di farsi pestare i piedi dal suo amato fino a fargli sviscerare
un insospettato talento. Sulle prime Joe, a causa del triplice sforzo di
prestare attenzione a lei, alla musica ed alla sequenza dei passi da ripetere
mentalmente, aveva avuto la tendenza a ballare tenendo i denti stretti. Una
volta strinse troppo, azionando l’acceleratore e trascinando con sé la povera
Françoise in un valzer supersonico. La sua dama impiegò trenta minuti per
recuperare l’equilibrio. Poi fu necessario provare nella loro camera, perché in
salotto i primi sforzi di Joe erano tanto naturali e leggiadri da aver dato
origine a quello che Bretagna aveva battezzato il “circo Shimamura”. Giunse persino
ad affiggere una locandina. Françoise non si arrese, e, minacciando Joe di
farlo esercitare alla sbarra, insistette fino a sbloccarlo, e potè finalmente
farsi trasportare dalla musica insieme a lui. Joe scoprì che era più bello di
quanto avesse immaginato, e finì per metterci trasporto e passione. Françoise
lo percepì, felice di condividere il suo amore per la danza proprio con il suo
amato. E stasera avrebbe ballato con il suo principe in un meraviglioso
castello, come in una fiaba. Era tutto bello come un sogno.
“Dimmi
Joe”, chiese Jet “ stasera ci sarà anche la squadra di Sayonji?”
“Sì, Jet”
“Sai,
volevo salutare il Falco e fare conoscenza con lui.”
Françoise
sorrise ripensando al suo gesto al termine della gara.
“E’ un
ragazzo straordinario” disse sorridendo “Il suo gesto è stato bellissimo. Ha
dato un messaggio positivo a tutti i giovani. Entrerà nella storia
dell’automobilismo come esempio di onestà e lealtà sportiva.”
“Una storia
che sembra far presagire un periodo difficile” commentò Jet.
Joè lo
guardò serio.
“Ti
riferisci alla scuderia di Ayab?”
“Sì. Hanno
metodi da Fantasma Nero, e con il denaro a profusione con cui stanno cercando
di acquistare le piccole scuderie automobilistiche indipendenti, l’analogia si
fa ancora più calzante. In effetti, il tocco degli Spettri Neri si sente. Non
mi meraviglierei se vi fossero realmente implicati. Sayonji è fra i pochi che
riescano ad ostacolarli sul loro stesso terreno battendoli nelle competizioni a
dispetto dei loro mezzi superiori; e l’altro problema sei tu, Joe, che non
accetti di correre per loro.”
Albert fece
un cenno di assenso, ed aggiunse: “ E’ interessante quanto questo Ayab abbia
preso campo in seguito alla morte “accidentale” di sir Roulance Wells. Il
Professor Gilmoure pensa che una connessione con gli Spettri Neri sia
un’ipotesi da non scartare. Sir Roulance aveva denunciato pubblicamente il
legame fra l’organizzazione di Ayab ed il mondo delle corse clandestine, uno
dei prediletti dai Fantasmi Neri perché gli incidenti sono una fonte di esseri
umani morenti da trasformare in cyborg. Bretagna ha svolto indagini da
infiltrato insieme a Chang in un locale frequentato da allibratori del settore,
ed ha scoperto che un misteriosa donna assistita da un gruppo di sgherri sovrintende all’organizzazione”
Françoise
vide da lontano le luci della reggia di Thomas Wordsworth Hoozis, magnate del
petrolio, dell’elettronica e di molto altro.
“Ci siamo quasi, ragazzi. Ora basta discorsi
seri, anche se, naturalmente, pur non essendo in missione, terremo gli occhi
aperti. In fondo questo Hoozis non sembra avere implicazioni con i Fantasmi
Neri. Se capterò qualcosa di importante ve lo riferirò. Ah, ditemi. Ken
Hayabusa ha una fidanzata?”
“No!”
rispose Joe “Perché?”
“Perché mi
sarebbe piaciuto conoscerla, gelosone!” rispose divertita.
La
limousine attraversò un enorme cancello e percorse il lungo viale alberato che
cingeva Villa Wordsworth-Hoozis, salì su un rampa a semicerchio e si fermò
dinanzi all’androne scintillante di un’autentica reggia. L’assalto di fotografi
e giornalisti ebbe inizio.
Sayonji
aveva fatto fermare la limousine nel parco, ad una certa distanza dalla villa.
Preferiva arrivare a piedi. Vide da lontano la berlina di Joe bombardata dai
flash dei fotografi e capì che la coppia più bella dell’autodromo era arrivata.
Si era tolto gli occhiali da sole, perché l’astro cremisi era tramontato. Le
luci d’atmosfera e le fontane luminose del parco soffondevano di tenue luce
azzurra gli alberi, il profumo di resina e di fiori era intenso. Sakura lo respirò
profondamente. Il suo abito blu cobalto pareva rivestirla di luce fluorescente.
Dietro di lui, la sua squadra in smoking nero attendeva il segnale di partenza.
Sayonji guardò l’immensa villa del loro
ospite con l’espressione di un generale che si appresta ad espugnare una
roccaforte. L’ordalia, almeno dal suo punto di
vista, aveva inizio. Si rivolse serio ed impettito ai suoi.
“Mi
raccomando, ragazzi. Ci saranno anche quelli della Black Shadow. Niente
incidenti, non rispondete ad eventuali provocazioni e non cercateli.”
Poi offrì
il braccio a sua sorella, e si diresse verso la villa con il passo di Wyatt
Earp all’Ok Corrall. I suoi piloti in smoking lo seguirono ordinatamente, a
ranghi serrati.
Quando lo
sbarramento di flash esplose Françoise adattò la percezione dei suoi occhi in
modo da non esserne abbagliata. Albert e Jet scesero per primi, poi fu la volta
di Joe, che fece a sua volta scudo contro la calca. Il personale della villa
formò due cordoni, e Françoise, divertita da quel gioco, avanzò con le sue tre
guardie del corpo mentre domande frenetiche piovevano da ogni parte.
All’interno della villa, lo splendore l’abbagliò. Joe lesse lo stupore sul suo
viso, felice di vederla divertirsi, spensierata. Aveva bisogno di momenti come
quelli. Albert e Jet si guardarono
intorno. Videro eleganza e lusso, sentirono il tintinnio dei bicchieri,
decine di conversazioni, risate, musica. La villa era immensa, e non vi era
angolo che non fosse animato. Presentarono i loro inviti e salirono lo scalone
di marmo che portava al salone.
Françoise vide un’immensa sala da ballo, lampadari di cristallo immensi
appesi ad un soffitto altissimo ed affrescato, il marmo lucidato a specchio
ed i tavoli da buffet imbanditi con
tutto ciò che l’arte culinaria poteva immaginare. Tutti erano eleganti, le
ragazze ridevano allegre, gli uomini le invitavano a danzare, gruppi di amici
scherzavano. Ad Albert, sempre critico e riflessivo, non sfuggì una certa
ostentazione di potenza. Forse c’era un muto messaggio in tutto quello spiegamento
di mezzi, che gli fece ripensare a quando Jet e Joe gli avevano parlato della
recente disponibilità di mezzi di Ayab e dei suoi satelliti. Decise di tenere per sé quell’impressione,
anche perché non c’erano prove evidenti di un simile legame, e si fece servire
un boccale di birra da una cameriera, ringraziando educatamente.
Non appena
la marea dei fotografi rifluì verso l’esterno in attesa della successiva
limousine, Sayonji, Sakura ed i suoi piloti mostrarono l’invito e salirono a
loro volta. Sakura era in estasi, mentre Sayonji stava già studiando il modo di
far passare il tempo, anche se in fondo non gli dispiaceva trovarsi lì. Ken
riconobbe Jet Link e si avvicinò per salutarlo.
“Jet,
felice di incontrarti!”
“Oh, Falco!
Anche tu fai vita notturna? Sayonji dev’essere più indulgente di quanto si dica
in giro!”
“Sayonji è
qui!”
“Cosa!
Sayonji ad una festa da ballo? No! Sarà una serata storica!”
“Già”
rispose Ken ridendo “E’ stata Sakura a compiere il miracolo!”
“Proprio
così” fece la dolce voce da contralto di Sakura.
“Ecco la
leggiadra ninfa silvestre che ha addolcito l’orso” continuò Ken, indicando
Sakura con un gesto della mano.
“E
smettila, Ken! Presentami piuttosto questo bel ragaz…..questo tuo distintissimo
amico!”
Jet rise a
denti stretti.
“Bene Jet,
ti presento la signorina Sakura Sayonji, sorella del nostro mitico leader e
donna di rara bellezza e pazienza.”
“Jet Link
per servirvi, milady”e si esibì in un’impeccabile baciamano che fece arrossire
la giovane giapponese.
“Jet Link!
Oh, scusate, signor Link, avrei dovuto riconoscervi!”.
“Per te
sono Jet” rispose ammiccando.
Sakura era
divertita dai modi di Jet; aveva un tocco di spavalderia spontanea unita a
gesti inaspettatamente cerimoniosi e raffinati che colpiva le ragazze educate
come Sakura. Sakura lo trovò simpatico, anzi, qualcosa di più……
“Signor
Link…Jet…immagino che anche il Signor Shimamura sia tra noi stasera”
“Ed anche
la sua splendida francese” aggiunse Ken “Sakura muore dalla voglia di
conoscerla e di vederne di persona la bellezza, dopo averla sentita descrivere
dai nostri piloti” .
“Joe e
Françoise saranno felici di fare la vostra conoscenza, signorina Sakura. La
bellezza di Françoise non ha mai avuto eguali” Fece una pausa ed aggiunse in
tono allusivo “Fino a stasera.”
Sakura rispose
amabilmente “Voi mi adulate, signore”
“Sono
sincero milady, non mento al cospetto della grazia, ma…seguitemi!”
Joe e
Françoise stavano facendo tintinnare due calici di champagne in un brindisi
alla loro felicità. Si guardavano con espressione estatica, al punto che Jet,
Ken e Sakura ebbero un momento di esitazione, temendo di interrompere un
momento speciale. Fu Joe a rompere il ghiaccio, riconoscendo Ken e sfoderando
quel suo sorriso smagliante che faceva sognare Françoise.
“Falco! Sei
venuto a far strage di cuori!”
“Certo! Ma
il cuore che hai conquistato tu vale tutti gli altri!” disse scoccando a
Françoise quello che Sakura chiamava lo “sguardo del falco”.
Bella come
un’attrice, aggraziata come la ballerina che era sempre dentro di lei,
Françoise rimase ammirata dall’espressione franca e decisa di quel giovane dal
viso volitivo e dagli occhi castani vellutati
e profondi. Assunse un’espressione smaccatamente sorniona e, tenendo una
mano sul fianco replicò in tono da finta seduttrice “Grazie, sguardo di falco!”
Sakura
rimase stupefatta quanto Ken.
“Come fai a
sapere che gli dico così?”
“Non l’ho
mai saputo!” replicò candida Françoise.
“Allora hai
avuto la stessa impressione anche tu?”
Le due
ragazze si guardarono negli occhi un istante e si concessero una risata
argentina. Sembravano due usignoli.
Ken si
finse imbarazzato.
“Guarda
come si sono intese subito!”
“Le donne!”
fu il commento di Joe. “Tese la mano a Ken e la strinse con vigore “Grazie per
oggi, Falco!”
“Te lo
dovevo, Shimamura.”
“Ed io ti
devo un’amicizia su cui potrai contare. Naturalmente, aspetto la rivincita.”
“Certo che
senza di te non ci sarebbe gusto, Shimamura. Alla faccia di Ayab e dei suoi
tirapiedi!” disse svuotando un calice.
Jet
intervenne. “Non dimenticatevi di me!”
“E come potremmo?
Ci tieni sempre il fiato sul collo.”
“Direi che
possiamo passare alle presentazioni ufficiali! Signorina Sakura, Ken i miei
amici Joe Shimamura e Françoise Arnoul.”
“Felice di
conoscervi” fu la risposta di Sakura, accompagnata da un aggraziato inchino
giapponese “Sono Sakura Sayonji”
“Joe
Shimamura” rispose Joe, inchinandosi a sua volta alla giapponese “Sei parente
dell’ingegner Sayonji?”
“Conoscete
mio fratello?”
“Di fama.
Sarei felice di incontrarlo”
“Bene, te
lo presento!”
“Anche lui
è qui?”
“Beh, sì”
“Ha fama di
evitare sempre le occasioni mondane”
“Già, ma a
volte la spunto io!” replicò Sakura
Françoise
aveva stretto la mano di Ken che le aveva detto in francese “Enchantée!”
“Grazie, ti
ringrazio di avermelo detto in francese. Volevo ringraziarti anche per il tuo
gesto di oggi. Sono felice che Joe abbia un amico come te. Anzi, che io e Joe
abbiamo un amico come te.”
“Come sei
fortunato, Shimamura” pensò Ken guardando quel volto illuminato da un sorriso
radioso e gentile, privo di frivolezza e sincero. Stringendole la mano affusolata, ne percepì il calore
delicato e la pelle serica, sentì il profumo raffinato che emanava e si rese
conto di quanto i suoi occhi azzurri fossero profondi e fossero solo per Joe.
Poi la voce di un maggiordomo annunciò l’ingresso del padrone della villa, e
tutti gli invitati risposero con un fragoroso applauso di ringraziamento.
Albert
aveva cercato un momento di tranquillità su uno degli immensi balconi della
villa. Sorseggiava lentamente la sua biira appoggiandosi al parapetto, tenendo
d’occhio l’ingresso principale. Stava aspettando l’arrivo di una macchina che
forse non sarebbe affatto arrivata. Non aveva ricevuto espressamente l’incarico
di occuparsene, ma era curioso di verificare personalmente un indizio. Mentre guardava
i rituali di accettazione degli ospiti
al portone d’ingresso, si mise a ripassare mentalmente alcuni recenti
eventi. Poco tempo prima 007 aveva agito come infiltrato all’interno di
un’organizzazione che sfruttava le corse clandestine macinando grosse cifre di
denaro. I giornali avevano segnalato al riguardo due dettagli inquietanti. Gli
incidenti erano frequenti ed i cadaveri sparivano. Troppa efficienza per un
gruppo di teppisti di periferia o per comuni criminali. Le retate della polizia
giapponese avevano portato in carcere solo delinquentelli comuni, capaci solo
di dare nebulose indicazioni agli inquirenti. L’eminenza grigia che organizzava
questo automobilismo parallelo rimaneva nell’ombra ed un’ipotesi pareva valere
l’altra. Bretagna aveva assunto le sembianze di un allibratore clandestino
legato agli incontri di Sumo e si era messo a frequentare un locale meta di
bande di motociclisti e trafficanti di auto rubate, pezzi di ricambio e
articoli similari. Fingendo di
corteggiare una cameriera, aveva preso a dialogare del più e del meno con gli
avventori facendo capire di essere interessato alle scommesse nel settore
automobilistico. Raccolse una voce interessante riguardo un misterioso
personaggio femminile, una donna piuttosto giovane, che poteva fare da ponte
con la vera organizzazione. Mentre ritornava a piedi verso la metropolitana
venne aggredito in un vicolo da due assassini degli spettri neri, ma 001, che
lo seguiva telepaticamente a distanza, lo mise in guardia ed inviò in suo aiuto
Chang Chan-Ko. Furono i due spettri neri a cadere in un’imboscata. Bretagna,
prima di trasformarsi in un’aquila portando Chang in volo sul tetto di un
caseggiato, aveva prelevato un campione di dna dei due avversari grazie ad un
microapparecchio tascabile del Professor Gilmoure. Pochi secondi dopo erano
arrivati i rinforzi nemici, che fecero sparire i corpi dei cyborg distrutti con
la consueta efficienza. Il professore ricostruì il dna prelevato da Bretagna e
fece un controllo incrociato con gli archivi della polizia, scoprendo che le
parti umane di uno degli aggressori di Bretagna appartenevano a Saema Ryuji, un
violento trafficante di merce illegale con la mania delle auto sportive. La
polizia aveva interrogato la convivente, una ragazza con un passato da tossicodipendente,
ed aveva scoperto che una donna bionda e piuttosto giovane, accompagnata da un
uomo di mezza età straordinariamente elegante e distinto avevano fatto visita
a Ryuji ingaggiandolo come pilota. Erano giunti con una berlina nera,
una limousine con a bordo diversi sgherri nerovestiti e taciturni. Senza dare
troppe spiegazioni, pagando in anticipo una cifra sostanziosa e raccomandando
la massima discrezione con oscure minacce, si erano allontanati. Tre giorni
dopo Ryuji era uscito di casa di sera, senza fare più ritorno. La donna bionda,
almeno così le era parso, aveva il volto velato e parlava con accento
straniero. L’uomo con il cappello a cilindro aveva tenuto in testa il vistoso
copricapo ed aveva preteso che il colloquio si svolgesse senza tenere la luce
accesa. La testimone non poteva fornire un identikit, e non poteva fornire
neppure molti ragguagli in merito al colloquio perché era stata mandata in
un’altra stanza. Ricordava solo le parole “Black Shadow”. Il Fantasma Nero, la
spiegazione poteva apparire ovvia. Uno dei tanti casi simili al suo. Però, da
quando aveva lavorato come meccanico per Joe e Jet, i tre avevano raccolto voci
in merito alle corse clandestine. Si parlava di un’organizzazione o scuderia
che si faceva chiamare Black Shadow e si serviva di uomini in nero. Circolava
il nome di un certo Ayab, un barone di non si sa che famiglia e luogo, ed anche
di un certo Kramer, un corridore di talento, ma scorretto e sospettato di
omicidio, ma le versioni erano discordanti. Quandi vi furono i primi morti in
gare clandestine disputate su auto realizzate con componenti provenienti da
diversi paesi, il nome di Ayab venne fatto più di frequente, fino a quando un
pilota inglese che lo aveva fatto troppo frequentemente era morto
“accidentalmente”: si trattava di sir Roulance Wells. Poi, nei box, dopo la
gara, aveva sentito dire che “ci sarebbero stai quelli della Black Shadow”,
ormai sinonimo della scuderia di Ayab. Sotto di lui le automobili di lusso
continuavano a scaricare invitati mitragliati dai flash. La baldoria prometteva
di durare tutta la notte, ma non per lui. Aveva troppo metallo in corpo per
conoscere una ragazza e divertirsi. Guardò Joe e Françoise dietro i vetri. Loro
almeno potevamo amarsi reciprocamente. Lui non avrebbe avuto che amicizia, e
per lo più solo dai cyborg. Forse anche da qualche umano, ma niente di più. Lo
aveva accettato, ormai. Mentre era immerso in queste riflessioni, un uomo fece
il suo ingresso sul balcone. Albert riconobbe Sayonji, e notò che a sua volta
l’ingegnere sembrava avere un interesse per l’attività all’ingresso analogo al
suo. Sayonji notò Albert, e parve riconoscerlo. Albert si fece avanti, e gli
rivolse la parola.
“Salve!”
“Salve,
amico.”
“Siete
l’ingegner Sayonji!”
“Indovinato.
Forse ci siamo già visti, io e lei”
“Già!”
confermò Albert “All’autodromo. Io lavoro con Link e Shimamura”
“Ah, sì!
Siete un meccanico, vero?”
“Sì,
meccanico Albert Heinrich, ingegnere” rispose Albert tendendogli la mano.
“Piacere di
conoscerla” rispose Sayonji stringendola.
“Sa,
abbiamo apprezzato molto il gesto del suo pilota, oggi”
“La
ringrazio. Il mondo delle corse ne aveva bisogno”
Sayonji
sentiva in quell’uomo dai tratti teutonici un’affinità di carattere che lo
portò ad aprirsi.
“Ditemi,
Albert, avete mica visto un cappello a cilindro scendere da una limousine
nera?”
Albert fece
per dare un guizzo, ma si contenne.
“Finora no.
Perché, se non sono indiscreto?”
“Perché
sotto il cilindro ci sarà probabilmente un uomo chiamato Baron, il tirapiedi di
un certo Ayab Mobildick”
“Ho sentito
aprlare di lui” fece Albert, evasivo “di lui e di una certa “Black Shadow””.
Che tipi sono?”
“Gente da
evitare” rispose Sayonji “Ah, eccolo!”
Mentre
parlavano una limousine a sei ruote, nera come un carro funebre, si era
maestosamente inerpicata per il viale e si era fermata davanti al portone.
L’atteggiamento degli inservienti si fece più deferente, diffondendo nell’aria
una sorta di impalpabile tensione. Albert vide un uomo abbigliato con eleganza
raffinata, ma chiassosa. Portava un alto cappello a cilindro. Un indizio solo
non era sufficiente, ma il secondo indizio si mise subito al suo fianco e Baron
le offrì il braccio. Una donna con il volto celato da un cappellino a veletta.
Albert non distinse il volto, anche a causa del cilindro di Baron, ma il gesto
con cui prese Baron a braccetto ed il suo portamento accesero in lui una
curiosità che non seppe spiegarsi. Mentre entravano, sette uomini eleganti, ma
dall’aria non proprio raccomandabile, li seguirono senza dire una parola.
Decise che a furia di riflettere stava iniziando a vedere indizi ovunque, ma
decise anche di cercare di scoprire qualcosa di più.
Sayonji
salutò Albert.
“Meglio che
vada a controllare i miei. Ci si vede, Albert!”
“Arrivederci,
ingegnere”
Sayonji si
avvicinò a Yamato, il suo capo meccanico, e lo vide intento a parlare con Joe
Shimamura ed una ragazza bionda. Mutsu e Gantetsu si stavano presentando
educatamente ad entrambi. Ken era al bancone del bar, sequestrato da un gruppo
di giovani ammiratrici chiassose. Sakura stava ballando con ragazzo alto dai
capelli rossi: Jet Link.
”Beh” pensò
Sayonji “Il gemellaggio prosegue, e quel Link non mi dispiace”
Poi si
avvicinò ai suoi piloti, che lo salutarono.
Joe lo
riconobbe e gli si rivolse come un fan.
“Ingegner
Sayonji!”
“Shimamura!
Il mio avversario preferito! Sei in gamba ragazzo! Ci vuole gente come te nel
mondo delle corse, altro che Ayab. E ci vorrebbe gente come te e Link anche
nella mia scuderia. Potreste rifletterci su, voi due!”
“Potremmo
davvero parlarne. Sarebbe un onore” rispose Joe, serio.
Sayonji si
rivolse a Françoise.
“Immagino che la tua dama sia la ballerina
francese di leggendaria bellezza che ha ispirato lodi a tutto l’autodromo!”
“Volete
farmi arrossire, ingegner Sayonji? Sono Françoise Arnoul” e, con gesto aggraziato,
gli porse la mano affusolata.
Sayonji la
strinse con delicatezza nella sua, grande e brunita, sorridendole.
Sorridendole?
La ragazza di Shimamura aveva strappato un sorriso a Sayonji! Era lei la
vincitrice delle due dozzine di rose che il Sayonji Racing Team aveva
segretamente messo in palio all’insaputa del suo leader e di Sakura alla donna
che vi fosse riuscita durante un ricevimento. Ovviamente Sakura era esclusa.
Gantetsu, Mutsu e Yamato si scambiarono un’occhiata di intesa, e, senza saperlo,
Françoise fu eletta reginetta di quel concorso segreto.
L’orchestra
fece una pausa. Le coppie in abito da sera cessarono le loro evoluzioni e si
scomposero. Françoise si rivolse perentoria a Joe.
“Il
prossimo è nostro!”
“Ma…..non
si potrebbe aspettare ancora?”
“Ne ho già
aspettati sei, caro il mio debuttante!”
“E va bene”
disse Joe, rendendosi conto di non poter più rinviare il momento della verità.
Françoise
si strinse a Joe.
“Tranquillo,
campione. Ci sono io al tuo fianco” e lo guardò negli occhi. Joe la ricambiò ed
entrambi ebbero un momento di estasi durante il quale il direttore salì sul
podio e le coppie si disponevano in cerchi concentrici sulla pista. Françoise
se ne accorse all’ultimo istante e con un rapido “Sevuolescusarcingegnere”
diede un strattone a Joe e lo portò nel cerchio di coppie più esterno. Sayonji
li guardò, divertito. Da lontano, Ken unì indice e pollice in un cerchio
perfetto e lo mostrò a Joe facendo il segno dell’ok. Aveva intuito il suo
imbarazzo. Il silenzio scese sulla sala, per non disturbare l’attacco
dell’orchestra ovviamente, e non perché tutti avessero lo sguardo fisso su loro
due, ma Joe provava ugualmente quella sensazione. Cinse con il braccio sinistro la vita di
Françoise e distese il destro. Françoise gli appoggiò la sinistra sulla spalla
ed appoggiò la destra su quella di Joe. Era entusiasta, ma non dimenticò di
fare a Joe una raccomandazione perentoria.
“Non stringere i denti mentre balli, o mi
trascinerai in un altro tornado e travolgeremo tutti”
L’orchestra
attaccò.
Mentre Ken
faceva l’ok a Joe, una ragazza gli si avvicinò. Alta e snella, aveva il volto
dall’incarnato diafano incorniciato da una scintillante chioma di capelli
rossi, ed i lineamenti delicati e spirituali che adornano il volto delle
giovani inglesi. Indossava un lungo abito azzurro di satin, stretto in vita da
una cintura tempestata di brillanti. Le braccia dai polsi sottili sorreggevano
una stola di visone drappeggiata sugli omeri. Le dita lunghe ed affusolate
della mano destra formavano un intreccio aggraziato intorno al lungo bocchino
nero con cui aspirava fumo da una sigaretta alla menta. Una rosa bianca ornava
i suoi capelli tenuti in ordine da un cerchietto, ed i suoi occhi grigi avevano
un’espressione decisa. Quando il Falco fece per voltarsi, la ragazza gli
sorrise.
“Hai un
minuto per me, Falco rapace, o le tue ammiratrici non ti danno tregua?”
Ken rimase
stupefatto.
“Romy!!”
“In
persona, mio bel pilota!” fece lei, sorniona.
“Romy, ho
saputo di tuo padre! Credimi, la sua morte mi ha profondamente colpito.Ti
faccio le mie condoglianze”
Le tese la
mano.
Lei la
strinse, commossa.
“Grazie,
Ken. Sono qui per parlarti……in privato”
“Va bene,
Romy, parliamo, vieni”
Scesero al
piano inferiore, uscirono per un portone secondario e si incamminarono per un
dei viali dell’immenso parco. Incontrarono mute sculture neoclassiche e fontane
luminose via via che la vegetazione si faceva più fitta. Giunsero ad un spiazzo
circolare, adorno di un cerchio di sculture di divinità olimpiche. Al centro,
pesci rossi nuotavano dentro una vasca di marmo attorniata da una ringhiera di
ferro battuto. Fuori dal cerchio di luce dei lampioni, il bosco era un
intreccio di infinite gallerie che si perdevano nell’oscurità.
“Ken,
ricordi la nostra vecchia sfida?”
“Sì,
certamente”
“Fosti tu a
vincere”
“Sì Romy”
“Ebbene,
sono tornata per batterti”
Orgogliosa
come Athena, passionale come una Walkiria, la ragazza sfidò Ken con i suoi
occhi grigi, sicuri e determinati. Parlava con la certezza assoluta di
riuscirci.
“Se vuoi
gareggiare con me, puoi farlo su un circuito ufficiale, come tutti”
“Avremo
molte occasioni di misurarci, Falco.Voglio che la scuderia di mio padre risorga
e devo dimostrare di essere all’altezza, battendo te! In tutti questi anni non
ho fatto che studiare ed allenarmi, ed ora posso farlo”
“Romy, io
non sono mai riuscito a capire tutto l’antagonismo che provi nei miei soli
riguardi. Sembri volerci mettere qualcosa di personale, ma perché? Perché
quest’ossessione? Sai, io ho spesso pensato a te e……”
“E?”
rispose lei altera
Ken parve
perdere la pazienza. Si lasciò andare e le disse tutto quello che provava.
“Ebbene,
battimi, se vuoi, ma io penso che noi saremmo fatti per stare insieme e se tu non avessi vissuto in funzione di questa
fissazione, forse a quest’ora tu ed io……”
Sentì il
sapore bruciante di uno schiaffo sulla guancia.
Romy lo
guardava tremante con le lacrime agli occhi.
Il vento si
calmò improvvisamente ed il silenzio si fece assoluto.
“Se sei
tanto forte da darmi lezioni, perché non mi hai fatto questi discorsi anni fa,
anziché sparire per inseguire i tuoi sogni di gloria?”
“Romy, io
non pensavo che tu potessi provare per me sentimenti profondi”
“Che ne sai
di quello che posso provare?”
Ken era
rimasto di sasso.
“Romy…….”
“Ken, io
ora devo batterti. Vedi, io correrò per la scuderia di Ayab”
“No, Romy,
che hai fatto?!”
Romy
proseguì, con la voce rotta dal pianto.
“Con il
loro denaro salverò la casa automobilistica di mio padre. Gli ho promesso in
punto di morte che avrei continuato, ed è morto felice. Ken, ora sei tu il mio
nemico.”
“Romy, io
non ho fatto che pensare a te, se solo avessi immaginato…..”
“E’ tardi,
Ken……”
“No,
maledizione, no!!!! Romy, insieme possiamo trovare il modo…...”
Romy prese
fiato a strappi.
“Smettila
di torturarmi, non ti basta tutto il male che ci siamo già fatti?”
Ken non le
rispose. Quelle parole lo ferivano come pugnali.
Lei gli
mise in mano una busta sigillata ed una rosa rossa. Poi lo guardò in viso
pronunciando un passo da “Romeo e Giulietta” di Shakespeare. Erano le parole che Giulietta aveva pronunciato
proprio durante un ricevimento, quello nel quale incontrò Romeo.
Ken faticò
a credere a quello che udiva.
“Il mio
unico amore nato dal mio unico odio! Perché?”
Poi si
voltò e fuggì in lacrime.
Nella sua
immaginazione Ken la inseguì, la fermò, la strinse a sé e la baciò. Nella realtà, frastornato da
quell’emozione improvvisa, esitò troppo e lei sparì. Poco dopo, il rombo di una
macchina sportiva ruppe il silenzio e Ken vide la luce rossa dei fari
posteriori di una fuoriserie uscire in lontananza dal parco, prendere la strada
principale e diventare un lontano puntino di luce rossa, che si spense. A Ken
rimasero soltanto la lettera di Romy ed il profumo di una rosa rossa.
Un istante
prima della musica Joe era convinto che quella sera il “Circo Shimamura”
avrebbe avuto centinaia di spettatori, ma il suo corpo non aveva dimenticato.
La tensione scomparve d’incanto, ed iniziò a portare Françoise, che a sua
volta, con la sensibilità al ritmo ed all’armonia che le avevano aperto le
porte dell’Operà di Parigi, lo seguì con
naturalezza. Iniziarono a muoversi lungo un merletto invisibile tracciato sul
pavimento di marmo lucidato, seguendo la direzione di tutte le altre coppie,
finché Joe non si rilassò e lasciò che la musica lo pervadesse. Françoise sentì
che condividevano la stessa sensazione, che lui in quel momento poteva capire
il suo amore per la danza, sentì che condividevano qualcosa che non avrebbe mai
pensato di condividere con lui, e quell’empatia fu bellissima. Danzarono leggeri,
rapiti, mentre il salone girava loro tutto intorno e loro ne erano divenuti il centro. Non
avrebbero neppure saputo dire se fosse il salone a ruotare realmente, e loro ad
essere fermi. Si guardavano negli occhi, scambiandosi mute parole di gioia, e
quella magia proseguì per un tempo che parve infinito.
“E’
bellissimo, amore mio” disse Françoise.
“Tu rendi
tutto bellissimo” le rispose Joe.
Il valzer
era prossimo alla fine, quando Françoise diede improvvisamente un guizzo di
spavento ed attivò le sue fotocamere cibernetiche per ingrandire la scena che
vide nel vestibolo d’ingresso della sala da ballo.
Dopo essere
rimasti al piano inferiore piuttosto a lungo, Baron ed i suoi sgherri fecero il
loro ingresso nel salone. La donna velata non era con loro.
Si
trovarono di fronte Sayonji e la sua squadra, e l’atmosfera fu davvero quella
dell’OK Corral. Il vestibolo del salone divenne Tombstone per un lungo istante.
Sayonji, Gantetsu e Kamikaze, con la loro posa decisa, parevano i tre fratelli
Earp, e Yamato un passabile Doc Holliday. Di fronte a loro, la banda
Clanton-McLowery del mondo delle corse con il suo consueto sfoggio di facce
patibolari. Mancavano solo i cinturoni ed i cappelli a sombrero.
Sayonji
aveva appena finito di raccomandare ai suoi di evitarli.
Baron prese
la parola, sfoggiando il suo sorriso lubrico. I suoi modi viscidi come olio
lubrificante non riuscirono però ad ammorbidire l’espressione granitica di
Sayonji.
“Ingenger
Sayonji, che piacere vederla!”
“Il piacere
è tutto suo”
“Spontaneo
come sempre, ingegnere, ma, visto che siamo in casa d’altri, confido nella sua
capacità di tenere a freno se stesso ed i suoi campioni”
“In
effetti, siamo in territorio neutrale. E poi la vostra batosta per oggi l’avete
già avuta. Potete godervi la serata”
Sayonji
fece un gesto teatrale con il braccio, ed i suoi piloti fecero ala a Baron ed
ai suoi. Le occhiate che si scambiarono furono fin troppo eloquenti.
Quando
Baron e la donna si lasciarono, Baron salì al piano superiore con i suoi,
mentre lei si mosse verso un corridoio a sinistra dello scalone di marmo.
Albert la seguì, armando la mitragliera installata nella sua mano destra. La
figura femminile, non molto alta di
statura ma armoniosa, si voltò e lo fronteggiò in silenzio, il volto celato
dalla veletta. Albert giocò la sua carta, spinto da una sensazione che si
faceva sempre più forte.
“Vi occorre
un pilota che non teme il rischio e che vuole essere ben pagato?”
Lei esitò,
poi rispose in tono aspro.
“Seguitemi!”
All’improvviso,
Albert le tappò la bocca, la trascinò in una rientranza e le strappò il velo.
Rimase di
pietra.
Anche la
donna lo guardò, e divenne catatonica.
Poi fuggì,
scossa e stranamente assente.
Albert
rimase attonito. Era per forza una trappola, una maledetta trappola, era un
tranello, era una tattica per spezzargli i nervi! Udì passi pesanti avvicinarsi
e guadagnò l’uscita.
Joe vide
Françoise cambiare espressione e fece per fermarsi.
“No!” lo
supplicò lei sottovoce “Continua a ballare!”
“Cosa
succede?”
“Ti prego,
portami verso il fondo del salone ed esci dalla pista da ballo. Fidati di me.
Ti spiegherò tutto”
Joe obbedì.
Dando le
spalle all’ingresso, Françoise estrasse il portacipria e finse di rifarsi il
trucco. In realtà puntò lo specchietto verso l’entrata e scandagliò l’immagine
riflessa con le sua vista potenziata. La mano le tremò al punto che il
portacipria le cadde. Con i suoi riflessi potenziati Joe lo raccolse al volo e
la guardò intensamente.
“Joe, è….è
lui!!” disse a voce bassa.
“Lui chi?”
“Quello con
il cappello a cilindro, quello che ha parlato con Sayonji!”
“Ebbene,
come lo conosci?”
“Joe” disse
lei con gravità “Ne sono sicura. E’ l’uomo che mi rapì per conto del Fantasma
Nero!”
Joe tacque
a lungo, poi disse:
“Chiamiamo
gli altri”
Jet aveva
appena finito il suo giro di valzer con Sakura quandi udì la voce di Joe
attraverso la sua trasmittente interna.
“002, non
riesco a contatare 004. 003 sta cercando di individuarlo. Non è a questo piano
e neppure a quello superiore. Il piano inferiore è schermato contro i raggi X.
Deve trovarsi lì. Portalo alla macchina. Se incontri Sayonji, salutalo e
lasciagli i nostri telefoni. Annotati il suo. Ci torneranno utili. Ah, lascia
stare, a questo pensiamo noi. Ci vediamo alla macchina. Non possiamo combattere
qui e non posso lasciare Françoise. Ti spiegheremo dopo”
Jet notò
subito che Joe gli si era rivolto con il suo numero operativo. Significava
emergenza.
“Ricevuto,
009”
Jet si
mosse immediatamente. Si congedò da Sakura, che però gli chiese il telefono
lasciandogli il suo personale, e scese al piano inferiore. A sinistra dello
scalone, notò un corridoio. Vi si diresse con indifferenza, ma armò il laser
nella fondina ascellare. Il locale era schermato contro onde radio e raggi X.
Una tecnologia che solo il Fantasma Nero poteva possedere illegalmente. Non
ebbe bisogno di entrare, Albert venne verso di lui, ma con un’espressione che
gli fece paura.
“004,
sembra che tu abbia visto un fantasma…”
Lui rispose
con voce piana.
“E’ così”
Capitolo 5
Albert e
Jet uscirono all’aperto esteriormente disinvolti, ma pronti a scattare. Si
avviarono verso il parcheggio delle auto, affiancandosi a Joe e Françoise.
003 aveva i
sensori al massimo, pronta a dare l’allarme.
Joe usò la
trasmittente interna.
“Albert,
dove ti eri cacciato?”
La voce del
tedesco era visibilmente tesa.
“Verificavo
un indizio relativo alla pista delle corse clandestine in Giappone, ma mi hanno
scoperto. Fate attenzione”
Joe rimase
perplesso. Albert non era tipo da rimanere scosso per nulla.
“003, passa
ai raggi x la nostra macchina e segnala qualsiasi ordigno anomalo. Togli la
sicura al tuo laser”
“Ricevuto,
009” Infilò la mano nella borsetta e fece un movimento rapido. Poi fissò la
loro berlina e si concentrò.
“Tutto
normale” riferì la ragazza.
Mentre
salivano, Jet sorvegliò il viale, poi salì richiudendo rapidamente la portiera.
Joe diede
all’autista un indirizzo differente da quello della loro vera destinazione, per
evitare agguati. Avrebbero raggiunto i loro alloggi all’autodromo con altri
mezzi ed avrebbero chiesto al Professor Gilmoure di fare ritorno con il Dolphin. Françoise era seduta
in modo da avere il lunotto posteriore davanti agli occhi, per analizzare
eventuali automobili inseguitrici. Jet vide un assembramento di individui che
si scambiavano frasi rapide, ma concitate, davanti al portone della villa.
“A
giudicare dal trambusto al portone, qualcuno si sta interessando al lavoretto
che Albert ha fatto poco fa” disse Jet comunicando con la sua trasmittente
interna. Quando si trovavano in situazioni potenzialmente ostili, avevano
l’ordine di usare quel sistema di comunicazione.
Françoise
ingrandì l’immagine e distinse nuovamente Baron.
“C’è anche
quel maledetto!”.
“Quale?”
chiese Jet
“Una mia
vecchia conoscenza. Quello con il cappello a cilindro!”
“Tua vecchia
conoscenza?” chiese Albert stupefatto “Baron della Black Shadow? E dove lo
avresti conosciuto?”
“Anni fa,
quando ero umana. Quando salii su una macchina come questa per valutare una
proposta di lavoro come ballerina, e quel porco si avventò sul mio viso con un
tampone di cloroformio mentre i suoi sgherri mi bloccavano le braccia! E’
lui!!”
“Cerca di
stare calma, Françoise. Quando saremo a casa ne discuteremo con il professore e
con tutti gli altri”
“Albert, a
te cosa è successo” domandò Jet “Cosa intendi con “ho visto un fantasma”?”
“Fantasma?”
chiese Joe.
Albert era
teso. Pareva assente. Esitò prima di replicare.
“Non ora,
ragazzi. Vi dirò tutto ma…preferisco parlarne dopo che saremo arrivati.”
“Va bene,
004. Ora dobbiamo solo pensare a stare in guardia. Se cadiamo vittima di un
agguato, quanto abbiamo scoperto non servirà a nessuno!”
La berlina
nera fece il suo ingresso nell’immensa area di parcheggio dell’autodromo di
Daytona. Uno dopo l’altro, Sayonji ed i membri della sua squadra scesero e si
diressero ai rispettivi alloggi. Ken raggiunse la sua stanza, accese la luce,
mise la rosa che Romy gli aveva lasciato in un bicchiere d’acqua e guardò la
busta. Aveva un sigillo di ceralacca con l’emblema della famiglia Wells, ed il
retro vergato dalla elegante e curvilinea grafia di Romy. C’era scritto
semplicemente “Per Ken”. Ken si rigirò fra le dita la busta, e decise di
aprirla solo dopo essersi tolto un dubbio,
dubbio di cui poteva parlare solo con una donna. Ancora in smoking, uscì
nel corridoio e bussò alla porta di Sakura.
“Chi è?”
chiese le ragazza.
“Sono Ken”
“Ken? A
quest’ora? Cerchi un flirt, mio bel pilota, o vuoi parlarmi di qualcosa?”
“Voglio
parlarti”
“Solo
parlare?”
“Sì!”
“E va bene,
entra pure”
Sakura si
era cambiata. Indossava solo un top e calzoncini davvero corti. Era scalza, il
che le dava un tocco di sensualità in più. Vedendola così succinta, Ken non la
trovò affatto male.
“Bene!”
fece Sakura, facendolo accomodare su una sedia e sedendosi a gambe incrociate
sul letto “Affari di cuore!”
“Possibile
che riesca sempre a leggermi come un libro aperto?” pensò Ken, lieto che la sua
confidente avesse rotto prontamente il ghiaccio.
“Sakura, al
ricevimento ho incontrato Romy Wells”
“Romy, la
tua quasi fidanzata o ex fidanzata?”
“Lei!”
“Cosa vi
siete detti?”
“Se non ti
dispiace preferirei non approfondire in questo momento. Sono ancora confuso”
rispose Ken evasivo “Vorrei solo un tuo parere in merito ad un dettaglio. Vedi,
al termine del nostro incontro, Romy mi ha lasciato una busta, indirizzata a
me, ed una rosa rossa. Le rose rosse sono il simbolo della sua famiglia.
Secondo te, è questa la ragione?”
Sakura
rimase in silenzio a lungo, come se dovesse valutare bene la risposta. La
veneziana della finestra tagliò la luce azzurra dei fari di una macchina che
passava, poi tornò la penombra illuminata solo da una piccola lampada sul
comodino.
“No, Ken.
La rosa rossa significa amore, passione. Romy ti ama.”
“Come puoi
esserne certa?”
“Sono una
donna Ken. Io posso capire una simile sfumatura”
“Grazie
Sakura”
Ken le fece
una leggera carezza sui capelli, come un fratello, le augurò la buonanotte e
fece per uscire.
“Ah!
Sakura! Com’è andata con Jet Link?”
“E’ andata
meglio di quanto immagini” fece lei, languida.
“Mi fa
piacere!”
Ken fece
ritorno nella sua stanza.
Ora era
certo di poter leggere quella lettera nel modo giusto.
Sakura si
sdraiò sul letto, intrecciò le dita dietro la nuca ed emise un sospiro che si
trasformò nella parola “Jet”.
La macchina
di Romy terminò la sua lunga corsa di fronte al cancello elettrico di una villa
circondata da un alto muro. Lo aprì con un telecomando e fermò la sua potente
macchina da corsa dalla linea retrò tipicamente inglese davanti all’ingresso.
Quando richiuse la porta e fece per raggiungere la sua stanza, la serratura
della porta d’ingresso scattò di nuovo ed entrò anche Baron.
“Bene
arrivata, Lady Wells. Avete svolto il vostro compito?”
“Sì”
“Molto
bene. Siete certa che Ken Hayabusa verrà?”
“Sì. Lo
conosco, verrà”
“D’accordo,
Milady, e, se ci dimostrerete di essere all’altezza di batterlo potrete correre
per noi a Tortica. In cambio il barone Ayab salverà la casa automobilistica di
vostro padre, così potrete continuare la sua opera. Occorre una bella cifra, e
dovete guadagnarvela. Tuttavia, mia cara, ci sarebbe un modo per avere molto di
più, sapete?”
“Che cosa
intendete dire?” chiese Romy, indietreggiando di fronte al sorriso lubrico di
quell’alleato pericoloso.
“Oh, solo
che, quando si hanno ambizioni come le vostre, bisogna scegliere l’uomo giusto,
Milady. E voi avreste bisogno di un uomo al vostro fianco”
“Non vi
avvicinate!” gli intimò Romy, ormai con le spalle al muro.
Il sorriso
di Baron si allargò.
“Adesso
parlate in questo modo, ma con il tempo mi amereste, perché tutte le donne in
fondo amano il denaro e il potere”
Romy tentò
di schiaffeggiarlo, ma lui le bloccò i polsi e glieli schiacciò contro il muro.
“Lasciatemi,
vigliacco!” gridò Romy. Il contatto con le mani di quell’uomo bruciava come un
acido. L’alito le parve un lezzo di fogna. Quel sorriso dai denti affilati era
peggiore di qualsiasi manifestazione di collera. Dal petto di Baron iniziò a
sgorgare una profonda risata gutturale, che si tramutò improvvisamente in un
rantolo strozzato quando il ginocchio di Romy scattò centrandogli l’inguine.
Baron unì di scatto le ginocchia tenendo distanziate le caviglie e cadde
all’indietro, trascinando Romy con sé. La ragazza si dibatteva sopra di lui
come un’anguilla, cercando di artigliare il viso di quell’uomo disgustoso.
Baron era combattuto fra la necessità tipicamente maschile di premersi il basso
ventre in queste circostanze e quella di
tenere bloccati gli artigli di quella tigre. Le sue imprecazioni avevano un
tono smorzato, boccheggiante. Quelle di Romy erano fin troppo nitide.
La scena
d’idillio venne interrotta da una lunga ombra che oscurò la lampada a muro. La
gigantesca figura corazzata di Ayab si parò di fronte a loro. Da quell’elmo
esplose un comando perentorio.
“Ora
basta!!!”
Romy e
Baron si bloccarono.
“Bene bene!
Ci teniamo in forma con la lotta libera, Baron. Se ha terminato, vorrei
parlarle”
Il suo tono
ironico suonava come il rumore di un serpente che striscia su uno scheletro
abbandonato nella giungla.
Rialzatosi
in piedi, più o meno, Baron rispose:
“Sì, mio
signore”
“In quanto
a voi, Lady Wells, per oggi può bastare. Raggiungete pure la vostra stanza”
Romy scoccò
a Baron un’occhiata bieca e si allontanò senza rispondere.
Baron, che
aveva ripreso a camminare bene, seguì Ayab nel suo studio.
“Bene,
Baron. I nostri tre gemelli tibetani sono impazienti di avviare il loro
progetto di scavo a Tortica, e noi lo siamo altrettanto di intraprendere la
gara che ci renderà leader dell’automobilismo mondiale. Ci occorre la Maestà Reale per
vincerla, ed al contempo ci occorre gettare discredito su Sayonji e liberarci
di Hayabusa il Falco. Questo lo sai, vero?”
“Sì mio
signore”
“Il tuo
piano procede, Baron?”
“Sì, mio
signore. Il Falco accetterà sicuramente la sfida di Lady Wells, e, durante la
loro corsa, un incidente… diciamo fortuito… li ucciderà entrambi. Troveranno il
Falco ed i rottami della sua macchina. Non troveranno Lady Wells e neppure la
macchina che fu di Sir Roulance, l’imbattibile Maestà Reale”
“Bene,
Baron. Gli Spettri Neri invieranno i loro soldati. Un lavoro pulito ed
efficiente. Ma ciò che conta di più e che saremo noi ad uscirne puliti. La Black Shadow corre su
circuiti ufficiali, non clandestini. Lo scandalo travolgerà anche Sayonji.
Pensa: il suo migliore pilota che corre in gare illegali accettando denaro da
criminali. Che notizia bomba! La stampa non se la farà sfuggire, Baron. Avremo la Maestà Reale, anche
se danneggiata, ma potremo comunque ripararla e, se dovesse servirci aiuto, i
tre gemelli ce lo daranno. Studiandola produrremo una nuova generazione di
automobili da corsa. Riguardo a Lady Wells, pare che il corpo possa essere
utile ai nostri recenti finanziatori. Sei d’accordo Baron, o la preferiresti
per te? Se vuoi giocarci un po’, potrebbero lasciartela”
“E’ lo
stesso. Non è divertente come giocattolo. Non è abbastanza stupida.”
“Allora i
tre gemelli avranno una cavia davvero splendida”
Dopo il
colloquio con Sakura, Ken era tornato nella sua stanza… aveva ancora tra le
mani la lettera di Romy…
Si distese
stancamente sul letto, lo sguardo fisso sul soffitto della lussuosa camera dell’hotel…
prendendo tempo… non aveva ancora il coraggio di aprire quella maledetta busta…
Chiuse gli
occhi un istante… respirando profondamente… alla fine si decise… ruppe
velocemente il sigillo che chiudeva la busta e ne estrasse un piccolo foglio di
carta, ripiegato accuratamente, insieme alla mappa di un circuito…
Al suo
interno… poche righe esprimevano tutte le emozioni di un cuore in pena:
“Ciao Ken,
che strano…
non avrei mai creduto che un giorno avrei scritto una lettera, io che sono
sempre stata abituata ad agire, a parlare con chi ho davanti, piuttosto che
rifugiarmi in fredde parole affidate ad una penna e ad una pagina bianca,
eppure…
Forse ho
sentito per la prima volta in vita mia la necessità di scrivere perché solo
così riesco ad esprimere i miei sentimenti nei tuoi confronti, solo così posso
aprire la mia anima…
Sì, ti ho
amato Ken, moltissimo, anche se a volte preferivo nasconderlo sotto un velo di
indifferenza nei tuoi confronti… so però che questo per me è un sentimento
impossibile, qualcosa che dovrò imparare a trasformare in odio: tu sei il mio
rivale, colui che dovrò battere apertamente se voglio far rivivere la gloria
che fu di mio padre!
Sono
pienamente cosciente di questo e farò tutto ciò che è in mio potere per
realizzarlo. Sarai informato dettagliatamente della nostra sfida da chi di
dovere, intanto troverai in questa busta la descrizione del percorso da
affrontare; mi dispiace Ken, forse se ci fossimo incontrati in un altro tempo…
in un altro luogo… se fossimo state due persone diverse… ma il destino ha
voluto così ed io non ho più né la forza né probabilmente la volontà di
cambiarlo…
Ti auguro
buona fortuna Falco… addio.
Romy”
Rimase
così, con la sua lettera in mano, con gli occhi lucidi di lacrime inespresse,
un tempo infinito…finché uno squillo del telefono lo riportò alla realtà…
Il giorno
successivo Romy telefonò alla donna che organizzava le corse clandestine e le
confermò di avere consegnato a Ken la sua sfida. Era esacerbata dal fatto di
doversi servire di simili alleati. Forse, dopotutto, Ken aveva ragione. Però
aveva giurato a se stessa di salvare la casa automobilistica della sua
famiglia, e ci sarebbe riuscita gareggiando.
La donna
dall’accento straniero rispose dal suo telefono mobile, fornendo a Romy
numerosi dettagli in merito alla gara clandestina che aveva organizzato Non
fece caso al gatto che, sdraiato vicino alla sua sedia a sdraio, si godeva il
sole a propria volta. Il gatto invece fece caso alla sua telefonata,
annotandosi mentalmente luogo ed ora della gara ed il nome di Lady Wells e di
un’auto da corsa detta “Maestà Reale”.
Poi si stirò vistosamente, sbadigliando, e si allontanò trotterellando,
con un’espressione di soddisfazione decisamente umana sul muso. Sparì dietro
una siepe, da cui ricomparve un uomo di media statura, calvo, in abito chiaro e
cappello “panama”, che si diresse verso il chiosco di rosticceria cinese dal
lato opposto della strada. Il rosticciere era un ometto grassottello, di bassa
statura e dall’aria gioviale.
“Tutto ok,
007?”
“Tutto ok,
006. L’ho anche fotografata. E’ stato difficile pedinarla fin dal Giappone, ma
alla fine ci siamo riusciti. Abbiamo le informazioni per infliggere un duro
colpo a quest’organizzazione. E’ una vera fortuna che 002, 003, 004 e 009 siano
nelle vicinanze, a Daytona. Dobbiamo contattarli. Ne sono certo, quella donna è
al servizio del Fantasma Nero. Abbiamo tempo fino a stasera per organizzare
un’azione.”
La mano metallica di Albert Heinrich
percosse con la palma il piano del tavolo.
“Vi dico
che era lei!”
Gli altri
lo guardavano fissi e muti. Il silenzio era greve, palpabile come la tensione
per ciò che avevano appena udito.
Alla fine
Joe prese la parola.
“Albert,
ascolta. Non lo dico perché non ti credo. Non ci inganneresti mai su una cosa
del genere, ma sei sicuro di non aver preso un abbaglio?”
“L’ho avuta
davanti agli occhi, l’ho tenuta stretta, le ho guardato il viso ad un palmo di
distanza. Come potrei non riconoscere quel volto?”
“A volte si
ha la sensazione di riconoscere una persona e poi ci si rende conto che una
somiglianza ci ha giocato un brutto scherzo. Inoltre l’hai vista da vicino, ma
per pochi istanti in un angolo buio. Potresti avere avuto un’impressione
errata.”
Albert
esitò un poco.
“Non credo
di essere in errore, Joe! Non credo che potrei sbagliarmi proprio su quel
volto”
“Il
Fantasma Nero potrebbe averlo replicato per tenderci un tranello”
“Non
potevano replicare anche il portamento, la gestualità, il timbro di voce. Io
ricordo ogni suo gesto, ogni sfumatura. Sarei in grado di distinguere una copia”
“Però”
obiettò Joe “Non ha reagito riconoscendoti”
“No, però
pareva colpita. Non era semplice spavento. Non ha chiesto aiuto quando le ho
liberato la bocca. Era come se… qualcosa fosse riemerso ecco”
Jet parve
dubbioso.
“Scusa,
Albert, forse sono un pochettino scettico ma, ammesso che si tratti davvero di
lei, occorrerebbe il Professor Gilmoure con il suo laboratorio per affermarlo
scientificamente”
“Sì”
convenne Albert mesto “è vero”
“In ogni
caso” disse Joe “se hai ragione e se è possibile salvarla, non hai che da farci
un cenno e saremo tutti con te”
Gli altri
annuirono.
Albert li
guardò tutti con gratitudine.
“Grazie
amici”
Qualcuno
bussò alla porta. Jet ed Albert sobbalzarono. Albert preparò la mano armata.
“Calma!”
intimo Joe “003, controlla!”
La ragazza
fissò la porta e guardò a destra e a sinistra..
“Tutto a
posto. Sono Chang e Bretagna. Il corridoio è vuoto.”
Joe andò ad
aprire.
Chang li
salutò gioviale.
“Salve
ragazzi! Ma…..che espressioni gravi! E’ successo qualcosa?”
“Sì,
parecchie cose. Vi spiegheremo tutto ma, come mai siete qui?”
“Siamo
riusciti a pedinare la donna che organizza le corse clandestine per il Fantasma
Nero. L’abbiamo seguita fin dal Giappone, e le abbiamo carpito informazioni per
tentare un’azione. L’abbiamo anche fotografata! Ma non c’è molto tempo. La gara
si terrà stasera. Abbiamo già fatto rapporto al Professore”
Albert
diede un guizzo improvviso.
“Bretagna,
puoi mostrarmi quella foto?”
“Eccola”
Bretagna la mostrò orgoglioso con una mossa da prestigiatore “Begli occhi azzurri,
vero?”
“Altrochè”
rispose Albert malinconico, ed a sua volta mostrò una foto a Bretagna.
“Oh… vedo
che l’hai fotografata anche tu?”
L’espressione
e l’acconciatura dei capelli erano differenti, ma i tratti del volto erano
identici.
“Già…”
“Quando e dove?”
“Nella
Germania Est, tanti anni fa, quando ero ancora interamente umano, pochi mesi
prima di tentare di forzare un posto di blocco lungo il muro di Berlino con il
mio camion…….con lei….”
Albert
porse la foto a Bretagna, che la accostò alla sua. I due volti erano identici.
Notò una scritta a penna in corsivo sulla foto di Albert, racchiusa in un
cuore. Bretagna conosceva poco il tedesco, ma si intuiva che era una dedica.
Sul fondo, in un’elegante e curvilinea grafia femminile, il nome dell’autrice.
Se Jet non
gli avesse spinto prontamente una sedia dietro, Bretagna sarebbe caduto sul
pavimento.
Il nome
dell’autrice era “Hilda”.
Joe decise
di verificare ancora due dettagli del quadro che si stava delineando. Mandò Jet a chiedere informazioni a Sayonji
in merito alla “Maestà Reale”. Jet si
recò ai box del Sayonji Racing Team e chiese dell’ingegnere. Lo indirizzarono
nel suo piccolo ufficio provvisorio. Sakura era con lui, e divenne raggiante
quando lo vide.
“Jet! Che
bella sopresa!”
“Ciao
Sakura!
“Salve,
Link!” disse Sayonji “Cosa posso fare per
te?”
“Salve,
ingegnere! Avrei un domanda da rivolgerle. Le dicono nulla le parole “Maestà
Reale?”
“Ah! La
“Maestà Reale”! Si tratta della macchina da gara di Sir Roulance Wells. Un
capolavoro realizzato circa dieci anni fa in un unico esemplare. Con essa Sir Roulance conquistò i circuiti di
mezzo mondo. Si tratta di una monoposto dalla linea classica, ma dalle
soluzioni avanzatissime. Dopo la morte di Sir Roulance, la macchina è sparita
insieme ai progetti. “
“Sir
Roulance non lasciò eredi? La macchina sarà passata a loro.”
“Solo sua
figlia Romy. Anche lei intraprese la carriera di pilota. Per quanto ne so,
anche lei si è volatilizzata dopo la morte di suo padre”
“Una morte
accidentale?”
“Apparentemente
sì. Come mai ti interessi alla “Maestà Reale?”
“Semplice
curiosità. Ne ho letto casualmente qualche notizia e mi è venuta voglia di
saperne di più e magari fare qualche ricerca. Sarebbe interessante trovarla”
Yamato
entrò nell’ufficio.
“Ingegnere,
abbiamo bisogno di lei. Salve, Jet!”
“Ciao!”
Sayonji si
alzò.
“Se volete
scusarmi, ragazzi”
“Prego”
fece Jet “La ringrazio, ingegnere”
“Non c’è di
che! A presto!”
Jet si
volse verso Sakura, che lo guardava con un’aria leggermente interdetta.
“Jet,
davvero ti interessi alla “Maestà Reale” solo per curiosità?”
“Cosa ti fa
sospettare altre ragioni?”
“Il fatto
che tu faccia domande sulla “Maestà Reale” poco dopo la ricomparsa di Romy
Wells”
“Ricomparsa?”
“Sì, era al
ricevimento ieri sera e si è incontrata con Ken”
“Ken la conosce?”
“Sì. Sai,
sono stati quasi fidanzati, anche se la loro fu una relazione burrascosa. Non
si misero del tutto insieme e neppure si divisero. Ken la sconfisse durante una
gara. Poi si persero di vista….fino a ieri sera. Jet, dimmi la verità. Mio fratello
non sa della ricomparsa di Romy, ed io avrei dovuto tenere tutto per me, ma
sono un po’ preoccupata. Promettimi di mantenere il segreto su quello che sto
per dirti”
“Sì, certo”
“Ecco…vedi…ieri
sera Romy ha dato a Ken una lettera….non ne conosco il contenuto….e Ken
stamattina ha chiesto un giorno di permesso ed improvvisamente è sparito con la
sua macchina. La cosa non ti dice nulla? E’ tutto a posto?”
“Sakura,
probabilmente Romy gli ha dato un appuntamento”
“Per
riprendere la loro sfida? C’entra la Maestà Reale? Dimmi la verità, Jet. Sai qualcosa?
Io ti ho detto tutto. Tocca a te.”
“Ho
raccolto voci in merito ad una gara a cui parteciperà la Maestà Reale”
“Una corsa
clandestina. Ken vuole rivederla, e Romy deve avere posto come condizione una
gara fra loro due. Questa segretezza non mi piace; non ho fatto la spia a mio
fratello, ma forse avrei fatto meglio. Su quelle gare si fanno scommesse, è un
brutto giro. Ken deve aver agito d’impulso, spinto dai suoi sentimenti, e
rischia di mettersi nei guai.”
“Sakura,
credo di sapere dove trovarlo. Gli parlerò e lo farò ragionare”
“Grazie,
Jet” rispose Sakura, e lo baciò sulla guancia.
Jet riferì
a Joe.
Il quadro
era chiaro.
Françoise
riconosce in Baron della Black Shadow l’agente del Fantasma Nero che la rapì.
Insieme a Baron giunge la donna che organizza gare clandestine per conto della
Black Shadow, o Fantasma Nero, visto che le espressioni sono sinomimi, e che è
probabilmente un cyborg anch’essa, forse nato dalla fidanzata di Albert
Heinrich. Bretagna la sente parlare della Maestà Reale ed ecco comparire Romy
Wells, ex rivale e quasi-ex fidanzata. che riprende i contatti con Ken. Il
giorno dopo Ken sparisce con la sua macchina.
Ancora un dettaglio.
Joe
contattò il Professo Gilmoure.
“001 è
sveglio professore?”
“Si, 009”
“Può
verificare la presenza di truppe del Fantasma Nero nell’area circostante
Daytona per un raggio di trenta miglia?”
“Attendete,
ragazzi” Joe e tutti gli altri udirono nella loro mente la voce di 001 ed
attesero.
“Confermato,
009. Truppe del Fantasma Nero. Fanteria, lanciamissili, mezzi corazzati ed elicotteri d’appoggio, ventitre miglia a
nord-ovest dalla vostra posizione”
Corrispondeva
al luogo in cui, secondo quanto scoperto da Bretagna, avrebbe avuto luogo una
gara clandestina.
Un agguato.
Ken e la
sua “fidanzata” erano in pericolo.
“Professore”
disse Joe, serio “Ci occorrono il Dolphin e tutta la squadra immediatamente. Se
non interveniamo entro stasera, il Fantasma Nero avrà nuove cavie.
Precipitatevi qui. Strada facendo, leggete il rapporto che sto per inviarvi .
Per ora è tutto, 009 chiudo”
Get your
motor runnin’ Fai correre il tuo
motore
Head out on
the highway Lanciati sull’autostrada
Lookin for
adventure In cerca dell’avventura
And
whatever comes our way E di qualunque
cosa incontreremo
Yeah
Darlin’ go make it happen Sì, ragazza,
fallo per davvero
Take the
world in a love embrace Stringi il
mondo in un’abbraccio d’amore
Fire all of
your guns at once Spara subito tutti
i tuoi colpi
And explode
into space E falli esplodere nello
spazio
Steppenwolf
– Born to be wild – Dall’album “Steppenwolf – 1968 – Testo e Musica di Mars
Bonfire
Le colline
formavano un immenso anfiteatro. Ai loro piedi, la chiassosa allegria del
raduno di motociclisti ed auto elaborate, rischiarato da fuochi accesi dentro
fusti di benzina, era chiaramente udibile dalle loro cime. Il rombo dei motori,
il rock pesante degli stereo portatili e le risa stridule delle ragazze dagli
occhi audaci e dai sorrisi sfrontati rimbombavano fino al cielo in un’unica
cacofonia. La birra scorreva a fiumi, fra espressioni volgari e scoppi di
ilarità. Alcuni scalmanati, abbigliati come se dovessero interpretare una
fantasia rock, ballavano scompostamente intorno ai fuochi. Si capiva che erano
ubriachi. Le auto sportive, elaborate con fantasia a volte grossolana ed adorne
di adesivi di case automobilistiche e competizioni cui probabilmente non
avevano avuto nulla a che fare, continuavano ad arrivare con il rumore
scoppiettante dei motori truccati.
Alcuni motociclisti, seduti nei cerchi delle loro moto chopperizzate si
arrostivano salsicce sui fusti fiammeggianti.
In mezzo a
quel baccanale, la macchina nota come la Maestà Reale
sfoggiava la sua linea nobile come quella della Sfinge di Gizah. Maestosa e
silenziosa, la scintillante carrozzeria rosa priva dei volgari orpelli di tutte
le auto elaborate che continuavano a disporsi a semicerchio ingrandendo il
raduno ed il suo caos motorizzato, pareva una leonessa accucciata con
aristocratica indifferenza in mezzo ad un branco di cani randagi intenti a
contendersi gli ossi. Il suo pilota era in piedi al suo fianco, altrettanto
indifferente alla baldoria che la circondava. La silhouette da pantera di Romy
Wells non si scomponeva al ritmo del rock che rimbombava dappertutto. I suoi
occhi grigi guardavano oltre il semicerchio di auto, fissi sulla strada, in
attesa del suo avversario. La fascia che
cingeva le dolci curve dei suoi fianchi le rendeva la vita straordinariamente
sottile. Le fiamme che uscivano da un fusto dietro di lei facevano risplendere
di un alone cremisi la sua chioma rossa mossa dalla brezza. La “principessina”,
come prontamente tutti l’avevano soprannominata, continuava a stare immobile
con il casco sottobraccio. I suoi stivali bianchi erano immacolati, la sua tuta
da pilota rosa e bianca la inguainava come una seconda pelle. Poi, quando i
suoi acuti occhi grigi distinsero un puntino di luce sulla strada, controllò
l’orologio da polso e si concesse un rapido sorriso di approvazione. Il puntino
si scisse in due luci, che si distanziarono sempre di più, mostrando
l’abitacolo dell’Hayabusa V-1. Romy distinse la calotta del posto di guida ed i
due alettoni che lo collegavano alle fusoliere che ospitavano freni,
sospensioni, alberi di trasmissione, fasci di cablaggio e convertitori, ed il
possente blocco motore posteriore sormontato dalla gondola del reattore V-1 e
dagli alettoni stabilizzatori a geometria variabile. Quando la Hayabusa rallentò fino a
fermarsi a fianco alla “Maestà Reale”, Romy
ne vide il nome impresso in rosso sulla fusoliera laterale. La Maestà Reale,
classica nella linea inglese da gran turismo almeno quanto la Hayabusa era futuristica,
aveva impressa sulle fiancate la scritta corsiva “Royal Majesty” a caratteri
dorati, insieme al nome “Wells” inghirlandato di rose rosse. Lo stesso emblema
che Romy aveva sulla manica destra della sua tuta.
La calotta
blindata del posto di guida dell’Hayabusa si ritirò, Ken ne saltò fuori con la
sua consueta mossa da atleta. Si slacciò il casco, lo mise sottobraccio e si
avvicinò a Romy. I due si fronteggiarono.
“Allora
Romy, ecco il tuo nemico. Sei riuscita ad odiarmi?”
Romy
replicò con amarezza.
“Ci sto
provando, Falco, ma non è semplice. Lo sarebbe se tu non mi guardassi in quel modo. Odiarti è
difficile almeno quanto amarti”
Romy si
interuppe mentre un velo di malinconia le rese vellutato lo sguardo. Poi
riprese, con un tono quasi divertito.
“Se almeno
ai miei occhi, con quella tuta, tu non fossi così bello….”
“Anche tu
sei splendida, Romy.”
“Siamo qui
per una sfida, Falco, non per una serata galante”
“Romy, la
rivincita ti spetta, ma sono qui anche per parlarti. Io odio le gare di questo
genere e questo ambiente da teppa. Non è degno di te, Romy. Farò del mio meglio per batterti, perché
voglio essere sincero con te ma, vedi, io…..volevo rivederti….e parlare di noi”
“Di noi?”
“Sì, a
costo di prendere altri schiaffi!”
“Se li
meriti, li avrai” fece lei, con una breve risata.
Ken le
mostrò la rosa rossa.
“Questa
cosa significa, Romy?”
Lei arrossì
un poco ed abbassò lo sguardo.
“E’….solo…..solo
il simbolo della mia famiglia”
“E c’è
bisogno di sfuggire il mio sguardo per dirmelo?”
Lei lo
fissò con i suoi grandi occhi.
Il suo
sorriso furbo e le sue parole infiammarono l’animo di Ken.
“Conservala
per la fine della gara, Falco! A volte i desideri si avverano!”
Videro
un’ombra oscurare la luce arancione del fuoco che li illuminava. Una ragazza
bionda dai tratti teutonici li guardò con fissità. Indossava stivali da
motociclista con rinforzi metallici, blue jeans, un top nero ed un bracciale di
pelle che le copriva tutto l’avambraccio destro. Disse loro una sola frase:
“Preparatevi! Quando il fazzoletto tocca terra, partite”
Romy
indossò il casco, fece un cenno di saluto a Ken e balzò leggera nel posto di
guida.
Ken fece
altrettanto. Conosceva il percorso… lo
aveva già studiato. Nessuno dei due però lo aveva mai affrontato prima. Erano
alla pari.
Romy e Ken
accesero i motori ed i fari. Il cerchio di curiosi si allontanò rapidamente.
Applausi e grida di incitamento si innalzarono assordanti.
La ragazza
tedesca si mise davanti alle macchine tenendo un fazzoletto con il braccio
destro teso, attese alcuni istanti e lo lasciò cadere. Le trazioni integrali
dei due bolidi corazzati fecero pattinare le ruote per un breve istante. La Hayabusa e la Maestà Reale
sollevarono una nuvola di polvere e sassi mentre si lanciavano come pantere,
accelerando a scatti ad ogni cambio di marcia come razzi a stadi. Le lunghe
scie di polvere si persero in lontananza, mentre iniziarono ad inerpicarsi per
il percorso che risaliva la montagna immersa nelle tenebre.
Nessuno
fece caso al piccolo velivolo a reazione che, schermato da sofisticate
contromisure elettroniche, sorvolò rapido la scena.
Il piccolo
aeromobile era l’auto trasformabile di Joe, pilotata da Piunma. Il Dolphin la
seguiva a pochi minuti di distanza, ottomila metri più in alto.
“009, qui
008. Sono partiti!”
“Ricevuto,
008. Seguili!”
Joe, in
divisa rossa sulla plancia del Dolphin si rivolse alla squadra.
“La gara è
iniziata. Avremo solo tre minuti per schierarci. Potremo anticipare l’agguato
del Fantasma Nero di soli dieci, al massimo venti secondi. Cyborg,
sincronizzate i cronometri da polso. Ivan vi teletrasporterà sulle vostre
posizioni. Pronti all’azione fra sei minuti!”
Ken prese a
tagliare i tornanti della salita, tallonato dalla Maestà Reale. Ai bordi del
cono di luce dei fari, gli alberi sfrecciavano all’indietro a velocità
vertiginosa. Romy si portò sottosterzo e strinse di colpo l’Hayabusa. Ken tentò
una doppietta con il cambio, ma non bastò. La
Maestà Reale era in testa, ma rallentò leggermente in
una curva ad “esse”. Ken tagliò il doppio tornante, evitò di un soffio la
macchina di Romy, provocò una piccola frana dal ciglio della strada e si lanciò
nel breve rettilineo che seguì. La Maestà Reale gli fu nuovamente addosso. Il loro
duello era incredibilmente avvincente. La velocità cresceva. Nessuno dei due
riusciva a rimanere in testa per più di due minuti. Le scommesse su di loro
erano alle stelle. Il pubblico seguiva la gara con televisori portatili che
ricevevano le immagini da microtelecamere piazzate lungo il percorso. Dietro le
apparenze improvvisate, gli organizzatori della gara lavoravano come
professionisti.
Ken sentiva
crescere dentro di sé l’emozione. Romy era eccezionale. Era diventata brava
come lui. Era la sola donna con cui avrebbe davvero potuto dividere la sua
vita. Il loro duello era come una danza, era passione pura per la velocità, la
potenza, la libertà di correre. Ma era anche comunione di due spiriti che
stavano stabilendo un’inspiegabile empatia. Sentì una sorta di armonia nella
loro guida spericolata e scientifica. Correva con lei, non contro di lei.
Correva per lei, non per sé. Correvano perché era bello, perché erano insieme.
Ripensò
alla rosa rossa ed alle parole di Romy.
“Conservala per la fine della gara, Falco! A
volte i desideri si avverano!”
Sentì
crescere dentro di sé il desiderio di lei.
Avrebbe
voluto arrivare al traguardo, primo o secondo non importava, correrle incontro,
gridare il suo nome, toglierle il casco sciogliendo al vento la sua chioma di
fuoco, abbracciarla e premere le labbra contro il corallo ardente della sua
bocca.
Mentre
accelerava sempre di più per sorpassarla e poi sfuggirle e poi essere superato
e riprendere l’inseguimento, avrebbe voluto correre insieme a lei su un prato
fiorito tenendola per mano, avrebbe voluto sedersi ai suoi piedi e sentire la
sua voce melodiosa cantare.
Si rese
conto di quale follia fosse stata non averlo capito subito. Aveva mentito a se
stesso. Aveva meritato quello schiaffo. Ora avrebbe meritato quella rosa. Ebbe
il dubbio di sognare, di illudersi, ma per un istante lui e Romy si guardarono
negli occhi dai posti di guida, e Ken capì che lei provava i suoi stessi
sentimenti. Erano giunti quasi in cima. Il percorso si fece pianeggiante e più
ampio. Ken azionò il reattore V-1. La Maestà Reale azionò la sovralimentazione a
protossido d’azoto. La velocità toccò l’apice, mentre le due macchine
procedevano appaiate.
Fu in quel
momento che il Fantasma Nero allungò il suo artiglio.
Mentre le
due vetture acceleravano, Ken notò in cielo una fiammella che cresceva a vista
d’occhio. Si lasciava dietro una scia di fumo nero e stava precipitando su di
loro. Ken, Romy e Piunma, che li seguiva volando rasoterra, se la videro addosso
in una frazione di secondo ed agirono all’unisono. Piunma fece esplodere il
missile con un laser e si disimpegnò prendendo quota per individuare il
velivolo che lo aveva lanciato. La Maestà Reale sterzò seccamente sulla destra
uscendo di strada e penetrò nella boscaglia abbattendo alberi come una boccia
attraverso i birilli, mentre il paracadute di frenata azionato da Romy si
apriva con un secco colpo di frusta. La Hayabusa si tuffò nella
vegetazione sulla sinistra, invertendo la spinta del reattore V1 per frenare e
si arrestò in un avallamento del terreno. Ken accusò un certo contraccolpo ma
non perse i sensi. Spense i fari e tentò di liberare la sua macchina, ma si
rese conto che il terreno non lo permetteva. Udì il fragore di altre due
esplosioni in aria e vide una palla di fuoco illuminare la foresta a giorno,
accompagnata dall’urlo di un motore che viene forzato. Un elicottero armato in
fiamme precipitò oltre le cime degli alberi. La luce dell’esplosione che seguì
filtrò attraverso l’intrico della vegetazione. Ken, che aveva aperto
l’abitacolo, sentì propagarsi un’onda di calore. Udì il sibilo di un reattore
venire dal cielo, e vide esterrefatto una macchina sportiva rossa con ali e
derive che volava inseguita da altri due elicotteri che cercavano di colpirla
con le mitragliere. Qualcuno stava cercando di combattere i suoi aggressori.
Doveva essere stata quella macchina ad abbattere il missile destinato a lui ed
a Romy. Romy! Doveva correre da lei! Doveva salvarla, dovevano fuggire! Fece
per uscire dall’abitacolo quando, alla luce fioca dell’incendio scatenato
dall’elicottero abbattuto, colse un movimento fra la vegetazione, ed intuì di
avere compagnia. Si appiattì sul fondo
del posto di guida stringendo con la destra la grossa chiave idraulica dei ferri
di bordo ed attese. Un uomo armato uscì dall’intrico di alberi e si avvicinò.
Aveva un elmetto a testa di insetto che nascondeva gli occhi con una visiera
trasparente, e la pettorina del giubbotto antiproiettile, nera come l’uniforme,
aveva impresso un teschio bianco stilizzato. Si avvicinò circospetto
all’abitacolo dell’Hayabusa per controllare se il bersaglio fosse fuggito. La
chiave idraulica lo spedì nel mondo dei sogni. Ken saltò a terra, si impossessò
del mitra dell’uomo e si sdraiò a terra puntandolo verso la foresta. Il cerchio
di luce di una torcia illuminò il fianco dell’Hayabusa e l’uomo esanime in
uniforme nera. Ken fece fuoco in direzione del fascio di luce e subito dopo
corse curvo al riparo di un tronco d’albero. Il fuoco di risposta non si fece
attendere. Ken girò intorno alla Hayabusa e prese a correre verso la
vegetazione più fitta. Voleva raggiungere Romy, e per farlo doveva per prima
cosa raggiungere la strada. Uscendo di pista, però, aveva percorso un tratto
più lungo ed impervio di quanto avesse creduto. Si allontanò in cerca di un
sentiero praticabile, sforzandosi di mantenere l’orientamento, mentre i nemici
guadagnavano terreno. Il fuoco nemico
riprese a braccarlo.
Ivan, in
braccio a 003, avvertì Geronimo di raggiungere Ken Hayabusa e di proteggerlo.
Informò 009, che approvò affiancandogli Chang Chan-Ko. 009 e 002 avrebbero
attaccato lo schieramento nemico alle spalle, mentre 007 e 004 avrebbero
raggiunto la Maestà Reale
per proteggere Romy. Attaccando da due lati nello stesso punto avrebbero dovuto
spezzare in due lo schieramento nemico durante la sua prevedibile avanzata a
tenaglia, mentre Piunma avrebbe fornito appoggio aereo, ed infine il Dolphin
avrebbe recuperato le due macchine da corsa, i due piloti e la squadra dei Cyborg.
Geronimo si mosse, rapido e silenzioso come solo i guerrieri pellerossa sanno
fare, orientandosi senza strumenti, solo grazie alla sua familiarità con la
natura. Mentre si avvicinava, incontrò un contingente nemico. I soldati robot
del Fantasma Nero fecero fuoco. Geronimo si mise al riparo mentre i proiettili
nemici falciavano la vegetazione all’altezza del ginocchio, e rispose con
scariche di laser che fecero esplodere due automi. Le fiamme si avvinghiarono
al terreno mentre i nemici correvano al riparo organizzando una linea di fuoco.
Improvvisamente, da un punto imprecisato nel buio intrico della vegetazione, un
torrente di fiamme ad altissima temperatura fece ripiegare i soldati robot con
alcune perdite. Chang si riunì a Geronimo, che si rese conto che l’incendio che
avevano di fronte e la resistenza nemica avrebbero reso le cose più difficili
del previsto.
Jet Link
stava trasportando 009 in volo. Grazie alla sua vista, 003 confermò la
posizione della chiave di volta dello schieramento nemico: tre robot da
combattimento con armamento pesante. Minacciosi e longilinei, i tre androidi
avanzavano con passo pesante scandagliando la superficie con i loro sensori.
Erano alti almeno quindici metri. 009 ordinò a 008 di fingere di attaccarli
frontalmente. La macchina trasformabile picchiò dal cielo e li bersagliò con
due missili. Gli androidi li fecero detonare in aria e risposero al fuoco. La
macchina subì alcuni danni mentre eseguiva una serie di scarti e virate per
disimpegnarsi dai traccianti. Jet lasciò cadere Joe, che vide farsi sempre più
grandi i tre giganti meccanici via via che il suolo si avvicinava. Lottando
contro la resistenza dell’aria, Joe estrasse il laser dalla fondina e prese la
mira tenendo le braccia a triangolo isoscele. Mentre il suo foulard era teso
dietro di lui lungo la diagonale della sua caduta, stabilizzò la mira e fece
fuoco. Il lampo accecante del laser, esploso a breve distanza, avvolse la testa
di uno dei tre androidi facendola esplodere. Un istante prima di toccare terra,
Joe azionò l’acceleratore e scomparve, mentre una raffica di proiettili di
grosso calibro zappava il terreno nel punto in cui aveva toccato terra.
L’androide decapitato si muoveva ancora. Un secondo laser dal cielo gli diede
il colpo di grazia facendolo esplodere. Il globo di fiamme e rottami illuminò
un ampio cerchio di vegetazione e lasciò un rogo. Joe vide Jet riprendere quota
braccato dal fuoco dei due avversari rimasti e si avvicinò con l’acceleratore.
Si bloccò per sparare, ma uno degli androidi gli fu subito addosso con rapidità sorprendente per la sua mole.
Joe scomparve di nuovo, vedendo il fragoroso passo del gigante di ferro farsi
improvvisamente lento e leggero. Ogni volta che il piede metallico
dell’androide comprimeva con cautela il terreno, emetteva un suono simile al
rintocco di campana. Joe ebbe il tempo di togliersi dalla linea di mira delle
bocche da fuoco della mano del robot, una per dito, e scartò lateralmente.
Ricomparve duecento metri più lontano e fece fuoco, mancando l’avversario. Il
laser si tuffò fra gli alberi e si trasformò in un’esplosione. Joe eseguì un
altro spostamento per evitare il fuoco di risposta ed ordinò a 002 di attaccare
il robot che aveva sparato. Si portò di colpo fra i due avversari mentre Jet
picchiava da mille metri, passò in mezzo alle gambe di quello che Jet stava per
attaccare e, quando il lampo del laser di Jet ne colpì la testa, fece fuoco a
sua volta nello stesso punto provocando una violenta esplosione. L’androide
rovinò al suolo fuori uso, ma il terzo avversario fu addosso a Joe e riuscì a
colpirlo di striscio. Joe accelerò di nuovo, apparendo e scomparendo tre volte
mentre i colpi dell’androide arrivavano in ritardo, poi chiese appoggio a Jet,
che gli comunicò di essere sotto attacco.
Improvvisamente,
una violenta esplosione gli fece capire di essere sotto il tiro di un cannone.
Una seconda esplosione, più vicina, gli fece perdere l’equilibrio. Azionò
l’acceleratore evitandone una terza. Dovevano esserci dei carri armati sulla
strada. Contattò Françoise.
“003, ci
sono carri nelle vicinanze?”
“Ne vedo
due sulla strada, hanno appena fatto fuoco!”
“Già, su di
me! Ascolta, chiedi a 004 se può colpirli. Se può, dagli le coordinate”
“Togliti da
lì, Joe!”
“Se lo
faccio, la loro tenaglia si chiuderà! Françoise, ho bisogno del tuo aiuto, devi
eseguire un attacco in caduta libera!”
“Joe! Non
l’ho mai fatto…!”
“Sei un
Cyborg, puoi farlo come chiunque di noi! 001! Hai rilevato l’ultimo robot?”
“Sì, 009”
“Usa la
telecinesi per sollevare Françoise e farla ricadere mentre lo attacca! Lo
colpiremo insieme. Françoise, ti raccoglierò io, non temere!”
“Ri…ricevuto,
Joe! 004…qui 003, puoi lanciare due missili?”
“Affermativo,
dammi alzo e direzione oraria” rispose 004, che si stava muovendo di corsa
verso la Maestà Reale.
“30 gradi,
ore 10 e 20 minuti, 30 gradi ore 10 e 50 minuti”
Albert si
genuflesse, regolò direzione ed inclinazione ed il suo ginocchio lanciò due
missili. Le torrette dei due carri vennero lanciate per aria e gli scafi in
fiamme rimasero a sbarrare la strada.
Il bimbo, che
era in braccio a Françoise, fluttuò in aria e lei sentì una gru invisibile
sollevarla da terra. Passò fra i rami degli alberi e vide l’orizzonte farsi
vasto come un oceano di fronde ondeggianti sotto il cielo stellato. Vide le due
torrette dei carri centrati da Albert salire in cielo e ricadere, e poi iniziò
a ricadere lei stessa lungo una diagonale diretta verso un incendio. Mentre il
terreno le veniva incontro, il suo foulard si tese dietro di lei ed il vento le
scompigliava i capelli con tale forza che ebbe la sensazione di sentirseli
tirare. Il naturale senso dell’equilibrio che le veniva dalla danza le fece
distendere le gamba sinistra lungo la diagonale di caduta in modo da
equilibrare il busto, mentre la destre rimase leggermente flessa. Impiegò tutte
le sue forze per portare le braccia nella posizione isoscele di mira, avvicinò
il bersaglio con un zoom e fece fuoco come se gli tenesse l’arma attaccata alla
testa. Contemporaneamente il laser di Joe colpì lo stesso punto. L’androide
esplose. Joe la vide ed azionò l’acceleratore. Ebbe tutto il tempo di prendere
duecento metri di rincorsa e di spiccare un balzo di trenta mentre lei
discendeva lenta, trasportata da una teleferica invisibile. Françoise sentì due
braccia invisibili raccoglierla, una sotto le ginocchia e l’altra sotto le
spalle. Inspiegabilmente cambiò direzione di caduta rallentando, e prese a
volare ad un metro dal terreno mentre gli alberi le correvano incontro
sfiorandola a velocità vertiginosa. Raggiunse la cima del pendìo in un batter
d’occhio, attraversò la strada sul crinale dove gli scafi dei carri colpiti da
Albert ardevano, e discese dall’altro lato, rallentando. Quando furono fermi,
l’uomo invisibile divenne Joe.
Françoise
lo abbracciò.
“Joe! Oh,
Joe!”
“Visto che
ce l’hai fatta, piccola?”
“Dov’è
Ivan?”
“Eccomi!”
La culla
comparve improvvisamente a mezz’aria.
“Teletrasportaci
tutti e tre sul Dolphin e preparati per l’ultima fase, 001” gli disse Joe
“Ricevuto,
009” rispose telepaticamente, ed eseguì l’ordine.
Ken,
nascosto dietro una sporgenza rocciosa, non sapeva decidere quale fra le cose
che aveva visto lo lasciasse maggiormente esterrefatto. Quei tre robot
giganteschi potevano essere forse concepibili, ma il fatto che fosse stato
Shimamura a combatterli indossando una divisa rossa di foggia vagamente
napoleonica, apparendo e scomparendo in continuazione e sparando raggi laser lo
aveva impietrito. Aveva visto anche un uomo volare e sparare un raggio laser.
Indossava la stessa uniforme di Shimamura ed aveva razzi ai piedi. La fisionomia
gli era parsa quella di Link, ma non ne era certo. Poi aveva visto una donna
cadere dal cielo come una meteora e sparare un laser a sua volta. Anche lei
indossava la stessa uniforme rossa, ed era scomparsa poco prima di toccare
terra. L’aveva vista bene. Era la fidanzata di Shimamura. Nonostante la
confusione che aveva in testa, non aveva dimenticato di essere braccato da
uomini armati, ma il combattimento che si stava svolgendo di fronte a lui lo
aveva costretto a riparasi. Ora gli sarebbero stati addosso. Stava valutando
febbrilmente il da farsi, quando una raffica si stampò sul terreno ai suoi
piedi. Si buttò a terra e fece fuoco verso la vegetazione. Arrivò il fuoco di
risposta, ormai preciso. Lo stavano circondando. Non restava che un ultimo tentativo.
Fece ancora fuoco a semicerchio, sentì un uomo gridare e si alzò per correre.
Si vide di fronte un uomo armato con il mitra spianato. Sarebbe stata la fine
se un braccio enorme non fosse apparso da dietro un tronco d’albero e non
avesse afferrato il soldato nemico lanciandolo come un fuscello ad una distanza
sorprendente. Poi un macigno da una tonnellata uscì dalla vegetazione e si
schiantò sui soldati nemici, seguito da scariche di laser e da un torrente di
fuoco arroventato che illuminò a giorno la scena. Ken rimase appiattito al
suolo. Una mano d’acciaio lo tirò dentro un cespuglio e Ken vide chi lo aveva
afferrato. Era un gigantesco pellerossa, con la stessa divisa degli altri ed i
colori di guerra sul viso. Il pellerossa lo tranquillizzò con foce ferma e
gentile.
“Stai calmo
ragazzo! Siamo qui per proteggerti!”
“Già” fece
un piccolo cinese che era sopraggiunto, anche lui in divisa rossa “Noi siamo i
buoni”
“Vi…ri…ringrazio,
ma……..ma chi siete?”
“Non c’è
tempo per spiegarti, ora. Ti basti sapere che non siamo tuoi nemici. Ora vieni
con noi, se vuoi salva la vita. Il nostro velivolo di appoggio sta recuperando
la tua macchina.”
“Romy!!!”
esclamò Ken “La macchina con cui gareggiavo! Che fine ha fatto? Voglio
trovarla!”
“I nostri
compagni sono sulle sue tracce!”
“Voglio
cercarla anch’io! Senza la mia compagna non me ne vado!”
“Qui si
rischia la vita, ragazzo! Vuoi farlo davvero?”
“O con voi
o da solo, io vado!”
Geronimo
apprezzava la generosità in battaglia, un altissimo valore fra i guerrieri
indiani, e ne fu colpito. Aveva i suoi ordini, ma aveva anche rispetto di un
coraggioso che pensava più alla vita di un altro che alla sua.
“Ti
chiamano Falco, non è vero?”
“E sia! La
mia gente attribuisce un nome ai propri amici, un nome che ne descrive le doti,
e con quel nome lo chiama, quando decide di concedere la propria amicizia.
Geronimo e Chang, della tribù dei Cyborg, verranno con te, Falco che Corre!
Salveremo la tua squaw!”
Ken non
fece domande. “Se la fidanzata di Shimamura vola” pensò “può starci anche
Geronimo”.
“Una
donzella in pericolo?” fece Chang “Per la barba di Confucio! Che aspettiamo?”
“Andiamo!”
fu la risposta perentoria di Geronimo.
Lanciati i
due missili, Albert Heinrich riprese la sua corsa di avicinamento alla Maestà
Reale. Si manteneva al coperto mentre cercava un punto da cui poter fare fuoco
sui soldati del Fantasma Nero prima che potessero avvicinarsi alla macchina. La
vide nella posizione indicata da Françoise., al termine del percorso che la
pesante vettura blindata aveva segnato con gli alberi abbattuti. Non sembrava
molto danneggiata. Nell’abitacolo, l’airbag era esploso. Il pilota era ancora
al posto di guida, esanime. Bretagna lo contattò con la trasmittente interna.
“004,
nemico in avvicinamento. Hanno un lanciamissili. Mi hanno appena oltrepassato.
Si dirigono verso la macchina. Li avrai addosso in un minuto circa. Io mi
preparo ad attaccarli alle spalle. Dammi tu il segnale di fuoco”
“Ricevuto
007!”
Gli sgherri
in uniforme del Fantasma Nero non fecero caso al volatile appollaiato sul ramo
dell’albero che avevano appena oltrepassato. La piccola civetta spiccò il volo
e si appollaiò nel folto di un altro albero. Albert vide due soldati nemici
avvicinarsi alla maestà reale. Uno puntò a sangue freddo il mitra contro
l’abitacolo della Maestà Reale.
004 ordinò
il fuoco.
La
mitragliera di 004 falciò i due assassini. Contemporaneamente, il laser di
Bretagna centrò il contenitore delle munizioni del lanciarazzi nemico. Una
violenta esplosione incendiò la foresta illuminandola a giorno. I nemici si
ritirarono disordinatamente, ma i rinforzi non sarebbero tardati.
“Bretagna!
Levati di lì e raggiungimi!”
“Ricevuto,
004. Chiama il Dolphin!
004 lo
contattò. Fu Joe a rispondere. Dovevano
resistere ancora un poco, stavano recuperando la Hayabusa.
Geronimo
contattò 004 ed il Dolphin. Ken Hayabusa era con lui e Chang, e si stavano
dirigendo alla Maestà Reale. Joe approvò. Dovevano concentrare le forze in quel
punto, proteggere Romy ed attendere il Dolphin.
Geronimo,
Ken e Chang raggiunsero 007 e 004. Ken si precipitò verso la Maestà Reale con
Geronimo. Geronimo sfondò il blindovetro dell’abitacolo con un pugno, il che
lasciò Ken di sasso, aprì la portiera, bucò l’airbag con il suo coltello e
contattò Françoise.
“003, qui
005. Puoi passare ai raggi X il pilota della Maestà Reale?”
“Qui 003!
Vi vedo! Attendi dieci secondi……..Ok, non ha fratture, muovetela pure e
sdraiatela al suolo. 001 la teletrasporterà nell’infermeria del Dolphin.
Penserò io ad assisterla, va bene 009?”
“Procedete
subito!” rispose 009 ad entrambi.
Geronimo
slacciò le cinture di sicurezza che bloccavano Romy al sedile e la estrasse
delicatamente dall’abitacolo.
Ken le
prese il volto fra le mani.
“Romy!”
Le appoggiò
l’orecchio sul petto. Il cuore batteva.
“Stai
tranquillo, è solo stordita. Ora la portiamo all’infermeria del nostro velivolo
d’appoggio. 003 si occuperà di lei?”
“Chi è
003?”
“La ragazza
del nostro gruppo”
“La
fidanzata di Shimamura, per caso?!”
“Sì”
Ken vide il
corpo esanime di Romy illuminarsi e sparire.
“Calmo! E’
salva! 001 l’ha teletrasportata sul Dolphin” gli disse prontamente Geronimo.
“Dolphin?”
“Ci salirai
anche tu, fra poco, e la riabbraccerai!”
“Tutti a
terra!” gridò Albert Heinrich mentre la sua mitragliera prese a falciare la
vegetazione. Iniziò una pioggia di laser e granate. Chang sputò fiamme al calor
bianco alla massima distanza. Tutti i Cyborg risposero lanciando scariche di
laser a ripetizione. Albert ricorse ai missili. Ken scaricò il suo mitra in
tutte le direzioni. Pesanti soldati robot correvano verso di loro. Due
esplosero. Gli altri presero posizione concentrando il fuoco.
004
contattò il Dolphin.
“Presto,
venite o qui crepiamo tutti!”
In risposta
alla sua chiamata, il possente sibilo di un reattore ed i fasci di luce del Dolphin riempirono il
cielo. Il super-armamento del Delfino entrò in funzione sorprendendo gli
avversari che dovettero ripiegare.
009 fece
cessare il fuoco, e, mentre il Dolphin rimaneva sospeso su di loro aprendo i
grandi portelli ventrali, una cupola trasparente sigillò l’area. Lo scudo
telecinetico di Ivan. Avrebbe retto solo per un tempo limitato.
Sotto lo
sguardo di un esterrefatto Ken, Geronimo afferrò a mani nude il paraurti
posteriore della Maestà Reale e la trascinò sotto i portelli del Dolphin. Le
tenaglie magnetiche dell’argano di bordo fecero presa sulla macchina, e tutti
saltarono sul veicolo mentre veniva sollevato. Mentre i portelli si chiudevano,
una granata esplose contro lo scudo invisibile. A bordo, tutti corsero alle
poltrone anti-g e si allacciarono le cinture. Romy era stata legata ad un
lettino di sicurezza. Ivan dissolse lo scudo ed il Dolphin prese quota con un
rombo assordante, incalzato dai traccianti nemici, dirigendosi verso Jet e
Piunma, che avevano abbattuto il secondo elicottero nemico ed avevano costretto
il terzo alla ritirata.
Capitolo 6
Nota: tutti i riferimenti ad una macchina
del tempo, ad una precedente missione dei cyborg nell’antico Egitto, al
personaggio di Hathor ed a quanto vi si correla sono innesti narrativi con la
fanfiction “Viaggio nel tempo”, inclusa nell’antologia online “Michela’s
Fanfics” di cui alla pagina web http://nuke.cyborg009.it/Fanfiction/tabid/56/Default.aspx
facente parte del sito “Cyborg009 – il forum italiano”
L’architettura
sobria ed imponente della grande stanza da letto era immersa nella debole luce
azzurrata che filtrava dalle finestre illuminate dalla luna di un altro luogo e
di un altro tempo. Era la stessa luna che stava illuminando anche la villa del
Professor Gilmoure sul promontorio, nello stesso momento e millenni dopo. Nel
grande e semplice letto bianco, con le testiere di marmo adorne del simbolo del
cerchio alato, due fanciulle dormivano abbracciate. Enoah, che potremmo definire
“principessa”, anche se non lo era nel senso esatto del nostro modo di
intendere il termine, aveva permesso a Nesia, sua sorella minore, di dormire
con lei. Tutto intorno al letto, le dodici ancelle di Enoah dormivano
abbandonando con molta libertà su cuscini di seta e piccoli divani le membra
affusolate appesantite da gioielli spiraliformi. Avevano capelli neri ed
ondulati, la carnagione ambrata e gli occhi leggermente a mandorla. Nesia aveva
solo quindici dei nostri anni, ed aveva paura. Sapeva quale momento si stava
avvicinando. Aveva paura dello Spettro Nero. Sapeva che sarebbe toccato ad
Enoah affrontarlo e che lei avrebbe dovuto aiutarla. La luce era più forte, ma
a volte permetteva il male. Era necessario meritare i suoi doni servendola e
lottando; la sua protezione non era gratuita ed i suoi disegni a volte
insondabili. Le menti del loro popolo erano grandi, ma non potevano avere la
presunzione di sondare totalmente quel campo di energia senziente che permeava
qualsiasi cosa. Forse sarebbe stata la fine.
“Sì” stava
pensando Enoah, che aveva gli occhi chiusi ma non stava dormendo “solo forse!”
C’era una
possibilità: Françoise Arnoul ed i suoi guerrieri del futuro. Grazie alla
“macchina del tempo” dello studioso che guidava i guerrieri in rosso, Françoise
Arnoul aveva viaggiato nel tempo ed aveva incontrato Hathor, che possedeva un
frammento di quello stesso Cristallo che Myoltecopang custodiva nel Tempio
della Luce. Grazie alla capacità del Pensiero Collettivo del suo popolo, che
permetteva una lettura piuttosto precisa dei nodi temporali, Enoha sapeva che
Hathor era una sua discendente, e sapeva che la sua famiglia aveva conservato
il frammento che Hathor aveva donato a Françoise Arnoul. Nella linea temporale
di Françoise Arnoul, Myoltecopang era caduta e lo Spettro Nero si era dissolto
mentre infrangeva il cristallo. Una nuova umanità aveva ripopolato il mondo
molto tempo dopo, ma lo Spettro Nero, ricacciato ai confini dell’universo, stava tornando. Aveva servi che lavoravano
per questo. Tre gemelli, non del tutto umani, ed i loro biechi seguaci.
Enoha Zhem
Rendang III, così potremmo pronunciare il suo nome completo adattandolo ai
nostri organi vocali, si sciolse
lentamente dall’abbraccio di Nesia, che rimase addormentata, ed uscì sul
balcone della sua stanza. I suoi piedi non facevano alcun rumore mentre le
trasmettevano il dolce tepore dell’ardesia del pavimento. L’immensa
Myoltecopang la accolse. Il suo sguardo percorse le acque argentate dai raggi
di luna del grande fiume che scorreva fra gli edifici a piramide, solcato da
leggere imbarcazioni. Le vie erano segnate dalle file di fiammelle arancioni
dell’illuminazione ad olio. Lontano, a delimitare l’orizzonte visivo, le
immense mura circolari di basalto nero parevano reggere la cupola del cielo
stellato. Poi volse lo sguardo verso l’immensa piramide a terrazze del Tempio
della Luce, sormontato da un obelisco che reggeva un immenso cerchio alato di
marmo, cristallo e ossidiana. Vedendolo, Enoha fece il saluto rituale e si
guardò il palmo della mano destra, che ne aveva tatuato uno identico. Poi
poggiò le mani sul parapetto, e lasciò che il vento le facesse ondeggiare la
scintillante chioma nera.
“Come sei
bella, Myoltecopang!” pensava “Bella come le fanciulle addormentate nella mia
stanza. Bella come la mia sorellina, che amo più di me stessa!”
La giovane
Nesia, che si era svegliata, la raggiunse sul balcone. Enoah ne percepì la
presenza senza voltarsi, riconoscendone l’aura psichica. Con passo leggero,
l’adolescente le si avvicinò e l’abbracciò. Enoha ne lesse la paura e l’ansia
mentre la stringeva. La guardò in viso. Aveva i tratti e la carnagione del suo
popolo, aveva i caratteristici capelli neri, ma gli occhi azzurri, rarissimi
fra loro. I lineamenti delicati erano però identici a quelli di un volto caro
al piccolo Ivan. Nesia aveva il volto che avrebbe avuto Françoise, se fosse
nata a Myoltecopang anziché a Parigi.
Il Dolphin era in volo ad altissima quota, e
sarebbe giunto in Giappone nell’arco di sei ore. Il pavimento della sala
operatoria di bordo era sospeso su un supporto cardanico abbinato a stantuffi
idraulici regolati da giroscopi che mantenevano sempre orizzontale il
pavimento, quali che fossero i movimenti dell’aeromobile.
Una ragazza
coperta da un lenzuolo bianco era sdraiata sul lettino illuminato da una
batteria di lampade.
“Romy! Oh
mio Dio, Romy!”
Ken le
aveva afferrato la mano.
Françoise,
vestita da infermiera, cercò di calmarlo.
“Non
preoccuparti, le occorre solo un po’ di riposo. Ha ripreso i sensi da poco. Non
ha lesioni gravi, solo qualche leggera contusione. E’ una ragazza forte!”
Il
Professor Gilmoure, anche lui in tenuta medica, guardò bonariamente Ken per
tranquillizzarlo.
“Tranquillo,
ragazzo. Le ho somministrato solo un leggero calmante”
Romy mosse
leggermente il capo e strinse leggermente la mano di Ken.
“Dove…Ken…dove
sei…dove sono?”
“Sono qui,
Romy! Sei uscita di strada”
“E’ vero,
sì…Sono in ospedale? Mi ci hai portato tu?”
“Beh…sì”
“Sono
uscita di strada…oh santo cielo! E’ vero! Quell’esplosione! Gli alberi che si
spezzavano mentre cercavo di frenare, poi …oh, Ken!”
Romy si
alzò di scatto e lo abbracciò.
La sua voce
vibrava di commozione.
“Ken, oh
Ken, ho temuto di…”
“Di?”
chiese Ken mentre la stringeva a sé.
“Di non
rivederti più…Ken, ho pensato a te un istante prima dello schianto…ti amo, e va
bene, lo ammetto! Ti amo contento? Accidenti a te, meriteresti altri schiaffi,
ma non ho la forza di tirarteli…”
Romy pareva
ridere e piangere al contempo.
Françoise
arrossì e si fece da parte, fingendo di riordinare dei medicinali.
Il
professore uscì dalla sala.
Ken la
guardò intensamente, per un lungo istante, poi le rispose con voce ferma e
vibrante. Era la voce di un uomo forte che ha finalmente preso una decisione.
“E tu
meriti questo!”
Romy capì,
chiuse gli occhi e gli porse le sue labbra.
Ken la
baciò. Romy lo ricambiò a lungo, ed infine gli sorrise. Poi si lasciò andare,
chiuse lentamente gli occhi e si addormentò.
Françoise
sorrideva, dolcissima.
Ken depose
Romy con delicatezza, e guardò il volto da cherubino di quella splendida
infermiera, che parlò con un filo di voce appoggiando la sua mano su quella di
Ken.
“Vieni,
lasciala riposare”
Ken si
lasciò guidare da lei.
Françoise
lo fece uscire e lo rassicurò.
“Stai
tranquillo, veglierò io su di lei. Torna in plancia. Immagino che avrai molte
domande da fare”
Ken obbedì.
La squadra dei Cyborg ed il professore lo stavano aspettando. Ken guardò
Shimamura e Link, poi Geronimo e tutti gli altri. Infine parlò.
“Voi sapete
chi sono. Non ho una doppia vita, e so che io e Romy vi dobbiamo l’unica che
abbiamo. Per questo vi ringrazio con tutto il cuore. Scusate, ma dopo quello
che abbiamo condiviso, credo di avere il diritto di saperlo. Potete spiegarmi
chi siete veramente?”
Fu Albert Heinrich a rispondere, con divertita
amarezza.
“Siamo
l’ultima generazione di armi intelligenti”
Romy si era
svegliata. Lo aveva fatto in un letto morbido, con indosso una camicia da
notte, ed aveva visto i raggi del sole entrare dalla finestra. Aveva sentito il
canto dei gabbiani e lo sciabordio della risacca. Non era in ospedale, come
sarebbe stato logico supporre, ma in un’abitazione privata dall’arredamento
elegante. Ebbe un moto di sorpresa quando vide una ragazza bionda in uniforme
rossa che le sorrideva gentile.
“Buongiorno
e benvenuta nella nostra casa, signorina Romy, o meglio, Lady Wells. Io sono
Françoise Arnoul”
“Piacere”
rispose Romy “dove mi trovo?”
“Nella casa
del Professor Gilmoure, Lady Wells”
“Puoi
chiamarmi Romy, Françoise. Sei francese?”
“Sì,
milady…cioè …Romy”
“Dimmi
Françoise…posso darti del tu?…dove ci troviamo?”
“In
Giappone”
Romy era
incredula.
“Ma come…poche
ore fa ho avuto un incidente a Daytona. Ricordo che Ken mi ha soccorso. Ricordo
un’infermeria…..come posso trovarmi in Giappone?”
“Grazie al
velivolo della nostra squadra. Il Fantasma Nero voleva ucciderti Romy, insieme
a Ken”
“La Black Shadow?”
“La Black Shadow ne è
parte. Deve il suo nome proprio al Fantasma Nero. La squadra Cyborg è
intervenuta e vi ha portato in salvo con il nostro velivolo, il Dolphin. Ora vi
trovate nella nostra base”
“Leggi
molta fantascienza, Françoise”
“La
fantascienza a volte è profetica. Fra non molto, ti dimostreremo che non si
tratta di fantascienza. I media sono evasivi sulla nostra guerra segreta contro
il Fantasma Nero, ma è tutto reale. Adesso come ti senti, Romy?”
“Bene,
grazie”
“Se vuoi
fare colazione, puoi scendere di sotto con me. Puoi indossare quegli abiti.
Sono miei. Hai press’a poco la mia taglia, il che significa che sei una bella
ragazza!”
Romy
sorrise a quella facezia.
“Ti ringrazio.
Ken è qui?”
“Sì, è qui
anche lui”
“Come sta?”
“Bene. Sai,
ci ha aiutato a salvarti rischiando la vita sotto il fuoco nemico”
“Veramente?”
“Sì, Romy.
Ken è di sotto con noi. Te lo chiamo o preferisci scendere?”
Romy aveva
deciso di scendere, ed aveva indossato la gonna al ginocchio e la camicetta di
Françoise. Lei le aveva spazzolato i capelli e li aveva fissati con un
cerchietto. Romy la lasciò fare. Quella giovane francese le piaceva. Era dolce,
raffinata e gentile.
Scese in
salotto.
Seduti ad una
lunga tavola imbandita, sette uomini di differente età si alzarono deferenti al
suo ingresso. Indossavano la stessa uniforme rossa di Françoise. Ken era
insieme a loro. Romy riconobbe a capotavola
l’anziano professore che si era preso cura di lei insieme a Françoise.
Fu il
professore a prendere la parola.
“Buongiorno
e benvenuta fra noi, Lady Wells”
“Benvenuta!”
esclamarono coralmente tutti i cyborg.
“Vi
ringrazio tutti, amici. So di dovervi la vita. Grazie di cuore. Sono davvero
commossa dalla vostra accoglienza. Siete dei veri gentiluomini. Permettetemi di
stringervi la mano”
Uno ad uno,
i Cyborg le strinsero la mano affusolata presentandosi. Essendo anche lei un
pilota, riconobbe meravigliata Joe e Jet. Ringraziò anche il professore per
averla curata. Romy aveva nel sangue la cortesia raffinata e spontanea della
ragazza nobile di lignaggio e di animo. I suoi modi erano aristocratici, ma
privi della più piccola traccia di alterigia.
“Accomodatevi,
Milady, e servitevi pure” disse il Professor Gilmoure.
Bretagna le
offrì la sedia con un gesto deferente. Romy lo ringraziò con un inchino e poté
sedersi vicino a Ken.
“Bene, mia
cara, immagino che avrete molti interrogativi in merito agli eventi delle
ultime ore”
“A dire la
verità… parecchi, professore. Sento di trovarmi fra amici, sia miei che di Ken,
ma la mia comprensione dell’accaduto termina qui”
“Vedete,
milady…..”
“Potete
chiamarmi Romy, professore”
“Grazie,
Romy. Ecco…..prima di rispondervi è necessario che io chiarisca chi siamo, la
ragione delle nostre uniformi e quella del nostro intervento nella vicenda che
vi ha visto coinvolta. Come ho già spiegato al signor Hayabusa, per dimostrare
ciò che vi diremo, sarà necessario fornirvi alcune prove concrete. Vi faremo
visitare parte dei nostri laboratori. E’ superfluo che io vi chieda di
promettermi che manterrete il segreto, sia per la nostra sicurezza che per la
vostra. Ditemi, Ken, tra quanto l’ingegner Sayonji farà ritorno in Giappone?”
“Tre, forse
quattro giorni”
“Bene,
terminata la colazione, inizieremo il nostro “giro turistico”, e parleremo
anche dei vostri amici della Black Shadow. Poi contatteremo l’ingegner Sayonji,
e gli chiederemo di raggiungerci. Dovremmo poter stabilire il contatto verso le
diciotto, ora locale. Nel frattempo, sarete nostri graditi ospiti”
Quando il
videotelefono squillò, Yamato corse a rispondere immediatamente, seguito da
Sakura.
“Ken!”
esclamarono all’unisono, quando videro il suo volto sullo schermo.
“Ciao,
Yamato! Ciao Sakura! C’è Sayonji?”
“Altroché!”
rispose Yamato “Ha detto che ti sta aspettando a braccia aperte!”
“Dove sei,
Ken? Non sei più rientrato! Eravamo in pensiero! Mio fratello si è arrabbiato!”
“Mi trovo
in Giappone, Sakura”
“In
Giappone? E come ci sei arrivato? Ken, cosa sta succedendo?!”
“Vi
spiegherò tutto, te lo prometto Sakura, ma adesso, per favore, corri a chiamare
Sayonji, è di vitale importanza che io gli parli”
“Volo!”
rispose la ragazza.
Ken vide
entrare il volto di Sayonji nello schermo.
“Hayabusa!
Carissimo! Sarà meglio che tu mi dia spiegazioni soddisfacenti!! Dove diavolo
sei?”
“In
Giappone”
“Cosa??!! E
come ci sei arrivato, eh?!”
“In
volo…..” rispose Ken, spinto dall’emozione ad una sincerità che il suo
interlocutore avrebbe interpretato come follia.
“In…in
volo?!”
“Ecco….vede…
come dire… mi ci hanno portato Shimamura ed i suoi amici insieme alla mia
macchina….”
“Non dire
scemenze Hayabusa! Che diavolo stai combinando?! Guarda che sto parlando
seriamente! Ho letto i giornali del mattino. Parlano di una gara clandestina
nelle vicinanze, di una sparatoria ed una retata della polizia. Ne sai
qualcosa, per caso?”
“Ehm…ingegnere…forse
è meglio che parli con chi può davvero spiegarle”
Sayonji
vide entrare nello schermo il volto del Professor Gilmoure.
“Si ricorda
di me, ingegnere?”
Sayonji
ebbe un istante di perplessità, poi il suo volto si illuminò.
“Voi siete
quel cibernetico, il Professor….Professor…Gilmoure… se non vado errato!”
“Non
errate, ingegner Sayonji. Ricordate la nostra vecchia collaborazione?”
“Sì, anche
se sono passati parecchi anni. Si trattava del mio progetto per una biposto
trasformabile, predisposta per l’integrazione con i suoi dispositivi! Siete poi
riuscito a realizzarla?”
“Sì,
ingegnere. Immagino che il collegamento fra me ed il suo pilota la
incuriosisca”
“Immaginate
bene, Professore!”
“E voi
avete diritto ad ogni spiegazione, ingegnere, ma non è il caso di parlarne per
telefono”
“Perché?”
“Perché non
credereste a ciò che vi direi, a meno che non vi mostri ciò che ho già mostrato
al vostro pilota. Fra quanto tornerete in Giappone?”
“Tre o
quattro giorni, professore”
“Bene!
Venite nel mio laboratorio, e capirete perché non posso parlarne ora. So che
siete un uomo di mente aperta, ingegnere, disposto a credere a ciò che viene
dimostrato razionalmente, anche se insolito. Vi svelerò segreti che riguardano
probabilmente anche il vostro grande amico Ayab. Ken mi ha fornito il codice di
chiamata della vostra telescrivente. Vi comunicherò le istruzioni per
raggiungerci ed il numero a cui contattarci. Abbiamo recuperato il veicolo di
Ken ed anche quello chiamato “Maestà Reale”. Sarebbe opportuno che ci
raggiungeste con il vostro trasporto volante, Ken mi ha detto che lo chiamate
“Big Carry”. Per adesso, non chiedetemi di più. Fidatevi di me, e, mi
raccomando, mantenete il riserbo assoluto sul nostro appuntamento. Ora devo
interrompere la comunicazione. Anche l’etere può avere orecchie. Arrivederci,
ingegnere.”
“Arrivederci,
professore”
Sayonji
vide lo schermo diventare nero. Il riferimento alla “Maestà Reale” lo aveva
lasciato di sasso. Anche se Hayabusa era riuscito a farne una delle sue, valeva
la pena di prendersi il disturbo di andare in fondo a quella faccenda.
Romy era di
fronte al platano che ombreggiava l’ingresso della villa, ed osservava il
cerchio alato intagliato nella corteccia. Era incuriosita da quel simbolo.
Decise che ne avrebbe chiesto al
professor Gilmoure. Ken apparve sulla veranda, e la vide contemplare assorta il
grande albero. Si avvicinò e la chiamò.
Romy lo abbracciò e lo baciò delicatamente, a lungo, stringendosi al suo petto
forte, inebriandosi del suo calore. Ken la prese a braccetto e scesero la scala
che portava alla spiaggia.
“Allora, ti
sei ripresa dallo stupore?”
Il
Professor Gilmoure aveva mostrato loro l’hangar del Dolphin, i Cyborg avevano
dato dimostrazione dei loro poteri, ed ognuno di loro aveva raccontato a Ken e
Romy la sua storia. Romy era rabbrividita.
“Sì, Ken.
Dio mio, non avrei mai immaginato di essere coinvolta in qualcosa del genere.
Credevo che la Black
Shadow fosse semplicemente una scuderia sleale. Ora ho
capito. Se penso di averne fatto parte, mi viene male. Credo che il professore
abbia ragione. Mi avrebbero usato come cavia…cielo…Ken…ho paura…che orrore! Non
lasciarmi sola, amore mio!”
“Non sei
sola, Romy, e non la sarai mai più, te lo prometto. Ti eri accordata con Ayab
perché non avevi nessuno su cui contare. Ora ce l’hai. E’ solo mia la colpa se
ti sei sentita abbandonata”
“Sai, Ken,
ora sono certa che quei maledetti siano responsabili della morte di mio padre”
“Se è per
questo sono responsabili anche della morte del mio, e di quella di mio
fratello”
“Vedi
Ken…io speravo di poter salvare la casa automobilistica della mia famiglia, ed
al contempo di verificare i sospetti sulla morte di mio padre…invece erano loro
ad aver teso un tranello a me. Se non fosse stato per Joe e gli altri, ed anche
per te…sai, Geronimo mi ha detto che per soccorrermi hai preso parte alla
sparatoria tenendo la mia vita in maggior conto della tua…mi ha detto che il
suo amico “Falco che Corre” ha abbattuto due nemici combattendo al suo
fianco…se penso al pericolo che abbiamo corso…”
“Già, ma
quei vigliacchi non avevano fatto i conti con i nostri nuovi amici! Non mi
importa se in parte sono macchine. Ci sono persone che li chiamano mostri: Ayab
non ha parti meccaniche in corpo, ma il vero mostro è lui, insieme a tutti
quelli che sono dietro di lui. Joe e gli altri, per me sono esseri umani, punto
e basta!”
“Hai
ragione, Ken”
Quando
furono vicini alla linea della risacca, Romy si tolse le scarpe. Era a gambe
nude. Fece qualche passo avanti e lasciò che il mare le bagnasse i piedi.
“Quale sarà
il nostro futuro ora, Ken?”
“Romy, che
ne diresti di proporre a Sayonji di prenderti come pilota? Io e Sakura gli
parleremo. So già di avere Sakura dalla mia parte. Conosco Sayonji abbastanza
da sapere che accetterà. Ha conosciuto tuo padre e ne ha mantenuto un’immensa
stima. Riguardo alla tua abilità, gli spiegherò che durante la nostra sfida sei
stata alla mia altezza, il che lo impressionerà. Andrà su tutte le furie quando
saprà della gara clandestina, ma ci sono abituato. Non è la prima delle
“hayabusate” che gli combino”
A sentire
quel termine, Romy rise di cuore immaginandosi le scene. Ken continuò.
“E non
dimenticare che, oltre a te stessa come pilota, porterai anche la “Maestà Reale”.
Stai certa che, non appena la vedrà con i suoi occhi, se ne innamorerà come io
di te”
Romy
sorrise. Quell’improvvisa ventata di ottimismo la rese euforica. Gli corse
incontro con i capelli rossi al vento e gli gettò le braccia al collo.
“Oh Ken, ti
prego! Dammi un bacio!”
Ken non
poté rifiutare.
Joe e
Françoise stavano guardando Ken e Romy dalla cima della lunga scalinata che
portava alla spiaggia. Da quando erano usciti di casa, i sensori di Françoise
avevano vegliato su di loro.
“Certo che
è sorprendente quanto abbia impiegato Ken a capire di essere innamorato di
Romy” commentò Joe.
“Certo che
questa predica proviene da un pulpito piuttosto strano” replicò Françoise,
sorridendo sorniona.
Joe non
replicò, come se non avesse sentito.
Albert si
avvicinò.
“Ragazzi,
dovrei fare alcune domande a Romy, l’avete vista?”
“Ehm, sì”
fece Joe “credo sia occupata” e gli indicò la coppia abbracciata.
“Ah, allora
aspetto”
Quando
l’abbraccio si sciolse, Romy raccolse le scarpe ed i due si misero a
passeggiare tenendosi per mano.
“E’ davvero
urgente, Albert?” fece Françoise, melliflua.
“Sì,
purtoppo” replicò Albert, mesto, mostrandole la foto di Hilda “Credo che Romy
possa darmi qualche informazione utile, ed ogni istante che passa può
complicare le cose ancora di più”
“Oh!”
replicò Françoise “Scusami, Albert”
“Tranquilla!
E’ tutto ok. Mi dispiace disturbarli, ma è per una buona causa”
Joe gli
sorrise.
“Vai pure.
Sono certo che capiranno. Romy sarà felice di aiutarti, se potrà”
Albert
discese la scale e si fece loro incontro.
“Salve,
Albert!” lo salutò Ken.
“Buongiorno” fece Romy con un sorriso.
“Buongiorno
ragazzi. Perdonatemi se vi chiedo di potervi rubare pochi minuti, ma potreste
essere di grandissimo aiuto sia a me che a tutta la mia squadra, ed anche a voi
stessi”
“Chieda
pure, Albert, e non si preoccupi. Vi dobbiamo la vita, e non lo dimenticheremo
mai” rispose Romy con sincera gratitudine.
Albert
mostrò loro la sua foto di Hilda, quella con la dedica.
“Riconoscete
questa donna?”
Gli occhi
di Romy mandarono un lampo.
“Certo! E’
un’agente di Ayab. E’ stata lei a mettermi in contatto con Baron”
“Quello con
il cappello a cilindro?” chiese Albert
“Sì, lui!”
Ken
intervenne.
“Anch’io
l’ho vista. E’ stata lei a dare il via alla gara di ieri notte”
“Abbiamo
preso contatto con la polizia della zona che, come sapete, a seguito dello
scontro a fuoco ha effettuato una retata. Purtroppo non era fra i fermati. E’
riuscita a dileguarsi” rispose Albert.
“E’ lei ad
organizzare le gare clandestine ed anche quelle ufficiali che vedono coinvolta la Black Shadow”
puntualòizzò Romy “Chiedo scusa, Albert, ma come fa ad avere questa foto, che
oltretutto pare vecchia di anni, e questa dedica firmata “Hilda” a chi è
rivolta?”
“A me”
rispose Albert con voce profonda e malinconica
“Voi…voi l’avete
conosciuta? Si chiama Hilda?”
“Conoscete
la mia storia, ve l’ho raccontata. Non vi ho detto tutto, però. Quando forzai
il blocco la mia fidanzata era con me sul camion. Quando, ferito, riuscii ad
estrarla dal camion rovesciato, credetti fosse morta fra le mie braccia, mentre
la sorreggevo. Poi persi i sensi e non seppi più nulla di lei. Quando ripresi
conoscenza nella mia….forma attuale, fui certo della sua perdita, ma forse
adesso…Romy, lei ha fatto parte della Black Shadow e potrebbe sapere qualcosa
che mi aiuti a liberarla. Se potessi portarla qui, nel laboratorio del
professore, potremmo capire se si tratti di lei e se sia possibile farla
tornare…beh, non come prima, ma almeno salvare il suo spirito e darle una
seconda possibilità, come è accaduto a me. Nella mia condizione di cyborg, ho
potuto rendermi utile in occasioni in cui, ripensandoci, sono contento di
esserci stato. E poi, forse, potrei riaverla con me, anche se non sarebbe
proprio la stessa cosa…La prego, Romy. Mi dica ciò che sa”
“Sì…sì
Albert…le dirò tutto, anche se non credo sia molto..”
“L’avete
incontrata spesso?”
“Sì, ma
abbiamo parlato ben poco, al di là dei dati tecnici. Non c’era dialogo fra noi.
Il castello è annesso ad un autodromo che consente di assemblare percorsi
differenti attraverso un centro di automazione via rete che ricombina elementi
prefabbricati di pista attraverso sistemi macromeccanici. Si tratta di una
struttura prevalentemente sotterranea. Era lei ad occuparsene. Una volta l’ho
sentita parlare con Baron di “collegarsi al computer centrale con l’interfaccia
ad innesto cerebrale ””
“Vi ha mai
detto il suo nome?”
“Mai, si
faceva chiamare “lady x” e non era loquace. Parlava con uno strano accento
tedesco, però. Di questo sono certa”
“Avete
notato una certa fissità nello sguardo?”
“Sì, pareva
una bambola. Solo una volta le vidi un’espressione sofferente in viso”
“Aveva
l’abitudine di arrotolarsi una ciocca di capelli intorno all’indice?”
“Sì, lo
faceva spesso!”
“Era questa
donna ad allenarla, Romy?”
“Era lei a
darmi le caratteristiche dei percorsi. Programmava tutto in ogni minimo
dettaglio, con velocità ed efficienza sorprendenti. Esaminava le mie
prestazioni scientificamente e comunicava tutto a Baron. Si occupava anche
della manutenzione della Maestà Reale”
“Avete idea
di dove si potrebbe cercarla?”
“Supporrei
il castello di Ayab”
Ken
intervenne
“In effetti
è logico! Avranno iniziato a preparasi per la gara di Tortica, esattamente come
noi, e se era lei a gestire il loro programma di allenamenti, l’avranno
sicuramente messa al lavoro. Non hanno potuto impossessarsi della Maestà Reale,
quindi il loro capo-ingegnere, il dottor Mephist, dovrà cercare di riprodurla
basandosi sugli studi che quella donna ha effettuato. Albert, se si tratta di
lei, ora è un cyborg, ed avrà in memoria tutte le informazioni di cui Mephist
ha bisogno. Ne hanno bisogno anche per Tortica. Fin quando sarà preziosa, sarà
al sicuro. Ayab non la toccherà.”
“Romy,
potreste fornirci informazioni in merito al castello di Ayab?”
“Vi dirò
tutto ciò che ricordo”
“Permettereste
anche al piccolo Ivan di sondare la vostra mente, se fosse necessario per
riportare a galla qualche dettaglio importante?”
“Sì. Devo
sdebitarmi con voi, ed ho capito cosa voleva farmi quella gente: ciò che hanno
fatto anche a quella povera ragazza…Albert, per quello che può valere, credo
proprio che lei abbia ragione. E’ lei. Spero solo che possiate far riemergere
quella vera…”
“Grazie,
Romy. Fra due ore il professore sarà disponibile a raccogliere le informazioni
che lei ci fornirà”
“Lo farò
con tutto il cuore, Albert”
“Grazie”
I tre
gemelli entrarono in fila nella sala dall’altissimo soffitto, diretti ai loro
scranni dall’alto schienale. Indossavano una semplice veste monocolore da
monaci, che recava sul petto un tridente
stilizzato con le punte rivolte verso l’alto. La sincronia dei loro movimenti
era troppo perfetta per essere umana. Dava l’impressione che quei tre corpi
fossero comandati da una sola mente, una mente cibernetica il cui hardware,
messo a nudo, era diviso in parti uguali nelle teste calve dei tre gemelli.
Shiva
indossava una tonaca blu, e la parte destra del suo volto era artificiale.
Brahman
indossava una tonaca nera, e la parte centrale del suo volto era artificiale.
Visnu
indossava una tonaca rossa, e la parte sinistra del suo volto era artificiale.
Quando si
voltarono all’unisono verso l’ingresso della sala, le parti cibernetiche
formicolanti di luci dei loro volti erano disposte in modo da potersi
incastrare tenendo ferma quella al centro ed avvicinando le altre due. I
capolavori del dottor Gamo si sedettero come i giudici di un tribunale e,
dall’alto della loro cattedra sopraelevata, abbassarono simultaneamente gli
sguardi sull’alta figura corazzata che li aveva attesi.
Shiva parlò
per primo.
“Benvenuto,
barone Ayab, anche a nome dei miei fratelli”
“Vi
ringrazio, reverendi fratelli. So che essere ricevuto direttamente da voi è un
raro onore e privilegio” rispose deferente Ayab, dietro la celata dell’elmo che
copriva il suo volto. Nel suo tono cortese vibrava una nota di crudeltà
affilata che non riusciva a mascherare.
“A che
punto siete con la preparazione della gara di Tortica, Barone Ayab?” chiese
Brahman
“Entro
trenta giorni l’autodromo sarà terminato. Nel frattempo potrete iniziare ad
utilizzare i nostri cantieri per infiltrare le vostre squadre di scavo e
procedere con il vostro…esperimento. Nel frattempo, la Black Shadow diverrà
leader dell’automobilismo mondiale, e potremo sfruttare il nostro successo per
investire i proventi delle nostre…attività riservate…. nell’industria
automobilistica”
“Abbiamo
saputo che quei maledetti cyborg traditori hanno salvato Ken Hayabusa e Romy
Wells recuperando le loro macchine, Barone. Peccato; al dottor Gamo sarebbe
piaciuto lavorare su Romy Wells. Pensate che questo intoppo possa crearvi
difficoltà?” domandò Visnu.
“Nessuna,
fratello Visnu. La Maestà
Reale avrebbe potuto esserci utile, e quel Ken è sempre stato
una spina nel fianco, ma il nostro progettista capo, il Dottor Mephist, mi ha
proposto i progetti di macchine da corsa che, utilizzate con le…. diciamo
opportune strategie… compenseranno il problema.”
“Molto
bene, Barone Ayab. Se vi servirà la collaborazione del Dottor Gamo o di altri
nostri scienziati, non esitate a chiedere. I preparativi per la nostra
spedizione archeologica segreta come procedono?”
“Sono
praticamente ultimati. Stiamo già iniziando a caricare i camion nella rimessa
dei sotterranei del mio castello. Ovviamente abbiamo provveduto a camuffarli
con marchi commerciali fasulli. Abbiamo anche organizzato la spedizione dei
materiali nello Yucatan. Troverete ciò che cercate, ed anche io avrò ciò che
sogno”
“Il nostro
signore è soddisfatto di lei, Ayab” disse Brahaman con la sua bocca
rettangolare, aprendo e chiudendo due file di denti da robot. Sembrava che fosse
un teschio ghignante a parlare. Gli altri due fratelli annuirono con
espressioni grifagne. “Grazie al suo aiuto, sarà presto fra noi”
“Lo
conoscerò?”
“Il mondo
intero lo conoscerà, Barone, e per chi lo ha servito le ricompense saranno
infinite. Andate ora, e tornate vittorioso. Nel frattempo, informateci di ogni
sviluppo”
“Vi porgo i
miei omaggi” rispose Ayab con un breve inchino. L’uomo corazzato diede loro le
spalle ed uscì dalla sala.
Dopo che i
battenti si richiusero, i tre fratelli rimasero immobili. Dal soffitto discese
il cono di luce tremula di un proiettore olografico. Mostrò un orribile
planetoide nero, una repellente massa cancerosa di tenebra nera e malata. Una
massa pulsante resa ancora più detestabile dall’aura di intelligenza innaturale
che pareva emanare anche da una semplice immagine riprodotta. I tre fratelli la
contemplarono avidamente. La voce lebbrosa che si diffuse nell’atmosfera cupa
della sala avrebbe fatto svenire una persona sensibile. Loro la assimilavano
come una musica celestiale.
“Padre!”
dissero in coro, con un’emozione che pervadeva i loro volti ibridi e maligni.
“Figli
miei, la vostra devozione sarà finalmente ricompensata. Potrò avere il mio
trionfo. Il popolo del cerchio alato me lo negò molto tempo fa, ma per me il
tempo non ha valore. Tornerò, però dovete trovare e distruggere ciò che rimane
di quella civiltà di telepati che si oppose a me e che venerò la Luce in cambio di una vita
banale e tranquilla. Ora si trovano in una differente linea temporale, dove
riuscii a confinarli prima che il loro maledetto fascio di energia mi
rilanciasse ai confini di questo universo. Però le rovine del Tempio della Luce
sono rimaste nella vostra linea temporale. Ne sono certo, vi ho indicato
l’area, quella che chiamate “Tortica”, ma non posso individuarlo con
precisione. So che vi state muovendo voi per me. Non dovete fallire!”
“Ci siamo
organizzati per obbedirti senza fare domande, tuttavia siamo curiosi: perché
temi tanto quelle vecchie rovine di pietra, padre?” chiesero all’unisono i tre
fratelli.
“So che un
frammento di quel maledetto cristallo è ancora in circolazione, e quello solo
può bastare a convogliare di nuovo contro di me la potenza della Luce, e questa
volta potrei esserne distrutto. Ho potuto prendere contatto con voi solo di
recente, perché la distanza era troppa per i vostri strumenti. Sarebbe stato
opportuno avvertirvi prima, ma non è stato possibile. Sono comunque certo che
il preavviso che vi ho dato basterà. So che una donna di nome Hathor possedeva
il frammento, e la sua linea spazio-temporale si sovrappone al flusso di
energia di una macchina del tempo. Il frammento si trova ora nel vostro tempo.
Significa che qualcuno ha incontrato Hathor tornando indietro nel tempo, è
entrato in possesso di quella maledetta pietra ed è tornato nel presente.
Qualcuno potrebbe ripetere il rituale del popolo del cerchio alato”
“Chi,
padre?”
“Non lo so,
figli miei, ma se quella maledetta sgualdrina di Myoltecopang riuscisse a
contattarlo… in lei la Luce
scorre potente… troppo potente… il rischio di una sortita del nostro nemico è
troppo alto… trovate e distruggete le rovine del Tempio della Luce! Che il
tridente dello Spettro Nero spezzi il cerchio alato! Solo così avrete il potere
assoluto! Senza la Sala
del Cristallo, la pietra è inutile.
Avrete questo mondo, e dopo, l’universo, e dopo ancora saremo padroni di tutte
le linee temporali! Ci occuperemo di Myoltecopang e della sua dolce principessa
in un modo che neanche lei potrà immaginare… la lasceremo per ultima,
trasformeremo tutto il suo popolo in mostri e lei dovrà guardare! Mi
vendicherete! Sarete dèi insieme a me! Giocheremo con tutte le stupide creature
viventi in nome dei nostri sogni superiori. Luce e tenebre, male e bene, non
saranno che semplici giocattoli nelle nostre mani. Qualsiasi creatura
senziente, umana o artificiale, si prostrerà nel terrore. Imparerà il vero
significato del dolore, delle torture, delle guerre, del vizio, delle stragi,
dell’odio. Avete lavorato bene in tutte queste direzioni preparandovi a questo
momento, figli miei. Non mi dimenticherò dei vostri servitori umani, perché
compenso sempre chi mi serve. Vi manca solo questo esame finale. Sconfiggete
definitivamente il cerchio alato, e nulla più ci resisterà. Mi sto avvicinando
sempre più, dopo secoli di viaggio nei neri abissi del cosmo. Sarete voi a
distruggere l’ultimo ostacolo”
“Sarà
fatto, padre!” risposero in coro.
L’immagine
scomparve.
L’immensa
mole turrita del castello di Ayab sfidava il cielo notturno da un massiccio
roccioso erto e scabro, di cui pareva l’ideale prosecuzione. Viste dal basso,
le sue guglie più alte si stagliavano contro il disco lunare come lance
conficcate. L’enorme altopiano ospitava anche un autodromo a ridosso di quella
fortezza merlata e numerose strutture sotterranee. Seicento metri più sotto, un
canale anulare isolava il massiccio dalle brulle montagne circostanti. Il solo
collegamento con la terraferma era un ponte a pilastri che, emergendo
dall’acqua, collegava due tunnel ben camuffati. Per attraversare quel canale di
notte nuotando sott’acqua ed eludendo gli squali-robot del Fantasma Nero per
intraprendere subito dopo la scalata in arrampicata libera di una parete di
roccia tanto alta occorreva una buona ragione. Albert Heinrich l’aveva. Anche
Piunma e Bretagna, suoi compagni in quell’escursione, l’avevano. Per maggiore
mimetismo, indossavano tutti e tre la versione nera delle uniformi dei Cyborg.
Arrivati in cima dopo due ore di scalata, i tre
cyborg si acquattarono nell’oscurità ai piedi delle mura del castello.
Il cerchio di luce di un riflettore li sfiorò e proseguì. Bretagna aveva il
compito di entrare nel castello assumendo la forma di un pipistrello. Doveva
poi assumere le sembianze di Baron, far entrare 004 e 008 ed individuare Hilda,
sperando che fosse lei.
Le indicazioni
di Romy avevano permesso ad Ivan di individuare l’appartamento di quella donna all’interno del castello. Se
si fossero nascosti nelle sue stanze, sarebbe stata lei stessa a recarvisi per
dormire. A quel punto l’avrebbero narcotizzata ed Ivan avrebbe potuto
teletrasportarli all’esterno.
Sembrava
facile. A parole lo era.
004 era a
capo della missione. Il Professor Gilmoure, dopo aver parlato a lungo con Romy
e Ken in merito ad ogni possibile informazione utile sul castello di Ayab e
sulla Black Shadow, gli aveva concesso di andare e di guidare l’operazione.
Albert lo aveva ringraziato con tutto il cuore. Mentre si preparava, Françoise
andò da lui e bussò. “Nota:
“Albert,
posso entrare?” Françoise si ricordava di quando Albert era venuto a parlarle
mentre era intenta a truccarsi da egiziana per prendere parte alla missione nel
passato che le consentì di incontrare Hathor ed entrare in possesso della
pietra che la famiglia di quella ragazza Hyksos si era tramandata per
generazioni,. Avevano parlato della missione, Françoise gli aveva confessato di
avere timore di un viaggio nel tempo, e poi avevano parlato di Hilda e di Joe.
“Françoise,
sei tu! Entra pure, bambina”
“Albert,
io…volevo…ecco… ricordi quello che mi dicesti quando venisti a trovarmi mentre
mi preparavo ad entrare nella macchina del tempo?”
“Sì,
bambina” le rispose sorridendole.
“Sai
Albert, ho sempre portato dentro di me le bellissime parole che tu mi dicesti
allora a proposito di Hilda: “è molto meglio incontrarsi, amarsi e poi perdersi
che non incontrarsi affatto”. Non ti ho mai detto che, leggendo “I Miserabili”
di Victor Hugo, vi trovai una frase praticamente identica alla tua che diceva
“meglio avere amato ed avere sofferto, che non avere mai amato”?”
“E’ una
frase bellissima”
“Bella come
la tua, Albert… ricorda che io ti sarò vicina, sia che tu ritrovi almeno in
parte la tua felicità con lei, sia che questo tentativo fallisca. Se fossi
fredda e cinica ti direi di non sperare troppo, così un insuccesso non ti
farebbe soffrire più di tanto, ma so che non puoi metterci altro che il cuore.
Se dovessi perdere Joe e mi si prospettasse la possibilità di riabbracciarlo,
come cinica sarei una frana. ”
“Tu non
potresti mai esserlo, Françoise”
“Vorrei
venire con te, Albert”
“Ti
ringrazio, ma un’azione di infiltrazione come questa richiede il minor numero
di elementi possibile. Dovremo passare totalmente inosservati. Saremo tre soli:
io, 007 e 008. Ne ho discusso con il professore. E’ la cosa migliore”
“Albert, se
alla fine di questa prova gioirai, gioirò con te. Se soffrirai, ricorda che non
sarai solo nella tua sofferenza”
“Grazie,
mia piccola ballerina”
Françoise
lo aveva abbracciato con forza e poi era fuggita per nascondere le lacrime.
In quella
pausa nell’oscurità, ai piedi di quel muraglione, Albert ripensò per un istante
a Françoise. Poi pensò ad Hilda, e diede l’ordine convenuto attraverso la
trasmittente interna.
“Vai, 007”
“Ricevuto!”
Bretagna
divenne un globulo indistinto, che si consolidò in un pipistrello. Spiccò il
volo, superando il muro di cinta. L’immensa e contorta mole gotica del
colossale maniero si spiegò in tutta la sua sinistra possenza. La luce della
luna la illuminava parzialmente, rendendola ancora più spettrale. Le profondità
buie che dividevano gli edifici ammassati secondo un disegno architettonico
elaborato con gusto perverso davano l’impressione che le fondamenta delle
costruzioni interne fossero più in basso rispetto a quelle delle mura. Orrende
sculture di demoni mostruosi e scheletri erano avvinghiate a torri, cornicioni
e facciate. La torre a pinnacolo che ospitava il colossale orologio del
castello aveva la sommità modellata come una roccia scabra. Chine su di essa,
decine di scheletri di bronzo immortalati nell’atto di aggredirla con i loro
scalpelli si animarono improvvisamente, scandendo all’unisono la mezzanotte con
le loro martellate. Avevano rubini rossi nelle orbite, che rendevano satanico
il loro ghigno crudele. Una folle, magniloquente ed ingegnosa necrofilia si
associava ad un sfacciato sfoggio di potenza descrivendo bene l’animo di chi
aveva voluto una simile costruzione d’incubo. Guardare quel castello era come
guardare dentro Ayab.
Il
pipistrello sparì in un angolo buio, e da quello uscì un perfetto duplicato di
Baron, che si mise a camminare con nonchalance sugli spalti. Gli uomini armati
di ronda gli fecero il saluto, incontrandolo. Bretagna attese che le sentinelle
si allontanassero e si avvicinò ai merli del bastione. Fissò un gancio al
parapetto e lasciò cadere la fune che vi era attaccata. Albert ne afferrò
l’estremità e salì. Piunma lo seguì. Poi, senza fare alcun tentativo di
nascondersi, i tre presero a camminare per gli spalti. Il guardiano che li vide
nella telecamera riconobbe Baron e si tranquillizzò. Con lui c’erano due uomini
in nero che non conosceva, ma ultimamente tutti si erano abituati al viavai di
sconosciuti in nero. Gli uomini del Fantasma Nero andavano e venivano di
frequente dal castello di Ayab, da quando erano iniziati i preparativi per la
gara di Tortica, e gli scavi segreti che la gara stessa doveva coprire. I
guardiani di Ayab sapevano di non dover fare domande. I tre cyborg sapevano che
quel trucco non avrebbe funzionato a lungo. Dovevano dileguarsi nell’intrico
del castello ed agire. Raggiunsero una scala che scendeva dagli spalti.
Dovevano raggiungere l’edificio centrale. La donna che cercavano aveva il suo
appartamento al terzo piano, angolo ovest.
“Scendiamo!”
ordinò 004 con la trasmittente interna.
Il terzetto
discese la scala fino ad una piccola strada lastricata. Sentirono il passo
pesante di altre due sentinelle. La sorveglianza era elevata. Le lasciarono
andare. Albert valutava la situazione. Bretagna avrebbe potuto continuare a far
loro da guida come sulle mura, facendoli entrare dalla porta principale, ma un
qualsiasi controllo d’identità li avrebbe traditi. Sicuramente c’erano
sentinelle e telecamere al portone dell’edificio, ed era probabile che fosse
stata istituita almeno una parola d’ordine per entrare.
Albert ebbe
un’idea.
“007, entra
da una finestra, vieni all’ingresso con le sembianza di Baron e dà ordine di
lasciarci entrare”
Bretagna
ritornò pipistrello e svolazzò inosservato intorno alla facciata dell’edificio.
Trovò una sola finestra aperta ed entrò. Era un bagno, ed era chiuso a chiave.
“Sono
entrato 004, ma ho di fronte una porta chiusa a chiave”
Albert
valutò il rischio, poi gli disse di forzarla. Bretagna si mise al lavoro con un
grimaldello e fece scattare la serratura. Entrò in un corridoio buio e si
diresse verso le scale. Quando fu a pianterreno, diede il segnale via radio a
004 e 008, che uscirono allo scoperto e si diressero verso il portone
dell’edificio. Le guardie diedero l’altolà e puntarono le armi.
Contemporaneamente, Bretagna si fece avanti con le sembianze di Baron,
garantendo per loro. Alle guardie apparentemente bastò. 004 e 008 seguirono 007
su per le scale. Aveva funzionato, ma non avevano idea di dove fosse il vero
Baron. Il rischio aumentava ad ogni istante.
Raggiunsero l’appartamento indicato da Romy,
ne forzarono la porta e vi entrarono. Era vuoto.
004
contattò la base.
“Professore,
qui 004, siamo entrati. L’appartamento è vuoto. Rimaniamo ad aspettare. Ivan è
pronto per teletrasportarci?”
“Affermativo”
confermò il Professor Gilmoure.
Sembrava
questione di tempo. Era stato facile. Troppo.
La
limousine nera di Baron, accompagnato da “Lady X”, il loro obiettivo, fece il
suo ingresso nel castello e si fermò di fronte al portone dell’edificio in cui
i tre cyborg si erano infiltrati.
Le
sentinelle, stupefatte, videro scendere lei e Baron. Poche frasi concitate e
l’allarme echeggiò in tutto il castello. Ad un ordine di Albert, i tre si
arrampicarono sul tetto. Albert si sporse dal cornicione e la vide. Guardie
armate stavano convergendo sul posto. Iniziarono ad entrare di corsa
nell’edificio. Il rumore di passi e porte sfondate si avvicinava.
Albert
reagì con decisione.
“008, fai
fuoco insieme a me in modo da disperdere le guardie al portone. 007,
trasformati in un uccello da preda e catturala!”
Albert armò
la mano a mitragliera e fece fuoco. Il laser di Piunma le diede man forte.
Nella confusione che seguì, Bretagna saltò dal cornicione, si trasformò in
un’aquila ed afferrò “Lady X” per le spalle. Lei gridò terrorizzata mentre 007
la posò sul tetto. Albert la bloccò, la guardò negli occhi e le chiuse la bocca
con la mano.
“Ferma! Non
muoverti e non ti sarà fatto del male”
Lei prese a
tremare. Aveva un’espressione attonita sul viso. Mormorò con un filo di voce
“No… no… no… illogico… illogico… tu sei cancellato… morto”
Piunma si
inginocchiò dietro un riparo e puntò il laser verso la porta che permetteva di
salire sul tetto. Contattò 004.
“Stanno
arrivando, 004”
“Ivan,
teletrasporto!” comunicò disperatamente 004.
Quando le
guardie irruppero sul tetto, lo trovarono vuoto.
Capitolo 7
Il Professor
Gilmoure era al lavoro da quasi dieci ore. Francoise lo aveva assistito,
infaticabile. C’erano due vite in gioco: quella della ragazza bionda sotto i
ferri e quella di Albert, che avrebbe accusato per la seconda volta una perdita
terribile e ne sarebbe uscito, forse, psicologicamente distrutto. Hilda. Quel
nome, come una dolce nota musicale, aveva fatto risuonare la sua celeste
armonia in tutti i meandri della memoria di Albert per anni. Dentro il cuore di
Albert c’era un santuario dedicato a lei. Se il Professore non fosse riuscito a
salvarla, sarebbe morta una seconda volta. Tutta la squadra dei cyborg sapeva
cosa intendere esattemente con il termine “salvare” in un caso del genere. Non
si trattava della salvezza in senso fisico, perché il corpo non aveva danni. Si
trattava di riportare a galla il suo spirito celato sotto il condizionamento
operato dal Fantesma Nero. Bisognava rimuoverlo, procedendo in parte per
elettrostimolazione della parte organica dell’encefalo, in parte modificando il
software preposto all’interazione bioelettronica con le parti cibernetiche del
corpo, in parte ritoccando l’hardware di potenziamento elettronico del
cervello. Un solo errore, ed il risultato avrebbe potuto essere un corpo
animato di vita vegetativa, oppure una pazza schizofrenica. Nessun errore, ed
il rischio, seppure più basso, rimaneva. Sarebbe occorso il miglior cibernetico
del mondo. Per fortuna, i cyborg lo avevano. Albert stava aspettando fuori.
Insieme a lui, Geronimo, Joe e Chang e tutti gli altri attendevano, pregando
silenziosamente. Avrebbero voluto parlare con Albert, ma senza sapere cosa
dire. Il momento si avvicinava. La luce sopra la porta divenne da rossa divenne
bianca. Il Professor Gilmoure uscì.
Albert si
alzò in piedi di scatto.
“Allora?”
“E’ tutto
pronto, Albert. Devo solo abbassare l’interruttore a leva che farà attivare la
rimozione del blocco. Conosci i rischi, vero?”
“Li
conosco” rispose Albert con gli occhi bassi.
“Albert, ho
fatto quanto potevo ma non posso darti la certezza che……..”
“Non deve
rimproverarsi nulla, Professore. Solo i Fantasmi Neri hanno di che
rimproverarsi”
“Albert, ti
senti pronto ad affrontare un eventuale fallimento?”
“Professore,
mi permetta di entrare. Quell’interruttore lo abbasserò io”
Il
professore e gli altri lo guardarono stupefatti.
“E’ giusto
così” insistette Albert “Io la feci catturare dai Fantasmi Neri con il mio
tentativo di forzare il posto di blocco. Ora devo assumermene la
responsabilità. La prego, professore!”
Il Professo
Gilmoure lo guardò a lungo, in silenzio, poi acconsentì.
Albert
entrò. Vide la ragazza distesa sul lettino. Vide i fasci dei cavi dei sensori
applicati al capo. Vide Françoise, che ebbe un moto di sorpresa. Il professore
indicò la leva ad Albert. Françoise capì e rimase impietrita. Albert vi
appoggiò sopra la mano. Il professore gli fece un cenno. Albert la abbassò.
Gli
apparecchi emisero un ronzio elettrico che raggiunse in fretta il suo apice. Il
corpo femminile esanime staccò di colpo il bacino dal letto operatorio,
formando un’arco convulso. Solo i talloni e le spalle poggivano sul piano del
letto. Le labbra tese scoprirono i denti per due o tre secondi, poi il corpo
ricadde inerte. Dopo due secondi i grafici luminosi degli strumenti segnalarono
una lenta ripresa delle funzioni vitali. L’elettroencefalogramma rimase piatto
per pochi secondi, poi iniziò ad incresparsi.
Hilda aveva
ancora gli occhi chiusi, ma le sue labbra si mossero.
“Albert!
Albert ci hanno visto……ci sparano!! No! Oh No! Ho paura!……..Aaaaaaah! Frena!
Frenaaaaaa!”
Prese ad
ansimare con foga, poi a tremare come una foglia. La sua voce era rotta dal
pianto.
“Albert,
amore mio, dove sei? Dove sei?”
Aveva
riacquistato la memoria, esattamente dal punto in cui si era interrotta.
Françoise era pietrificata dall’emozione. Appoggiò la schiena alla parete e si
coprì il volto con le mani. Il Professore soffocò le sue lacrime di commozione
a stento.
Albert
stava piangendo, senza vergognarsene minimamente. Le prese la mano, poi la
abbracciò con calore e dolcezza raddoppiati dall’emozione di rivivere quel
momento terribile.
“Sono qui,
amore mio. Fatti forza!”
“Albert……è
tutto buio…..non ti vedo…….Albert…….le gambe, non riesco a muoverle…”
Albert le
carezzava il volto piangendo, lo ricopriva di baci adoranti e disperati.
Quell’emozione
fu troppo per Francoise. Chiamò Joe con la trasmittente interna. Joe la vide
così pallida da spaventarsi. Lei schiacciò il viso contro il petto di Joe, che
la portò fuori ad un cenno del Professore.
La voce di
Hilda era sempre più fioca.
“Amore mio,
ce l’abbiamo fatta……..avremo una vita migliore, vero?…….come saranno belli i
nostri bimbi…………abbracciami, ti prego…….ho freddo, tanto freddo……tanto….”
Hilda
reclinò il capo ed Albert la depose sul lettino. Il Professor Gilmoure si
avvicinò.
“Non
temere, Albert. Ha superato la crisi iniziale”
“Perdonatemi
se…..”
“Non
preoccuparti. La tua cara Hilda ha superato l’ostacolo più difficile. Ora
bisognerà riambientarla. Ci lavoreremo insieme.”
“So che è
in ottime mani con lei, Professore. Mi scuserò con Françoise per il turbamento
che le ho arrecato..”
“Non c’è
bisogno, Albert. Non è colpa di nessuno” disse Françoise, che si era riavuta.
Albert
guardò i profondi occhi azzurri di Françoise, e vi lesse affetto, commozione e
gioia. Francoise guardò quelli lucidi di Albert, l’”uomo macchina”, rendendosi
conto di quanto quell’uomo fosse dolce, profondo e capace di amare. Francoise
lo abbracciò con forza. Joe, che era vicino a lei, strinse la mano ad Albert e
con il braccio libero lo abbracciò a sua volta. Altrettanto fecero gli altri
Cyborg, uno dopo l’altro. Bretagna gli disse anche “Ricordati sempre che ci
sono qua io!”
Albert
chiese di rimanere accanto ad Hilda. Il Professore acconsentì. Françoise
riprese il suo posto. Gli altri uscirono incontrando Romy e Ken, che chiesero
notizie dell’intervento ed espressero la loro gioia sincera per il successo.
Il primo
passo era fatto.
Enoah
smontò da cavallo. Mentre uno dei cavalieri della sua guardia personale le
teneva le briglie, il calzare della ragazza toccò leggero il terreno. Avevano
dovuto assegnarle una scorta per le sue uscite. Lo Spettro Nero poteva colpire
in mille modi. Anche Nesia, come lei, non poteva lasciare il palazzo a piramide che era la
loro dimora senza venire scortata. Gli accessi alle loro stanze erano sorvegliati
giorno e notte dai loro fedelissimi Un popolo di telepati può percepire i
pericoli senza sentinelle, e può servirsi dei propri poteri mentali contro una
minaccia. Spade ed armature sarebbero state forse inutili, ma contro
un’avversario come il loro, non bisognava trascurare nessuna misura. Il nome
“Enoah” significava “pace” nella lingua del popolo di Myoltecopang, e lei ne
era fiera. La vista delle armi le faceva sanguinare il cuore, soprattutto
pensando che, pur conservandone la
conoscenza, il suo popolo non ne aveva fatto alcun uso per moltissimi dei
nostri anni, ma ne capiva la necessità. Come voleva la tradizione, Nesia smontò
dopo di lei con tutta l’aggraziata levità dei suoi quindici anni. Era
aggraziata come….. come Françoise. Da quando la crisi si era fatta imminente,
Nesia aveva voluto condividere totalmente il fardello di sua sorella
accompagnandola sempre. Dopo Nesia, smontarono le loro ancelle, ed infine i
robusti soldati. Come Enoah e Nesia, le ragazze indossavano tutte
l’abbigliamento femminile da equitazione in uso a Myoltecopang: calzari a
gambale alti fino al ginocchio, corte tuniche bianche rinforzate da corsaletti
di acciaio a maglie embricate, ed una fascia metallica intorno alla fronte, con
inciso a sbalzo il cerchio alato. Le armature a piastre dei soldati dagli elmi
piumati avevano un’estetica similare, ma l’aspetto pesante e minaccioso del
loro equipaggiamento, i loro mantelli rossi e le loro pesanti spade ne
testimoniavano l’impiego cruento. Quei ragazzi sarebbero morti per lei, Enoah
lo sapeva e ne era grata, ma la vista delle armi era comunque per lei una
sofferenza. Sapeva però che una principessa, anzi, una “Helayma” come lei, cioè
una “Risplendente”, doveva essere capace di affrontare anche il dolore e la
paura. Nesia lo stava imparando.
Enoha fece
il suo ingresso nell’osservatorio astronomico di Myoltecopang. Nesia camminava
alla sua sinistra, un poco arretrata. Le ancelle fecero seguito, disponendosi
su due file paralelle dal passo leggero ma cadenzato. Poi seguirono i soldati.
Quattro di loro rimasero alla porta.
In fondo al
corridoio, il rettore dell’osservatorio la accolse insieme a tre assistenti.
Quel vegliardo dalla fluente barba bianca e dagli occhi sereni e vivaci le
parlò con aristocratica semplicità.
“Benvenuta fra
noi, Helayma”
Enoah mosse
la mano destra nel saluto rituale alla Luce.
“La Luce benedica te ed i tuoi
allievi, saggio Anziano. Vorrei poter ascoltare le tue parole di saggezza, ma,
perdonami, la mia missione non può attendere. Ho saputo che la vostra scienza
ha individuato il grande nemico”
“E’ così,
Helayma”
“Mostrami
il tuo lavoro, saggio Anziano”
“Abbiate la
bontà di seguirmi, Helayma”
I due
battenti del portale di bronzo si ritirarono nelle pareti, ed i quattro
astronomi precedettero Enoah ed il suo seguito. Due soldati rimasero indietro a
sorvegliare la porta.
Erano
entrati in una sala circolare sormontata da un’altissima cupola di piastre
imbullonate. Al centro della sala, le parti meccaniche di una colossale
montatura reggevano un telescopio costituito da una lunga gabbia cilindrica
munita di una serie di lenti su guide scorrevoli e di calibri di precisione
azionati da viti senza fine. Lungo la parete ricurva della sala, lavagne piene
di calcoli, scaffali di libri, mappe celesti, astrolabi meccanici e macchine
calcolatrici meccaniche sorprendentemetne raffinate testimoniavano l’amore per
la pace e la conoscenza dei loro creatori.
Enoha fissò
la mappa del sistema solare che gli astronomi le mostrarono. Avevano calcolato la posizione dei pianeti
rispetto al Sole nel futuro, quello di Françoise Arnoul. Una lunga orbita
sinuosa che aveva inizio fuori dal margine della mappa terminava con una
piccola sfera nera. Nesia sentì una fitta allo stomaco e vi appoggiò la mano.
Le ancelle si mantennero composte e deglutirono per sfogare la tensione. I
soldati avevano espressioni truci.
Enoha seppe
ciò che le occorreva.
Il suo
pensiero raggiunse le menti di tutti i presenti.
“E’ vicino
ormai. E’ ora di agire!”
Senza
saperlo, almeno per il momento, il Professor Gilmoure stava confermando i
calcoli degli astronomi di Enoah. Ivan aveva percepito la presenza di un campo
psicocinetico la cui sorgente era esterna al sistema solare. Prima di
addormentarsi per lo sforzo, aveva fornito i dati al Professor Gilmoure, che si
era servito della sua connessione al nuovo telescopio spaziale per effetturare
una serie di osservazioni automatiche. Aveva anche ricevuto un’immagine dalla
sonda Voyager 6, che aveva immortalato automaticamente l’oggetto dopo averne
rilevato e comunicato la posizione. Le immagini non erano della migliore
qualità, ma la loro sovrapposizione ed elaborazione attraverso un software di
completamento su base statistica consentirono di mostrare con relativa
precisione i contorni di un planetoide nero e gibboso che occultava una parte
dello sfondo stellare. Le foto erano state scattate in differenti istanti, il
che rese possibile ricostruire un’arco della sua l’orbita e stimarne la
velocità e le dimensioni. La variazione del diametro apparente in secondi
d’arco autorizzava a stimarne il diametro intorno ai cento chilometri. Il
Professore aveva immediatamente contattato diversi colleghi astronomi, che si
misero al lavoro. Il giudizio fu pressochè unanime. Le variazioni di velocità e
direzione riscontrate non dipendevano da interferenze gravitazionali: avevano
tutte le caratteristiche delle correzioni di rotta di un volo inerziale. Non
erano il risultato di una cieca applicazione delle leggi naturali: erano il
risultato di decisioni coscienti. Il Professore stava guardando la mappa
stellare che il computer aveva stampato. L’orbita sinuosa che iniziava fuori
dal margine del foglio era la perfetta replica di quella mostrata ad Enoah.
Osservando
la foto il Professore ebbe un’idea. Chiamò Piunma e Francoise nel suo studio e
gliela mostrò. Francoise si sentì mancare. Piunma rimase di pietra. Entrambi,
sopraffatti dall’emozione, confermarono di avere già visto quel planetoide in
sogno, nella “notte di Halloween”. Senza
neanche sapere perché, Francoise uscì all’aperto e si mise davanti al platano
ad osservare intensamente il cerchio alato.
“Ivan,
piccolino, ti ricordi di me?”
Ivan
percepì il calore di una carezza vellutata sulla sua piccola guancia. Riconobbe
il senso di pace e di calore che aveva provato quando Enoah lo aveva cullato,
ed aprì gli occhi. La luce della luna entrava da una grande finestra aperta su
una città di edifici a piramide. Era in una grande culla intarsiata di oro e
argento. Vide il cerchio alato tatuato sul palmo della mano femminile dalle
lunghe dita delicate che lo aveva svegliato, e poi il volto e la chioma nera di
quella donna vestita di bianco che aveva chiesto il suo aiuto.
“Enoah!”
rispose Ivan con gioia.
Si librò
sopra la culla e si avvicinò al petto di Enoah, che lo prese in braccio
carezzandolo delicatamente.
“Benvenuto,
piccolino. Sono felice di rivederti. E’ giunto il momento che tutti
paventavamo, mio piccolo Ivan. Il nostro nemico sta per colpire. Devo svelarti
importanti segreti, ed ho bisogno di te per convincere i tuoi amici. Lo spettro
Nero non vincerà, se saremo uniti”
Ivan
percepì la presenza di un’altra persona nella stanza. Una presenza associata ad
un’inspiegabile senzazione di familiarità.
“Chi c’è
insieme a te, Enoah? Sembra la mia mamma….”
“Intendi
Françoise Arnoul?”
“Sì! E’ qui
anche lei?”
“Hai quasi
indovinato, piccino. Guarda con i tuoi occhi, e comprenderai”
Ad un gesto
di Enoah, un globo luminoso si accese, ed Ivan vide con i suoi occhi il volto
di Francoise.
“Françoise!
Tu qui! Ma….i tuoi capelli sono neri……sembri più giovane………chi sei?”
“Il mio
nome è Nesia, piccolo Ivan”
“Nesia è
mia sorella, Ivan” spiegò Enoah
“Felice di
conoscerti, Nesia. Somigli tanto alla mia Françoise…”
“Sarò
Françoise Arnoul fra moltissimi dei vostri anni, piccolino. Vuoi stare un po’
in braccio a me?”
“Io……sì”
Enoah
glielo porse con garbo.
Nesia gli
sorrise e prese a cullarlo con affetto.
“Sei
davvero un bel bimbo. Sono felice di sapere che ti starò vicino. Ti sono sempre
stata vicino, in un certo senso”
“Nesia,
tu……..hai lo stesso profumo di Françoise…..”
Nesia lo
strinse con tutta la sua tenerezza. Una lacrima le solcò il viso.
“Grazie,
piccolino, grazie!” rispose lei commossa.
Grazie alla
telelpatia, Enoah entrò in comunione con loro, e rimasero un minuto immobili,
condividendo i loro sentimenti.
Fu Enoha a
riprendere il dialogo.
“Ivan,
piccolo mio, ricordi quando chiesi il tuo aiuto?”
“Sì…cosa
devo fare, Enoah?”
“Lo Spettro
Nero sta tornando. Il tuo mondo ed il mio verranno distrutti se non lo
fermeremo”
“Parli del
del planetoide che 003 e 008 hanno visto in sogno?”
“Quella
mostruosità è reale, Ivan. Non è un semplice corpo celeste. Quello è il male.
Non il semplice male derivante dalle azioni degli uomini, quello che nasce dai
nostri errori. Quello è il caos in sé, trascendente ed assoluto. E’ esisistito
prima degli uomini, prima di qualsiasi creatura intelligente, ed ha bisogno
della sofferenza e del dolore come noi dell’aria che respiriamo. Non c’è modo
di parlare e ragionare, con esso. Nel più remoto passato della vostra linea
temporale, il mio popolo lo ha già combattuto. La Luce lo respinse. Guarda!”
Enoah
sollevò la mano destra. Un rettangolo nero apparve sulla parete. Ivan vide
Myoltecopang illuminata dal tramonto. Vide un cerchio nero nel cielo, e ne
provò istintivamente repulsione. Il cerchio prese a sovrapporsi al sole. Vide
un’enorme tempio a piramide, poi l’immagine percorse un lungo corridoio con due
teorie di sfingi lungo le pareti. I due enormi battenti di legno adorni del
cerchio alato in fondo al corridoi si aprirono sulla Camera del Cristallo.
Enoha indossava il costume delle danzatrici di Myoltecopang, ed era in piedi al
centro di un semicerchio di danzatrici. Udì la stessa musica dalle incredibili
armonie ultraterrene che aveva commosso Frarnçoise, e vide Enoah danzare
insieme alle fanciulle di Myoltecopang esprimendo tutto ciò che la danza
avrebbe potuto esprimere. Secoli di civiltà e di arte richiamarono la potenza
della Luce.
Dal cerchio
alato in cima all’obelisco sul tetto del tempio a piramide nacque un raggio di
luce sfolgorante che colpì quella massa nera proprio mentre si avventava carica
di odio mostruoso per tutto ciò che fosse bellezza. Un lampo di primordiale
energia pura avvolse tutto. Quando si dissipò, le rovine di Myoltecopang si
ergevano in mezzo ad un deserto. Poi l’immagine mostrò una figura femminile in
uniforme rossa in piedi in cima ad un duna. Ivan la riconobbe.
“Françoise!”
“Già,
Françoise…..” disse Nesia, sorridendo”
“Ma……come
potete essere qui? La vostra città fu distrutta…….”
“L’energia
che colpì lo Spettro Nero ha come fonte il Cristallo della Luce. Si tratta di
luce strutturata, in che modo non lo comprendiamo esattamente neppure noi. La
danza rituale che hai visto consente di richiamarne l’energia. Un’energia
intelligente. Nell’ultimo scontro con lo Spettro Nero, quell’abominazione
riuscì a sottrarsi alla distruzione totale. Sdoppiò la linea temporale mentre
veniva colpito. Nella nostra linea è stato distrutto e Myoltecopang venera
ancora la Luce,
ma nella vostra è sopravvissuto. Seppure martoriato e ricacciato ai confini
dell’universo, è sopravvissuto e sa che il Cristallo della Luce si è infranto.
La mia forma umana del vostro tempo, insieme ai
superstiti del mio popolo, ne tramandò un frammento, che giunse fino ad
una mia discendente di nome Hathor”
“Hathor!”
“Sì, e lei
lo diede a Françoise Arnoul, dopo che finalmente lei ed il suo amato Joe
Shimamura…..beh, sei piccolo per queste cose……”
“Allora
Françoise ha il Cristallo!”
“La tua
Françoise è la prescelta ora. Ricordi la cerimonia di fronte al cerchio alato
inciso sul platano di fronte alla tua casa, Ivan? Grazie al tuo aiuto la tua
cara Françoise ha eseguito la cerimonia di iniziazione che tutti i figli del
cerchio alato celebrano. Spetta a lei ora ripetere il rituale che io stessa
celebrai un tempo. Dovete trovare la
Camera del Cristallo, portare con voi il frammento in vostro possesso e permettere a Françoise
Arnoul di eseguire ciò che le abbiamo insegnato. Sappiamo che nel vostro tempo
lo Spettro Nero ha tre servi, tre fratelli a capo di una potente setta, che
cercheranno di impedirlo. Dovete fermarli, o tutto sarà perduto, sia per noi
che per voi. Non non sappiamo esattamente dove si trovi la Camera nel vostro mondo. Le
terre emerse hanno adesso una differente configurazione. Possiamo solo indicarvi
un’area piuttosto etesa. Il resto spetta alla vostra squadra”
“Ma
Françoise come potrà eseguire il rituale?”
“Quando il
momento verrà, ricorderà ciò che le ho insegnato”
“Hai detto
che la aiuterete. Come farete?”
“Sferreremo
contro il Nemico di Tutto un attacco a cui stavolta non potrà sottrarsi. La
prescelta si troverà in due luoghi contemporanemente ed al contempo in due
momenti differenti”
“Grazie a
Nesia!” esclamò Ivan.
“Ora
comprendi” disse Nesia “Io e Françoise Arnoul celebreremo il rito insieme, e la Luce colpirà le Tenebre da
due tempi differenti. Nel momento stesso in cui lo Spettro Nero potrà schermarsi da un attacco, si renderà
vulnerabile all’altro”
“Bisogna
spiegare tutto al Professor Gilmoure e agli altri, e fornirgli ogni
informazione possibile”
“Per
questo, ci occore il tuo aiuto, piccolino” disse Enoah, carezzandogli il dorso
della manina con la punta dell’indice.
Ivan si
concentrò. Enoah sentì il suo pensiero e gli rispose.
“Entra in
comunione con me e con Nesia, Enoah” esortò Ivan con gioia.
“Ti
apriremo le nostre menti, piccolino”
Nesia ed
Enoah lo accolsero.
Ivan sentì
una gioia ed una pace che parevano infinite.
Hilda
riaprì lentamente gli occhi. Per un istante la luce li ferì. Li chiuse e li
strofinò con le mani, cercando di dissipare i fosfeni multicolori che la
tormentavano sotto le palpebre. Li riaprì e, mentre le macchioline di colore si
dissolvevano permettendole di vedere il soffitto bianco, l’odore di antisettico
le penetrò nelle narici. Si rese conto di non indossare nulla. Era coperta solo
dal lenzuolo del lettino operatorio. Poi
vide due sagome umane in camice bianco. Un’infermiera ed un dottore.
“Dove sono?
In che ospedale mi trovo? Siamo a Berlino Ovest, vero?” chiese in tedesco.
“Si calmi,
signorina. Non siamo a Berlino Ovest” disse il Professore, con voce gentile.
“Oh, no!
Siamo nella parte Est allora? Sono progioniera?”
“Non ci
troviamo a Berlino, signorina”
“E dove
allora?”
“Siamo in
Giappone”
“In
Giappone?! Dottore, non mi prenda in giro! Se dovete lavarmi il cervello,
fatelo almeno senza divertirvi! Il mio fidanzato, Albert, quello che guidava il
camion…. vi scongiuro, ditemi che ne avete fatto”
Fu
l’infermiera a rispondere. Hilda ne notò l’accento francese.
“Non si
disperi! Sorrida, invece. Il suo fidanzato è qui!”
“E’ vivo!”
“Sì”
“Dio sia
lodato! Ora che cosa ci farete?”
“Vi
aiuteremo”
“Ma…..chi
siete? Che posto è questo?”
“Mi
permetta di presentarmi. Mi chiamo Gilmoure e sono uno scienziato. La signorina
che mi ha aiutato ad assisterla fa parte del mio staff”
“Il mio
nome è Françoise Arnoul. Felice di conoscerla, Hilda. Ci troviamo
nell’infermeria della nostra base. Si trova fra amici” le disse
“Felice di
conoscervi ma…..capirete il mio stato d’animo. Siete del servizio segreto
americano? Della polizia? Non capisco…….”
“Signorina,
temo di non poterle spiegare brevemente la situazione complessa in cui lei si
trova” iniziò il Professore “Partirò dal principio, e la prego di avere fiducia
in chi vuole aiutarla. Si trova fra amici, sia suoi che del suo fidanzato Albert, con il quale lavoriamo da anni”
“Lavorate
insieme da anni? Com’è possibile?!”
Francoise
seguiva la conversazione impugnando di nascosto una siringa di sedativo. Era
una fase critica. Dall’esterno, Albert e gli altri seguivano tutta la conversazione dai monitor.
“Lei è
rimasta…….diciamo incosciente per molto tempo, a differenza del suo fidanzato”
“Per quanto tempo?” chiese con voce ansiosa.
“Diversi
anni” rispose il Professore.
“Vuol dire
che quell’incidente che ricordo come appena successo è accaduto anni fa? Non ci
credo! Lei mente! Volete lavarmi il cervello! Questo è un carcere!”
Il
Professore assunse un’espressione grave.
“Se fosse
Albert in persona a confermarglielo, gli crederebbe?”
La giovane
tedesca rimase interdetta.
“Fatemelo
vedere”
Il Professor
Gilmoure aprì la porta.
Albert
entrò. Indossava l’uniforme rossa.
“Hilda!”
“Albert……oh…….Albert!
Sei tu, sei davvero tu……è troppo bello…..amore mio….”
Albert
corse ad abbracciarla. Lei si strinse a lui come una bambina, gli premette il
viso contro il petto e si lasciò andare ad un pianto liberatorio, dolcissimo.
Francoise svuotò la siringa e la gettò, con un nodo alla gola. Era sul punto di
piangere insieme a loro.
“Hilda, ci
sono qua io. Piangi finchè vuoi, ma di gioia!” le disse lui, carezzandole i
capelli biondi “Siamo fra amici, puoi fidarti di loro!”
“Albert, è
vero che quell’incidente è successo anni fa? E’ vero che ci troviamo in
Giappone?”
“Sì, Hilda.
E’ vero ma….affrontiamo una cosa per volta. Devi rimetterti da un trauma. Devi
recuperare il tuo passato ed il tuo presente per gradi….controllando le
emozioni. Ci sarò io vicino a te. Insieme ricominceremo!”
“Accanto a
te, amore mio, ho affrontato la morte. Ora affronterò la vita”
Hilda
strinse la destra di Albert, e si accorse che era di metallo.
“Oh! Che ti
è successo. Una mano artificiale……..”
“Si, amore
mio. Dopo l’incidente ho subito un’intervento che mi ha consentito di
sopravvivere, ma al prezzo che vedi. Sono in parte diverso da prima.
Affronteremo la cosa per gradi. Devi avere fiducia in me”
“Albert,
hai perso la mano….”
“Lo so, ma
ho saputo accettarlo. Anche tu hai subito un’intervento molto pervasivo”
“Cosa? Di
che genere? Chi mi ha operato?….sono stati loro?” esclamò indicando il
professore e Françoise.
“No! Non
sono stati loro! E’ stata un’organizzazione criminale che usa gli esseri umani
come cavie. Ci hanno salvato la vita, ma solo per usarci. Anche tu,
incosciente, eri nelle loro mani. Ci hanno raccolto dopo l’incidente, tutti e
due. Grazie al Professor Gilmoure, io ed un gruppo di cyborg come me siamo
riusciti a fuggire, ed infine ti abbiamo liberato dal Fantasma Nero”
“Fantasma
Nero………Black Shadow……”
La ragazza
parve esitare sull’orlo di un ricordo.
Albert si
rivolse al Professor Gilmoure.
“Potete
dimetterla, Professore?”
“Fisicamente
è a posto. Può lasciare l’infermeria. I suoi abiti sono pronti”
Albert si
rivolse ad Hilda.
“Te la
senti di alzarti?”
“Sì…….sto
bene”
“Vestiti,
allora. Ti aspetto fuori. Ti mostrerò la nostra casa e ti presenterò i miei
amici. Poco per volta capirai”
Il falò
acceso da Geronimo sulla spiaggia scoppiettava allegro. Il pesce e le salsicce
di Chang erano squisite. Sopra di loro, come una miriade di diamanti su un
panno nero, il cielo stellato si curvava fino a raggiungere il mare. La
striscia argentea e tremula del riverbero lunare sulle acque increspate pareva
un ponte verso l’orizzonte. Hilda, Albert, i Cyborg, Ken e Romy erano seduti
intorno al fuoco.
“Adesso sai
tutto, Hilda” le disse Albert.
Uno dopo
l’altro, tutti i cyborg si erano presentati ad Hilda narrandole le loro storie
ed offrendole la loro amicizia.
Françoise
aveva preso le mani di Hilda nelle sue e l’aveva guardata con occhi profondi.
“Noi siamo
stati una famiglia per Albert, e lui un fratello per noi. Saremo anche la tua
famiglia se lo vorrai”
Hilda aveva
pianto a quelle parole ringraziandola, ed aveva chiesto scusa per quelle
lacrime stringendosi ad Albert.
Joe,
solitamente taciturno, si era aperto quella sera. Con grande gioia di
Francoise, aveva parlato di sé a lungo, come se volesse condividere la sua
storia con tutti, e non solo con Hilda. Di fronte alle lacrime di gratitudine
della ragazza, fu lui a parlarle.
“No! Non
devi scusarti……..le tue lacrime sono bellissime……..considerati una di noi”
La risposta
di Hilda lo mise piacevomente in imbarazzo.
“Vuoi
mostrarti duro, ma in realtà sei un ragazzo dolce, Joe Shimamura, e si vede
quanto ami Françoise” Françoise arrossì, abbassò lo sguardo con fare verecondo,
e poi si volse a guardare Joe. Le stelle parvero riflettersi nell’azzurro dei
suoi occhi.
Hilda
proseguì.
“Se voi,
come cyborg, potete amarvi, anche io ed Albert possiamo”
Romy,
commossa, si era appoggiata a Ken, che l’aveva abbracciata. Loro non erano
cyborg, ma si sentivano ugualmente parte di quel gruppo.
Ken aveva
soltanto ascoltato, fino a quel momento, ma decise di esternare quello che
provava.
“Siete
cyborg, ma anche le creature più umane che io abbia mai conosciuto. Molti umani
dovrebbero ascoltare ed imparare la grande lezione di umanità che mi avete dato
questa sera. Quando lo feci salire con me sul podio, a Daytona, Joe mi offrì la
sua amicizia ed io la accettai con gioia. Ora tutti voi potete considerarmi un
amico. E non dimenticherò mai che io e Romy vi dobbiamo la vita. Grazie, grazie
di cuore”
Geronimo
annuì con soddisfazione.
“Sei un
ragazzo leale, coraggioso ed onesto, Falco che corre. Ho visto con quale
coraggio hai combattuto per la squaw Capelli di Fuoco” disse il gigantesco
pellerossa, mentre Romy sorrideva al nome di battaglia che Geronimo le aveva
attribuito “A nome di tutti, accolgo la tua offerta di amicizia, ed anche
Capelli di Fuoco sarà amica della nostra tribù. Da ora in poi, i tuoi amici
saranno i nostri amici, ed i tuoi nemici saranno i nostri nemici”
I cyborg
annuirono tutti.
Anche Romy
parlò.
“Capelli di
Fuoco ringrazia, Geronimo. Sapete,…..vi sono persone che disprezzano la vita ed
i sentimenti, che le voltano le spalle con la droga, che si sentono onorati
della sofferenza altrui……..vi sono mostri in forma umana che non hanno
meccanismi nel corpo e, tuttavia, seppure “umani”, programmano freddamente
sterminii e torture…….voi non fareste mai nessuna di queste cose, perché avete
il coraggio della sofferenza, e da esso nasce quello dell’amore…….grazie per
quello che ci avete dato questa sera…..siete umani quanto me, anzi , più di me.
Siete……siete le persone più belle del mondo!”
Albert fece
scivolare un foglio ripiegato in mano ad Hilda e le disse piano in un’orecchio
“Questa la scrissi per te molto tempo fa, credendoti perduta per sempre. Non
avrei mai immaginato che avresti potuto leggerla”
Hilda lesse
quella lettera, lasciando che tutto il sentimento che ne traspariva inebriasse
il suo animo e le colmasse il cuore di commozione e gioia.
(Nota: la lettera di Albert ed Hilda è
il testo integrale della fanfiction “Lettera ad un’amore perduto” contenuta
nell’antologia “Michela’s Fanfic” reperibile nel sito “Cyborg009 il forum
italiano” alla pagina web http://nuke.cyborg009.it/Fanfiction/tabid/56/Default.aspx
)
Per la mia
amata Hilda
Amore mio,
permettimi
di chiamarti così ancora una volta. Non capisco bene il significato di
questa
lettera, ma all’improvviso ho sentito il bisogno di scrivere tutto
quello che ho dentro. È un addio sì…
l’ennesimo addio…
Da quando
te ne sei andata tutto appare inutile… sono solo, nonostante tutto. Avrei
desiderato tanto continuare a vivere quel sogno bellissimo che avevo iniziato
insieme a te. Avrei voluto esserti sempre accanto per condividere la gioia e i
dolori, condividere le emozioni... E’ da te che avrei voluto avere un figlio,
sì! Sarebbe stato bello avere un bambino da te… rivedere nei suoi occhi la luce
degli occhi della persona che ho amato e che amo di più al mondo, più della mia
stessa vita. Ma il destino ha voluto diversamente…
Il nostro è
stato un amore autentico. Continuo a portarmi questo dolore dentro, anche dopo
tutti questi anni, ma come posso non soffrire se ti amo così tanto? Se so che non potrò più
averti vicino a me? Mi hai dato tanto, mi hai fatto sentire speciale, sei
entrata nel mio cuore senza neanche me ne accorgessi. Mi sei stata vicina nei
momenti in cui ne avevo più bisogno e con le tue parole e il tuo affetto mi
hai aiutato... Mi hai fatto trovare il
valore nelle cose vere della vita, mi hai donato il sorriso nelle giornate più
tristi. Tu eri sempre lì…soltanto per me.
Mi hai
fatto conoscere il vero significato della parola amore. Ti ringrazio per
questo, per avermi fatto capire cos’è l’amore, quello vero, quello che si incontra una sola volta nella
vita.
A volte penso se sarò mai tanto fortunato ad
incontrare una persona che possa amarmi come tu hai fatto con me… ma… che senso
avrebbe ora? Nessuno. Che senso avrebbe
credere che al mondo ci sia una persona capace di amare una macchina… un
cyborg?
A volte mi
guardo allo specchio e non mi riconosco più. Il mio volto è quello di sempre,
ma senza vita, senza gioia... solo un grande dolore. Vorrei ritrovare la
persona che ero tanto tempo fa, prima che i Fantasmi Neri mi annientassero come
uomo, prima che la sofferenza mi spezzasse il cuore...
Mi manca il
tuo sorriso, la tua gioia di vivere, mi manca ciò che… lo so… non tornerà mai
più. Per quanto posso adesso, cerco di vivere la vita in tutti i suoi doni,
così come viene, giorno per giorno, cercando di superare le avversità. Cerco di
trovare la forza immergendomi nel tuo ricordo, nel conforto degli amici a me
vicini…
Sai… mi piacerebbe
molto poterti rivedere, anche solo per un’ora, un giorno, ma rimarrà soltanto
un sogno…
Fa male
sapere che ti ho avuto per un istante e adesso dovrò passare un tempo infinito
senza di te, fa male sapere cos'è la felicità e non poter far nulla per farla
tornare.
Ti chiedo
perdono per averti portato con me quella maledetta notte… la notte in cui un
uomo di nome Albert Heinrich è morto e risorto come il cyborg 004, una macchina
creata per uccidere…
Ti ho amato
molto mia piccola Hilda e continuerò a farlo per sempre perché il cuore di
quell’uomo batte ancora... continuerà a battere per te…. solo per te…
Arrivederci
amore mio… arrivederci e non addio…un giorno ci incontreremo di nuovo angelo
mio…ci ritroveremo in un posto dove non esistono il male e il dolore… dove
resteremo sempre insieme…per l’eternità…
Albert
Quando
Albert andò a dormire, lei entrò nella stanza e chiuse a chiave la porta. Poi
si tolse le scarpe, la camicetta e la gonna. Albert era già sotto le coperte.
Lei si avvicinò, gli carezzò le labbra e gliele baciò dolcemente.
“Hilda” le
disse lui “Io……forse il mio corpo non può…..”
Lei gli
baciò la mano destra, facendogli sentire attraverso il metallo tutto il suo
calore, e vi appoggiò la guancia. Albert la carezzò dietro al collo con la mano
sinistra, proprio sul connettore parallelo dell’interfaccia bioelettronica che
le avevano installato per farne un cyborg da supporto informatico.
“Il tuo
corpo potrà, se tu lo vorrai” rispose lei “Il nostro amore è più forte del
Fantasma Nero”
Albert la
strinse a sè e la baciò.
Il Fantasma
Nero fu sconfitto.
Per tutta
la notte fecero l’amore con passione e tenerezza, parlando fra loro sottovoce.
Capitolo 8
Il
gigantesco trasporto volante della scuderia Sayonji eseguì un dolce atterraggio
verticale nel terrapieno destinato agli eventuali atterraggi d’emergenza del
Dolphin. Quando Piunma lo vide sul monitor, notò una certa somiglianza con il
loro aeromobile. Sicuramente un segno della passata collaborazione fra il
professor Gilmoure e Sayonji, come l’auto trasformabile di Joe. Il Big Carry
del Sayonji Racing Team aveva una fusoliera decisamente simile al rimorchio di
un’autosnodato, ali a delta retrattili
ed una cabina di pilotaggio sopraelevata, costituita da un veicolo a sei ruote
adatto a percorsi accidentati. Due turbine poste sotto la fusoliera
consentivano atterraggi e decolli verticali, in modo da non richiedere piste
asfaltate, mentre la spinta orizzontale era fornita da due turbine posteriori.
Quando le turbine a spinta verticale del Big Carry si spensero, il supporto a
forcella che reggeva la cabina semovente depositò a terra il veicolo a sei
ruote motrici grande quanto un camion di medie dimensioni, che si fece strada
lungo il percorso sterrato affaccendandosi come un’enorme insetto. Quando si
fermò di fronte alla villa del Professor Gilmoure, uno dei portelli laterali si
aprì divenendo una scala. Sayonji la scese per primo, e si mise di fronte al
muso del veicolo. Scese anche Sakura, mettendosi al suo fianco. Poi fu il turno
dei piloti, che si misero dietro a Sayonji, due per lato. Mentre quella
formazione avanzava in silenzio, Ken e Romy, che attendevano di fronte alla
villa insieme a Joe, Jet ed il Professor Gilmoure, provarono il desiderio di
trovarsi mille chilometri lontano. Erano grati al Professor Gilmoure per la sua
saggia decisione di intercedere a loro favore presso Sayonji.
Sempre in
testa alla formazione dei suoi, Sayonji giunse a distanza di colloquio ed
esordì alla sua maniera.
“Hayabusa,
amore mio!”
Come uno
scolaretto colto sul fatto, Ken replicò con un comico tentativo di apparire
disinvolto.
“Ehm, salve
ingegnere….che piacere….”
“Ah! Sei
contento di vedermi, Hayabusa? Anche io sono felicissimo di rivederti…..mi sei
mancato tanto, te e le tue “hayabusate”, ma sono certo che durante la tua
assenza avrai trovato il modo di deliziarci tutti con il tuo talento. Ho tante
cose da dirti, sai?”
Romy
ascoltava a capo chino, rossa come i suoi capelli per l’imbarazzo.
Sakura si
intromise.
“Insomma,
fratello! Siamo ospiti in casa altrui e devo ricordarti le buone maniere?”
Sayonji si
bloccò. Sakura fece l’inchino di cortesia al Professo Gilmoure e si presentò.
“Buongiorno.
Il mio nome è Sakura Sayonji, e sono onorata di fare la sua vostra conoscenza,
Professore”
“Piacere,
signorina Sakura” replicò gentilmente il Professor Gilmoure “Deduco dal vostro
cognome che siete una parente dell’ingegner Sayonji”
“E’ mia
sorella, Professore. Felice di rivederla!”
Sayonji
tese la mano all’anziano scienziato, che la strinse con calore.
“E’ passato
un bel po’ dalla nostra ultima collaborazione, vero ingegnere?”
“Vero, ma
me ne ricordo come fosse ieri. Professore, durante il nostro contatto al videotelefono siete stato evasivo. Mi
avevate promesso spiegazioni….”
“E le
avrete, ingegnere. Più di quante ne possiate immaginare. Accomodatevi nella
nostra casa. Sarete nostri ospiti per il pranzo. Abbiamo molto tempo, e molto
devo svelarvi. Si tratta di informazioni di vitale importanza”
“Riguardano
anche quei due?” ripose Sayonji, indicando con il pollice Ken e Romy, che
Sayonji aveva riconosciuto grazie ai capelli rossi.
“Anche
loro, ingegnere”
“Allora
sarò tutt’orecchi!”
Sakura
salutò Joe e si avvicinò a Jet.
“Ciao, Jet”
lo salutò lei, sentendo il bisogno improvviso di abbracciarlo. Molte volte si
era chiesta se i colpi di fulmine fossero possibili. Capì in quell’istante di
esserne stata vittima. Jet lo sentì. Fra di loro si era instaurata quella
meravigliosa empatia che incatena i cuori degli esseri umani all’improvviso.
“Ciao,
Sakura… sei bella come un fiore di ciliegio… tu…”
“Io…?”
“Tu sei
troppo per me…”
“No, Jet,
non sono troppo per te…”
“Sakura, ci
sono cose di me che non sai, forse avrei dovuto dirtele prima di…”
“Prima di
cosa?”
“Prima di innamorarmi
di te…” le disse, senza riuscire a
fermare quelle parole. Subito dopo abbassò lo sguardo e strinse i pugni. Si
meravigliò di se stesso. Lui, il duro, il teppista di strada, lo spavaldo, il
guerriero della notte… disarmato da quella ragazzina… come aveva potuto
lasciarsi andare ad una simile confessione?
Sakura
vacillò per un istante, coprendosi il volto per nascondere il rossore.
“Oh, Jet!
Non dirmelo così, ti prego! Non qui! Cielo, che gioia! Sono felice, Jet. Sono
tanto felice!”
“Aspetta,
Sakura… tu non sai… perdonami… io…”
“Non
parliamone ora, Jet”
Joe aveva
intuito cosa stava accadendo fra loro, e si allontanò con discrezione. Lo
sguardo di Sakura era lo stesso che Françoise aveva per lui. Françoise però era
un cyborg, esattamente come lui. Sakura era umana.
“Avresti
dovuto dirglielo subito, Jet” pensò Joe “Ma d’altronde è successo tutto così in
fretta da non lasciartene il tempo. Io, comunque, sono la persona meno adatta a
giudicarti… la tua Sakura potrebbe soffrirne, ma d’altra parte, quante volte ho
fatto soffrire la mia Françoise?”
Si voltò a
guardarli.
Sakura
diede un rapido bacio a Jet e quasi fuggì via, come un’adolescente. Jet aveva
un’espressione dolce ed al contempo sofferente sul viso, che Joe non avrebbe
mai creduto di vedergli.
Forse
l’amore avrebbe vinto anche la barriera che li separava… chissà.
Joe se lo
augurò di tutto cuore.
Sayonji ed
i suoi piloti ascoltavano il resoconto di quanto accaduto a Ken e Romy ed il
Professore chiariva loro i rapporti fra Fantasma Nero e Black Shadow. Sakura
seppe di Jet. Le si mozzò il respiro. Jet si sentì morire. Non resse lo sguardo
di Sakura e si allontanò.
Ivan stava
dormendo nella sua culla. Françoise gli stava rimboccando le coperte. Sentì la
voce di Jet attraverso la trasmittente interna.
“Françoise,
posso parlarti?… ti prego… ne ho davvero bisogno”
Françoise
rimase stupefatta dalla nota di dolore disperato che percepì nella voce di 002.
Capì che Jet doveva farle una confidenza importante.
Immaginò di
cosa si trattasse. Joe glielo aveva accennato.
“Vieni
pure, sono nella stanza di Ivan”
Il piccino
dormiva.
Françoise
uscì dalla stanza lasciando socchiusa la porta.
Jet giunse
proprio in quell’istante.
“Françoise,
che cosa ho fatto?”
“Ti
riferisci a Sakura Sayonji, vero?”
“Come lo sai?”
“E’ stato
Joe a dirmelo”
“E’
successo tutto così di colpo, io… all’inizio volevo solo fare amicizia ed
essere galante, poi ho pensato al breve flirt di una sera, poi ho capito quanto
fossi solo… tu sei l’unica donna del gruppo ed ami Joe… io non ho nessuno… e
poi mi sono innamorato come un ragazzino… non sopportavo l’idea di essere respinto e non sopportavo l’idea di
perderla svelandole la verità, ho rinviato quel momento ed ora ho le spalle al
muro. Maledizione, l’ha saputo da altri… Ho sbagliato tutto, Françoise. Ora lei
soffrirà per colpa mia…”
“Tu hai
avuto un gran coraggio, Jet: il coraggio di amare. Magari lo hai avuto
sbagliando, ma lo hai dimostrato. Non devi vergognartene. Non avrei mai
immaginato che tu fossi capace di una simile confessione.”
“Tu e Joe
siete cyborg entrambi, lei è umana… io… come reagirà ora?”
“Non posso
darti certezze, ma comunque vada, so che affronterai da uomo la gioia come il
dolore. Vai fino in fondo, Jet Link. Se non metti in gioco te stesso, sei
sconfitto in partenza”
“Non
sarebbe stato meglio se fossi stato il solo a soffrire?”
“Non puoi
comandare al tuo cuore, e neppure Sakura può comandare al suo. Ti conosco molto
bene, Jet, e so che se non fossi davvero innamorato di lei non mi avresti
parlato così… sento che ti preoccupi più della sofferenza di Sakura che della
tua… ciò è profondamente nobile ed …umano”
“Che cosa
devo fare, ora?”
“Affrontare
la verità. Sapevi già cosa fare ancora prima di contattarmi. Avevi solo bisogno
di sentirtelo dire da qualcuno. Vai da lei e parlale, chiedi il suo perdono, se
lo ritieni giusto, ma guardandola negli occhi. Aprile il tuo cuore. Per il
resto, non puoi fare altro che sperare”
“Grazie,
mia piccola ballerina”
Mentre Jet
e Françoise dialogavano, la figura biancovestita di Enoah apparve ad Ivan nel
sonno e gli parlò.
“I tuoi
amici sono tutti riuniti, adesso?”
Ivan
percepì la presenza dei nuovo arrivati.
“Sì, Enoah”
“E’ giunto
il momento di svelare tutta la verità e di far comprendere loro come
sconfiggere il Grande Nemico. Mi occorre il tuo aiuto, Ivan. Come d’accordo,
devi fare ìn modo che il Professore attivi la sua macchina del tempo. Fallo
prima che quell’uomo con tanti meccanismi nella mente… quel Sayonji… riparta.
Quella che voi chiamate “bobina di campo” della vostra macchina del tempo può
amplificare la nostra capacità di “cronotrasporto”, voi lo chiamereste così.
Non lo avremmo capito senza la fusione telepatica con te, mio adorato
piccolino. Tramite quella che la vostra matematica teorica consente di definire
come “sfera di cronostasi”, teletrasporteremo la vostra dimora nel nostro tempo
e luogo. Vedranno tutti Myoltecopang ed io parlerò a loro come feci con te!”
“Lo farò,
Enoah!”
“Dipende
tutto da te, piccino”
“Enoah…”
“Sì, Ivan”
“Ti voglio
bene…”
Enoah lo
carezzò sulla guancia con il pensiero e lo baciò con delicatezza.
“Mi colmi
di gioia, piccolo mio. Di gioia e di amore. Proprio ciò che lo Spettro Nero non
riesce a sopportare. Tutti noi contiamo su di te, mi raccomando! Se non
vedranno Myoltecopang con i loro occhi, non crederanno a ciò che sveleremo”
Jet si
diresse speditamente verso la stanza di Sakura, ma tutto il suo coraggio, nato
dalla conversazione con Françoise, svanì presto di fronte a quella porta
chiusa… lei era al di là di quella soglia, dietro quell’ultimo ostacolo… come
si sentiva adesso? Come l’avrebbe accolto? Ricordava perfettamente la sua
reazione quando il Professor Gilmoure aveva rivelato che tutti loro erano
cyborg… lo aveva guardato con gli occhi sbarrati per lo stupore e se n’era
andata… in quel momento si era sentito tremendamente in colpa…
“Beh… il
peggio che ti può accadere è che ti uccida… e in fondo è quello che ti meriti
razza di cretino!” disse a se stesso…
Bussò
timidamente alla porta, mormorando: “Sakura, ci sei? Sono io… Jet… vorrei
parlarti se non ti dispiace…”
Un ciclone
infuriato aprì l’uscio della camera, esclamando: “A dire la verità… mi dispiace
e molto anche!”
Fece per
richiudere subito, ma Jet posò una mano sulla porta, tentando di tenere aperta
l’entrata ancora per un po’, mentre Sakura forzava dall’altra parte… accidenti,
quando voleva quella ragazzina aveva una forza sovrumana! Poteva benissimo fare
concorrenza a Geronimo...
“Per
favore… fammi entrare… voglio spiegarti…”
“Spiegarmi
cosa? Che mi hai presa in giro per tutto il tempo?” si lasciò sfuggire un
risolino “ed io che ci sono caduta come un’imbecille…”
“Le cose
non stanno così…”
“No! Hai
ragione… sono molto peggio in realtà…”
All’improvviso,
Jet aumentò la pressione della sua mano sulla porta e Sakura fu costretta ad
arrendersi e ad accondiscendere al suo ingresso nella stanza… alzò le mani,
commentando ironicamente: “Ma prego… entra pure!”
Jet si
sentiva mortificato dal suo comportamento, ma tentò di acquisire un po’ di
calma… d’altronde era lui dalla parte del torto e, probabilmente, a ruoli
invertiti, la situazione sarebbe stata identica…
Lei gli
girò le spalle, dicendo: “Dì pure quello che devi e poi sparisci!”
Lui
sospirò: “Sakura… mi dispiace… non avrei mai voluto farti soffrire…”
“Però l’hai
fatto” replicò lei, con voce rotta dal dispiacere e continuò “cosa credi che
abbia provato, come pensi mi sia sentita dopo che il Professor Gilmoure ha
detto che siete… dei…” non riuscì a terminare la frase…
“Io…”
Lei si
voltò… aveva gli occhi lucidi… e lui si sentì proprio un verme…
“Sai che
cosa mi fa star male più di ogni altra cosa in questa faccenda?”
Jet rimase
in silenzio… fissando interrogativamente quegli occhi… non sapeva cosa dire…
“Il fatto
che tu non me ne abbia mai parlato…” disse, portandosi una mano sul cuore “…io
provo dolore perché non hai avuto abbastanza fiducia in me da confidarti… santo
cielo! A me non importa che tu sia un cyborg, potresti anche essere un
superconcentrato di armi nucleari, chi se ne frega!...” e concluse, sospirando
“…io ti amerei comunque…”
Jet si passò
una mano tra i capelli, maledicendo se stesso per tutto il male che le stava
procurando, ma un barlume di speranza si accese dentro di lui… aveva detto che
lo amava… nonostante le angosce, nonostante le sofferenze, nonostante tutto…
lei lo amava…
Sembrava
che in quell’istante Sakura gli leggesse nella mente, perché disse: “Già, sono
innamorata di te… ma del resto… lo sai benissimo… a questo punto sta solo a te
decidere Jet, io ho fatto la mia scelta…”
Lui la
fissava stravolto… aveva pensato di essere lui a condurre la conversazione,
invece lo sguardo fermo e deciso di quella ragazzina lo stava facendo
impazzire…
Decise di
rischiare tutto… si avvicinò a lei e la prese tra le braccia…
La sentì
abbandonarsi nel calore del suo abbraccio… aveva quasi dimenticato che cosa si
prova ad essere innamorati, quale emozione sente l’anima nel tenere stretta a
sé la persona amata… l’ultima volta era stato secoli fa… a New York… nella sua
città… quando aveva sperato inutilmente di ricominciare un rapporto ormai finito…
allora, aveva sofferto e aveva giurato a se stesso che non ci sarebbe caduto di
nuovo, maturando quel lato del suo carattere irrequieto e scontroso… invece…
quella ragazza così dolce, ma insieme così forte e determinata lo aveva fatto
capitolare…
“Perdonami…”
le disse… lei alzò gli occhi… stava piangendo, ma non erano lacrime di dolore…
“Perdonami,
Sakura…” continuò “…è solo che… ho sofferto molto in passato, da quando sono un
cyborg… e, a volte, le vecchie ferite tornano a sanguinare…”
Lei gli
posò due dita sulle labbra, impedendogli di continuare: “Lo so… ma io non sono
il passato Jet… sono il tuo presente e, se lo vorrai, il tuo futuro…”
Lui le
sorrise… per la prima volta dopo tanto tempo sorrideva di autentica felicità…
si chinò su di lei e la baciò, continuando a tenerla stretta, mentre con un
piede chiudeva la porta della sua stanza dietro di loro…
Romy e Ken erano di fronte a Sayonji.
L’ingegnere
aveva appena superato lo stupore delle rivelazioni del Professor Gilmoure.
Senza vedere con i propri occhi, avrebbe riso di cuore di quanto gli era stato
spiegato. Erano cyborg… anche Link, e non gli era sfuggita la reazione di
Sakura quando aveva saputo di Jet. Non gli era neppure sfuggita Hilda, l’ex
agente di Ayab. Il Professor Glimoure ed Albert avevano dissipato i suoi
sospetti. Romy stessa aveva contribuito a chiarire la nuova situazione.
“Ho
sbagliato, ti chiedo perdono” disse Ken, con un tono profondo e serio che
Sayonji non gli aveva mai sentito usare. Ebbe l’impressione che quel ragazzo
fosse cresciuto improvvisamente.
“Ingegnere,
se c’è qualcuno da biasimare, quella sono io… io sono entrata a far parte della
Black Shadow… io ho indotto Ken a partecipare a quella gara… ho rischiato la
vita di entrambi…ed ho anche rischiato di coinvolgerla in uno scandalo… dopo la
morte di mio padre io…..”
Romy smise
di parlare e pianse. Ken la abbracciò.
Sayonji
rimase interdetto.
“Ragazzi, è
vero che vi amate?”
Ken e Romy
lo guardarono stupefatti. Si erano aspettati un torrente di improperi.
“E’ vero?”
chiese di nuovo Sayonji.
“Sì”
rispose Ken
“Ragazzi,
vi rendete conto di ciò che avreste potuto provocare, vi rendete conto del
fatto di avere rischiato la vita? Avete pensato a tutto il male che avreste
potuto fare a voi stessi ed a coloro che vi vogliono bene? Ken, meriteresti di
non correre più per me”
Ken esitò,
poi rispose a capo chino.
“Hai
ragione….”
“Oh no!
No!” gridò Romy “Io l’ho spinto a farlo, ho fatto leva sui suoi sentimenti…”
“Ragazzi,
dopo quanto mi ha svelato il Professore, in un momento tanto importante e
grave, non mi lascerò andare a scenate. In tutta sincerità, giuratelo sulla
memoria dei vostri cari, siete finalmente cresciuti abbastanza da capire il
vostro errore e non ripeterlo? Se dovessi darvi fiducia, avrei poi motivo di
pentirmene? Rispondete!”
“N-no! Da
ora in poi, non prenderò mai iniziative senza che tu lo sappia…..ma, un
momento! Hai detto “darvi fiducia”? Significa che….”
“Ken,
dimmi, durante la tua famosa gara, come ti è parsa la tua fidanzata?”
“E’ alla
mia altezza!”
Sayonji si
rivolse a Romy.
“Immagino
che l’offerta della Black Shadow non ti alletti più, vero, rossa?”
“Certo che
no…”
“E di
un’eventuale offerta della scuderia Sayonji, che ne diresti?”
Ken e Romy
sgranarono gli occhi.
“Oh, sì!
Sì!!”
Romy corse
ad abbracciarlo.
Sayonji rimase
di sasso.
“Credo di
poterlo interpretare come un sì ma… non stringermi in quel modo davanti al tuo
fidanzato, ragazza… non vorrei suscitare gelosie… e poi in fondo non sono mica
Madre Teresa.”
“Ingenger
Sayonji” gli disse Romy con voce profonda e dolce “Lei ha la stessa forza e la
stessa bontà di mio padre… morirò piuttosto che deluderla.”
“Vale anche
per me” disse Ken.
Sayonji
tese la mano a Romy.
“Benvenuta
a bordo, Lady Wells. Discuteremo i dettagli più tardi.”
Romy la
strinse con lacrime di gratitudine.
“Per lei
sono semplicemente Romy, ingegnere. Le devo la mia felicità.”
Sayonji
stava stringendo la mano al professor Gilmoure per accomiatarsi. Avevano
caricato sul Big Carry l’Hayabusa e la “Maestà Reale” e si accingevano a
tornare al Centro Ricerche Sayonji per prepararsi alla gara di Tortica.
“Grazie di
tutto, Professore. Shimamura, Link, la mia offerta di collaborare con me come
piloti rimane valida, naturalmente. Fatemi sapere!”
Improvvisamente
i due si bloccarono. Il soffio del vento, lo sciabordio del mare, il canto dei
gabbiani, tutto era cessato di colpo. Il silenzio si era fatto assoluto. Il
Professore corse alla finestra. I gabbiani erano immobili in cielo, come in
fotografia. La luce del sole era come polarizzata.
“Professore!
Non abbia paura, non è il fantasma nero! Dica a tutti di rientrare
immediatamente nella villa.”
Era Ivan,
che comunicava con la telepatia.
“003, vai
da lui, subito!”
Françoise
raggiunse di corsa la culla di Ivan e lo prese in braccio. Il bimbo era
sveglio.
“Ivan, cosa
succede? Siamo in pericolo?”
“No, 003.
Enoha deve incontrarci”
Françoise
sentì un tuffo al cuore.
“Enoha… ma
era solo un sogno…”
“No,
Françoise”
“Ma allora
anche quell’orribile globo nero…”
“E’ lo
Spettro Nero… Enoah ci insegnerà ad affrontarlo, servendosi della luce…
Françoise, portami in laboratorio, dalla macchina del tempo. Dì al professore
di riunire tutti intorno ad essa… se questo esperimento fallirà, saremo tutti
perduti”
Françoise
scese con Ivan in braccio.
Tutti, su
suggerimento del professore, stavano guardando i loro orologi da polso. Erano
fermi.
“Se fossi
pazzo, sarei il solo a vedere gli orologi fermi” ossevò Sayonji “Professore,
che cosa…?”
“La sola
spiegazione è un campo di cronostasi…”
“E’ solo
accademia” replicò Sayonji.
“E’ la versione
ufficiale. In realtà, tecnologicamente è possibile. Io stesso ho realizzato una
macchina del tempo funzionante basandomi su questo teorema”
Françoise
si rivolse al Professore.
“Professore,
Ivan dice che non si tratta del Fantasma Nero, e che dobbiamo riunirci tutti
nella sala della macchina del tempo”
Ivan
trasferì il proprio pensiero nelle menti di tutti.
“Enoah ci
parlerà”
“Quella
sognata da 003 e 008?”
“Lei…”
“Chi è
questa Enoah?” chiese Yamato
“Siamo in
pericolo?” chiese Sakura.
“Facciamo
come dice Ivan, ragazzi”
“Ma cosa
può saperne un bambino…” disse Sayonji
Ivan
fluttuò nell’aria di fronte allo stupito Sayonji ed alla sua squadra.
“Il mio
corpo è di bambino, non la mia mente. Il mio cervello è stato potenziato
elettronicamente ed è in grado di ricorrere a facoltà psicocinetiche ed
extrasensoriali. Seguiteci in laboratorio. Vivrete un’esperienza meravigliosa…
e capirete”
“E se non
fossimo d’accordo?” sbotto Gantetsu
“Se non ci
aiuterete, il mondo intero sarà perduto”
“Come
facciamo a saperlo?” chiese Yamato.
“Seguiteci
ed avrete la risposta”
Entrarono
nei sotterranei della villa. Il professore li fece entrare nel suo laboratorio
di meccanica temporale applicata. Sospesa fra macchine complicate, cavi e
strumenti di vetro e metallo, una grande cabina pentagonale dalle pareti
trasparenti occupava il centro della sala.
“Professore,
attivi la macchina, la prego. Interagirà con il campo di cronostasi”
“Sì,
amplificandolo. Sovrapporremo due flussi spaziotemporali…”
“Incontreremo
Enoah… i suoi astronomi hanno calcolato la posizione del planetoide che si sta
avvicinando alla Terra… non è un corpo celeste, è un’intelligenza, la vera
essenza dello Spettro Nero… Enoah è la guida del popolo del cerchio alato, fu
lei a farlo incidere a Geronimo per permettere il rituale di Françoise…
ricorda? Insieme ad Enoah possiamo batterlo… faccia come ci ha chiesto,
Professore. E’ lei ad aver creato il campo di cronostasi che ci sta
avvolgendo.”
“Vuoi dire
che quella notte di due anni fa, questa Enoah stava comunicando con noi… e che
ora vuole metterci in guardia ed aiutarci a scongiurare la minaccia del
planetoide?… è lei a generare il campo di cronostasi?”
“Lei,
insieme alle menti di tutto il suo popolo. Possono fare ciò che noi otteniamo
con la tecnologia. Azioni la macchina, Professore, possono mantenere stabile il
campo solo per un tempo limitato.” Il Professore si avvicinò ad una console,
digitò un codice segreto, premette la mano su un lettore d’impronta e si
sottopose ad una rapida scansione retinica. Subito dopo, attivò la bobina di
campo della macchina del tempo. Il sole invase improvvisamente l’ambiente in
penombra, illuminando una splendida città di palazzi a piramide. Il soffitto
divenne un cielo straordinariamente azzurro. Il pavimento a pannelli metallici divenne il lastricato di marmo di
un’ampia via dalla pavimentazione decorata con un’incredibile varietà di
disegni artistici e colori.
Tutti si
guardarono intorno.
“E’ un
ologramma, deve esserlo! Professore, che trucco è questo?” gridò Sayonji.
“Non lo è,
ingegnere… non lo è…” rispose con reverente stupore l’anziano scienziato.
Françoise
riconobbe la città del suo sogno… ammesso che di sogno si fosse trattato.
Stavolta, però, non stava dormendo. Non poteva sognare da sveglia. Era a
Myoltecopang.
Inspiegabilmente,
la cabina pentagonale della macchina del tempo e le attrezzature del
laboratorio erano rimaste al loro posto.
Tutti guardarono l’incredibile e splendida città di palazzi a piramide,
pinnacoli e giardini pensili, commossi di fronte all’indescrivibile bellezza
delle sculture e dei fregi geroglifici, stupefatti di fronte agli effetti
illusori di fughe di prospettive composte da elementi architettonici nati da
una sensibilità ed una cultura umane, eppure estranee a tutto ciò che
conoscevano.
Le
terrazze, i parapetti ed i giardini iniziarono ad animarsi. Decine di volti di
uomini, donne, bambini, anziani, ragazzi e ragazze dall’abbigliamento di foggia
vagamente egizia li guardavano silenziosamente. Françoise mise a fuoco le loro
espressioni. Erano serene ed amichevoli. Udì alcune frasi nella loro lingua,
senza comprenderle. Sapeva però che la maggior parte della loro comunicazione
era telepatica.
Geronimo,
Piunma, Bretagna e Chang portarono la mano al calcio della pistola. Albert armò
la mitragliera e mise Hilda al riparo. Joe la estrasse e si tenne pronto ad
attivare il suo acceleratore. Ken fece abbassare Romy dietro una console,
guardando in alto con apprensione. Il pensiero di Ivan giunse potente a tutte le loro menti.
“No!!! Sono
amici, non fate loro del male! Vogliono solo darci il benvenuto. Devono solo
parlare con noi!”
“Ha
ragione!” gridò Françoise “Joe, metti via quell’arma, ti prego!”
“Françoise…”
“Fidati di
me, Joe”
“Io… tu
come puoi…”
“Questa è
la città del mio sogno, Joe. O meglio… di quello che credevo fosse un sogno…
hanno bisogno di noi Joe, il loro nemico… lo Spettro Nero, è anche il nostro…”
Joe ripose
il laser.
Grazie agli
occhiali a specchio, Sayonji pareva avere la sua solita espressione seria e
decisa. Si rivolse a Françoise.
“Mi scusi,
Françoise, lei sa dove ci troviamo?”
“Io ho già
visto durante il sonno questa città ingegnere”
“L’ha
sognata? La vedo anch’io, ora, come tutti, e nessuno di noi sta dormendo. Non
credo di capirci molto, ma di certo, se quella gente lassù avesse avuto intenzioni
ostili, credo che avrebbe potuto attuarle facilmente”
Geronimo
vide avvicinarsi una giovane donna dalla pelle ambrata e dai capelli corvini.
La fibbia della cintura che le stringeva la veste bianca recava il simbolo del
cerchio alato. Lo stesso motivo era ripetuto nei suoi orecchini. Teneva per
mano un bimbo piccolo, che stringeva a sua volta la mano di una sorellina
ancora più piccola. I bimbi avevano gli occhi grandi per la curiosità e lo
stupore. I dolci occhi a mandorla della donna incontrarono quelli di Geronimo.
Il suo sorriso era fine ed aristocratico; i suoi lineamenti, delicati. Con
l’espressione grave e dolce al contempo che mai abbandonava il volto del
gigantesco pellerossa, Geronimo le fece un’inchino in cui seppe esprimere tutto
il suo senso innato della cortesia. La donna mosse la mano nel saluto rituale
alla Luce e pronunciò con tono cortese alcune parole, che nessuno comprese.
Dietro di lei, arrivarono altre persone, camminando calme e distese. Ai bordi
della strada si tava radunando una folla, pacifica e silenziosa. Anche loro
salutarono amichevoli, come la donna. Geronimo fece per uscire dal cerchio
delle attrezzature del laboratorio, da cui nessuno di loro si era ancora mosso.
Il Professore intervenne.
“Attento,
005! Non fare gesti ostili e rimani all’erta”
“Non c’è
alcun pericolo, Professore” intervenne Ivan, rivolgendosi poi mentalmente alla
donna “Qual è il tuo nome, giovane signora?”
“Il mio
nome è Mayla Behn Shay, piccolo Ivan. Il
tuo amico dal volto dipinto e dalle grandi spalle pare non comprendermi”
“Lui non è
un telepate; invia i tuoi pensieri nella sua mente, e lui capirà.”
Geronimo si
era avvicinato alla donna, udendone la voce senza vederle muovere le labbra.
“Sei una
telepate, come il nostro piccolo?”
“Sì. La Luce ti benedica… Geronimo.
Mi chiamo Mayla Behn Shay, e questi sono i miei bimbi. Siamo tutti e tre
onorati di fare la tua conoscenza. Benvenuto a Myoltecopang, straniero dal
corpo forte e dal cuore puro… sento bontà in te.”
La bambina
più piccola si avvicinò a Geronimo.
Il gigante
in uniforme rossa si inginocchiò e le tese l’indice. La piccola lo strinse con
la sua manina, sorridendogli.
“I bambini
sentono la bontà senza bisogno di telepatia, Geronimo. Dì ai tuoi amici che
siamo tutti qui per darvi il benvenuto secondo il rito solenne della nostra
tradizione… la nostra Helayma Enoah vi verrà incontro… insieme a lei, a sua
sorella Nesia, a tutti noi, voi renderete possibile la sconfitta del Grande
Nemico, lo Spettro Nero… che ucciderebbe senza pietà i miei bimbi semplicemente
perché sono innocenti”
“Mayla Behn
Shay, a costo della mia stessa vita, non accadrà! I Guerrieri Siuox non possono
mentire. O dicono la verità, o tacciono”
“Grazie,
Geronimo dei Sioux… è questo il nome del tuo popolo? Sei figlio di un popolo
nobile e fiero”
“Ti
ringrazio, squaw”
“Squaw?”
“Nella mia
lingua, significa “donna”
“Ah! Bene,
Geronimo, questa squaw è lieta di averti conosciuto. Preparati ora ad essere
accolto con tutti gli onori dalla nostra Helayma. Io devo farmi da parte, ora”
“E’ stato
un onore ed una gioia conoscerti, Mayla di Myoltecopang.” Geronimo fece un
cenno di saluto a tutti, e si avvicinò a Joe
Parlò con
la trasmittente interna.
“Ivan ha
ragione. Sono amici. E sono tutti telepati. Pare che la loro sovrana, che
chiamano Helayma, verrà a darci il benvenuto di persona”
Un gruppo
di ragazzi e ragazze molto giovani si era avvicinato a Romy, che poco per
volta, dopo essersi pizzicata il gomito tre o quattro volte, si era resa conto
di non sognare e, con flemma tipicamente inglese, si sentiva rassicurata dal
fatto che i pazzi, in effetti, non si pongono mai il dubbio di essere tali.
Quei giovani erano bellissimi. La guardavano con occhi dilatati dalla
meraviglia. Anche Romy, come Geronimo, udì le loro parole senza veder muovere
le loro labbra, e comprese la ragione del loro stupore. Erano i suoi capelli
rossi. Non erano mai esistite rosse a Myoltecopang. Era ritenuto un colore
impossibile per i capelli.
Una
ragazzina si avvicinò e chiese di poterli carezzare.
“Come sono
morbidi… sono come il plasma del fuoco… sono bellissimi. Il mio nome è Minois
Vahn Melko, e questa è la mia città, Myoltecopang. Posso conoscere il tuo nome
e la tua città?”
“Sono Romy
Wells, la mia città si chiama Liverpool, e sorge su una grande isola del
nord. Felice di conoscerti, Minois”
rispose Romy tendendole la mano mentre la ragazza le faceva con la destra il
saluto rituale. Allora Romy imitò il suo saluto mentre la fanciulla le tendeva
la mano. Entrambe sorrisero divertite da quell’equivoco ed apprezzarono l’intento
di adattarsi l’una alla cultura dell’altra.
“Ecco che
arriva il comitato dei festeggiamenti. Speriamo bene” fece Sayonji.
Ivan lo
rassicurò.
“Non c’è
nessun pericolo, ingegnere. Siamo fra amici. Si prepari ad aprire la sua grande
mente. Quanto apprenderemo qui salverà il mondo”
“Sai,
piccolo, è strano il modo in cui mi sto adattando a tutto questo. Non mi sento
stupito più di tanto”
“Non
dimenticate che ci troviamo in una civiltà di telepati. Sono loro a fare in
modo che le nostre menti si sentanto a loro agio. Sanno che potremmo subire un
shock. La loro sovrana lo ha voluto”
“Sovrana?”
chiese Sayonji “Arriva la regina?”
“Non come
la intendiamo noi, ingegnere… capirete”
Le
danzatrici biancovestite avanzarono al tintinnio dei sistri volteggiando in stupende
coreografie, complesse come l’ordito di un fantastico tessuto multicolore,
mostrando tutta la bellezza, la grazia e l’eleganza delle figlie di
Myoltecopang. Quando si aprirono disponendosi ai lati della strada, giovani
muscolosi eseguirono numeri coreografati di scherma con lance, stiletti e
spade, commemorando battaglie dei loro tempi antichi e mostrando il vigore dei
figli del cerchio alato. Poi, artisti ed artiste, disponendo tessere di vetro
colorato in aria grazie alla telecinesi, composero mosaici tridimensionali
animandone le figure, dando vita all’equivalente del nostro cinema di
animazione. Vennero poi attori ed attrici, che recitarono scene mitologiche
trasferendo i dialoghi direttamente nelle menti degli spettatori. L’orchestra
che eseguiva le musiche di accompagnamento, melodiose e ricche di arrangiamenti
eseguiti da strumenti per noi sconosciuti non era visibile, ma non importava.
Ogni musicista trasferiva il suono del suo strumento dalla sua mente
direttamente in quella degli ascoltatori. Non vi erano e non potevano esservi
problemi di acustica.
Quando gli
attori ringraziarono e la musica cessò, la strada rimase libera. Tutti mossero
la destra nel saluto rituale e lo mantennero, cantando con le loro voci un
melodioso peana, mentre una piramide a gradini sormontata da un trono adorno
del cerchio alato avanzò, sostenuta dalla telecinesi, che la manteneva sospesa
ad un metro dal suolo.
Assisa sul
trono, fra due ali di ancelle, sedeva una donna dai capelli corvini e dal volto
ascetico, bella e serena come potrebbe esserlo un angelo. Una donna che Françoise riconobbe con un
tuffo al cuore.
“Enoah!”
La donna
rispose con il pensiero, in modo che tutti comprendessero. Le sue parole erano
musica.
“Felice di
rivederti, Françoise Arnoul. Tu ed i tuoi amici siete i benvenuti. Io sono
Enoha Zhem Rendang terza, Helayma di Myoltecopang, la nostra amata città di
palazzi a piramide, e, come tutto il mio popolo, servo la potenza della Luce.
Abbiamo celebrato per voi quello che chiamiamo “rito del benvenuto”. Con esso,
tutta Myoltecopang vi rende omaggio, amati ospiti. Mio è il compito e l’onore
di ricevervi, e lo adempio con gioia ringraziando la Luce. Molto dobbiamo
condividere, molto abbiamo da svelarci, per allearci contro il grande nemico…
sì, Professor Gilmoure, lo Spettro Nero… non si tratta di fantasie, Ingegner
Sayonji” Sayonji rimase di sasso ”Vorrei tanto che si trattasse solo di
mitologia… ma è reale. Avrete molte domande, immagino. Abbiate la bontà di
seguirmi nella mia dimora. Prendete posto sulla piramide del mio trono, negli
scranni riservati agli amici del nostro popolo, e la raggiungeremo.” La
piramide si abbassò fino a terra, permettendo loro di prendervi posto, poi si
librò nuovamente, ruotò lentamente di centottanta gradi sul suo asse, e si
avviò dolcemente, fra due ali di folla omaggiante.
Quando
giunsero di fronte all’immenso portale della “Piramide della Reggenza Celeste”,
rendendone il nome in una lingua totalmente fonetica come la nostra, anziché
nella combinazione di suoni e messaggi telepatici che caratterizza la lingua di
Myoltecopang se impiegata in tutta la sua complessità, i battenti di bronzo
fregiati del cerchio alato si ritirarono nei bastioni ed il trono attraversò la
navata centrale di una sala immensa. Nelle navate laterali, uomini e donne
abbigliati con vesti bianche e rosse attendevano in silenzio. Il trono si
rivolse verso l’ingresso e si adagiò in un vestibolo immenso. Tutti i presenti
intonarono un coro polifonico di straordinaria complessità e di profonda
armonia. Quando le architetture sonore di quella meraviglia cessarono di
permeare l’aria, Enoah si alzò dal suo alto scranno e si rivolse agli ospiti.
“La Luce vi benedica, nobili
amici del mio popolo! La nostra gioia è grande, ed avremmo tanto da
condividere, ma su di noi e su di voi pende una minaccia terribile. Sì,
Professor Gilmoure, è la stessa che voi conoscete, e si incarna nel planetoide
che lei ed Ivan avete osservato! Sì, Ingegner Sayonji, anche quella che
chiamate Black Shadow è uno dei suoi tentacoli! Sì, mia cara Hilda, tu ed il
tuo amato Albert ne foste le cavie, come tutti i vostri compagni cyborg! Sì,
Romy Wells, anche tu lo saresti stata! Sì, Ken Hayabusa, tuo padre e quello
della tua amata Romy, ed anche tuo fratello, li hai persi per colpa dei suoi servi
umani! Sì, Françoise Arnoul, sei qui per una ragione speciale, ed il nostro
primo incontro non fu quello che tu credesti un semplice sogno. Ora capirai, e
capirete tutti… c’è una persona che devi incontrare, Françoise Arnoul,
avvicinati, vieni…”
Enoah le
tese le mani. Françoise salì la scala e giunse di fronte ad Enoah. Gli occhi di
Enoah, profondi ed ascetici, le diedero un senso di pace infinita. Enoah le
strinse le mani. Françoise ne ricambiò
la stretta delicata, e riamse impressionata dalla pelle di Enoah.
Neppure la seta più raffinata poteva essere tanto morbida e delicata.
Il comando
mentale di Enoah raggiunse tutti.
“Vieni, mia
piccola Nesia… Françoise è giunta…”
“Chi…?”
Fece per chiedere Françoise, ma ciò che vide le tolse il fiato.
Chi le aveva
messo un specchio di fronte? No! I capelli erano neri, la carnagione più scura.
Françoise tremò.
“Chi sei?
Il tuo volto… tu…”
“Il mio
nome è Nesia Zehm Rendang, Françoise Arnoul, e sono colei che tu fosti in un
tempo in cui, secondo la tua gente, ancora non esistevano uomini sul nostro
mondo. Tu sei colei che io sarò in un tempo in cui del nostro ricordo
rimarranno solo vaghe tracce sconosciute ai più”
“Vuoi dire
che io…”
“Sei stata
e sarai sempre una di noi, Françoise Arnoul… io rivivrò in te… e sono felice di
sapere che sarò bella e dolce… ed avrò capelli del colore dell’oro… e sarò
amata da un ragazzo buono dopo aver tanto sofferto”
Nesia si
volse verso Joe.
“Joe
Shimamura, vieni accanto alla tua Françoise, non essere timido”
Joe salì i
gradini nel silenzio generale e si avvicinò a Nesia, contemplandola stupefatto.
“Sarai tu
ad amarmi… percepisco un amore immenso per la nostra cara Françoise, Joe
Shimamura… è bello essere amate così… ma vedo in te anche un bambino che
piange, e che teme di soffrire ancora… ed un ragazzo dolce, ma che teme di
mostrarsi tale”
Joe si
lasciò prendere per mano da quella giovinetta dalle vesti bianche ed i capelli
corvini, e si lasciò condurre vicino a Françoise. Nesia prese anche la mano di
Françoise, e la unì a quella di Joe.
“Joe
Shimamura, ti affido me stessa e lo faccio con
con gioia! Promettimi che la amerai sempre, magari attraverso momenti di
sofferenza, e che soffrirai per lei, se occorrerà. So che ne sei capace”
Joe lo
promise, con parole semplici, un poco impacciate, ma sincere.
Poi Nesia
si rivolse a Françoise.
“Puoi
pensare a me come ad una sorella minore, Françoise Arnoul. Ho due sorelle, ora”
“Ne avevi
già una, Nesia?” le chiese Françoise
“Sì
Françoise Arnoul” disse Enoah “Sono io!”
Françoise
restò di sasso.
“Questo
significa che secoli fa tu ed io…”
“Sì,
Françoise Arnoul. Come Nesia, hai avuto una sorella. Sono felice di sapere che
tu le darai nuova vita”
Dopo averle
detto queste parole, Enoah la abbracciò. Françoise si sentì pervasa da un senso
di pace e calore umano che parve senza confini. Anche Nesia lo fece. Françoise
strinse a sé quella sorellina, e pianse di commozione.
Nesia le
chiese se avesse fratelli. Françoise le parlò di Jean, e pensò a lui,
permettendo a Nesia ed Enoah di vederne il volto.
Infine Enoah
si volse a Joe.
“Non avere
paura di amarla, io posso sentire la forza del sentimento che provi per lei… vi
lega con un’empatia tanto forte da farvi percepire come un solo essere, io…
addirittura fatico a discernervi con la telepatia… è ciò è meraviglioso, Joe
Shimamura. E’ dallo Spettro Nero che devi guardarti, non dai tuoi sentimenti”
Ivan si era
avvicinato fluttuando. Enoah gli fece il saluto rituale.
“Ivan!
Piccolino! Grazie del tuo aiuto…”
“Puoi
tenermi in braccio, Enoah?”
“Se la tua
mamma è d’accordo…” disse Enoah, rivolgendosi a Françoise
“Posso,
mamma?”
Françoise
provò un lungo istante di emozione, poi annuì.
“Sì,
piccino mio…”
Enoah lo
prese in braccio e lo cullò. Ivan si strinse al suo petto, felice come il bimbo
piccolo che era. Poi lo passò a Françoise, e si rivolse a tutti i presenti
alzando la mano destra. Il cerchio alato che portava sul palmo si illuminò.
Pareti, tetto e pavimento divennero trasparenti., mostrando le stelle, ed un
planetoide nero che avanzava oscurandole via via. Videro, come gente che sogna,
tutto ciò che Ivan aveva già visto, seppero cosa accadde, ed appresero ciò che
dovevano fare. Françoise rivide la scena in cui Hathor le fece dono della
gemma, ed Enoha le insegnò come usarla.
“Io dovrò
eseguire di nuovo quella danza…”
“Sì, come
la nostra Nesia”
Françoise
ebbe quasi paura.
“Ma io non
so se…”
“Una volta
entrata nella Camera del Cristallo, saprai e rammenterai di nuovo… io sarò con
te… veglierò su di te, sorella mia”
Sorella.
Françoise sentì un nodo alla gola, e di nuovo pianse di gioia. Oltre a Jean,
aveva una sorella maggiore ed una minore, ed aveva potuto incontrarle
nonostante i millenni che le separavano.
“Io… Enoah,
Nesia… oh, scusate le mie lacrime…vi voglio bene…io…”
Le
abbracciò tutte e due, ricambiata.
La salutarono
benedicendola in nome della Luce.
Françoise
avrebbe voluto rimanere con loro, ma aveva compreso la missione che le avevano
affidato.
Si
accomiatarono anche da Joe, dicendogli “Te la affidiamo. Amala anche per noi,
Joe Shimamura”
Joe si
portò la mano al petto, e glielo promise solennemente.
Si
accomiatarono anche da tutti gli altri ospiti, chiamandoli per nome, uno per
uno.
Vennero
ricondotti nel punto in cui avevano fatto la loro comparsa a Myoltecopang. Un
istante dopo, erano nel laboratorio, nella villa del Professore. Impiegarono un
giorno intero per riaversi dall’emozione ed assimilare l’accaduto. Ivan li
aiutò con la telepatia a superare lo shock di simili rivelazioni.
Poi, in
presenza delle due squadre, due giganti si strinsero la mano, rinnovando il
loro vecchio sodalizio: Gilmoure e Sayonji. Erano decisi ad andare fino in
fondo: non c’era altra scelta.
Enoah lo
seppe, sorrise, e pensò soddisfatta: “Vieni pure, ora, Grande Abominazione.
Stavolta non ti affronterò da sola!”
Capitolo 9
Premessa:
la trovata dei bigliettini d’amore di Amy , come le reazioni di Sayonji, sono
liberamente tratte dal testo di una bellissima commedia interpretata negli anni
’70 dal grande Erminio Macario ed
intitolata “Pautasso Antonio, esperto di matrimonio” (Autori Amendola e
Corbucci). Quando, bambino, la vidi in televisione, risi per mesi ripensando
all’avvocato Pautasso che, segretamente innamorato della giovane Margherita,
strappava inferocito i bigliettini d’amore che la sua non proprio bella
governante Teresa, da anni innamorata di lui, gli seminava dappertutto nelle
pratiche (e che, spesso, venivano letti anche da altri)
“Ingegnere,
c’è una visita per lei”
Hilda si
rivolse a Sayonji, che alzò lo sguardo dal suo ennesimo progetto, chiese a
Yamato di attendere e le rivolse la sua attenzione.
Albert ed
Hilda si erano temporaneamente aggregati al gruppo di Sayonji in modo da
discutere gli ultimi dettagli dell’azione assieme a Joe e Jet. Nell’attesa che
il Professor Gilmoure venisse a prelevare lui ed Hilda con il Dolphin, Albert
si era messo anche a lavorare come meccanico insieme a Yamato, in modo da
accelerare la partenza del Big Carry, ed Hilda, con il suo cervello
elettronicamente potenziato, aveva aiutato Sayonji con la progettazione
Autocad. Sayonji si era meravigliato delle capacità di Hilda, ed Hilda si era
meravigliata di quelle di Sayonji. La giovane tedesca era felice di rendersi
utile, e di avere trovato amiche come Romy e Sakura. Albert, poi, pareva un
altro uomo. L’unica cosa importante, per lui, era il sorriso di Hilda. E lei
sorrideva. Sorrise anche a Sayonji, non appena questi le chiese chi fosse il
visitatore.
“Una certa
Amy Belle Van Valkenburgh”
Sayonji si
irrigidì.
“Bene, gli
dica che non ci sono!”
“Va bene,
ingegnere”
Sakura, in
tuta da meccanico, si intromise, continuando a pulirsi le mani sporche di
grasso con uno straccio.
“Per
favore, aspetta un attimo Hilda!” le disse cortese, ma decisa.
Poi si
rivolse al fratello.
“Ma
insomma! Cosa vuoi che ti faccia, che ti mangi?”
“Se posso
scegliere, voglio che mi stia fuori dai piedi!”
“E perché?”
“Perché è
frivola, vanesia, impicciona…”
“Perché è
una donna che ti fa delle avances, e questo basta a mandarti in crisi!”
“Sì,
chiamale “avances”, quegli sciocchi bigliettini d’amore vergati di idiozie che
semina dappertutto! E poi, con quello che c’è in gioco adesso ti pare che….”
“Sì!”
replicò Sakura, con la sua consueta verve.
Jet la
osservava, divertito. Com’era forte e fiera, la sua piccola giapponese…..come
sapeva essere gentile e rude al contempo. Romy ed Hilda ascoltarono con un
lampo di curiosità femminile negli occhi.
Mentre il
battibecco fra Sayonji e sua sorella continuava, Hilda chiese a Gantetsu di chi
stessero parlando.
“L’innamorata
di Sayonji, colei che lo insegue da tre anni” rispose il gigante, visibilmente
divertito.
“Ma chi è
questa Amy Belle?” chiese precipitosamente a sua volta Romy a Ken.
“Oh!”
rispose Ken, sorridendo “Una giornalista free-lancer che continua a tallonare
Sayonji da quando lo conobbe, circa tre anni fa. Diciamo che è la sua “compagna
non ufficiale””
“Non
ufficiale?” la curiosità di Romy salì alle stelle “In che senso?”
“Nel senso
che Sayonji non la pensa allo stesso modo” rispose Ken.
“Ed i
bigliettini d’amore?”
“Ah,
quelli! Gliene scrive a decine, e riesce sempre a farglieli avere nei modi più
inaspettati”
“Davvero? E
Sayonji come reagisce, quando li legge?”
“Beh, in
genere si limita ad appallottolarli imprecando…”
Romy chinò
il capo, si coprì la bocca con la mano e prese a ridere silenziosamente.
Dopo tutta
la tensione dei giorni precedenti, dopo la fatica degli allenamenti e delle
messe a punto all’ombra del pericolo dello Spettro Nero, quella scena da
situation comedy fu un balsamo. Riuscirono a dimenticare per un attimo la
consapevolezza che, forse, tra una ventina di giorni, il mondo come lo
conoscevano sarebbe finito. Sakura e suo fratello erano una coppia stranamente
assortita, dato il loro carattere opposto, e le loro discussioni erano
irresistibili, specie se riguardanti gli atteggiamenti di Sayonji con l’altro sesso.
Sakura
troncò le proteste di Sayonji facendo dietro front, raggiungendo la porta ed
invitando la visitatrice ad entrare.
“Vieni
avanti, cara!”
Sayonji
reagì con una sorta di riflesso condizionato. Fece cadere un cacciavite di
proposito e, fingendo di raccoglierlo, prese a camminare a quattro zampe dietro
un banco di attrezzature nel tentativo di sottrarsi all’incontro. Proprio in
quell’istante giunsero Albert e Mutsu, occupati a discutere fra loro esaminando
un iniettore con sguardo critico, quando videro il leader della scuderia
Sayonji camminare a gatto.
“Ingegnere,
che cosa fa?” chiese Albert, candidamente.
Mutsu
rimase interdetto .
Sayonji
alzò lo sguardo al cielo e strinse i pugni, mentre Amy Belle si avvicinò e gli
sorrise.
“Ah! Si
nasconde lì dietro, cattivaccio?”
“In qualche
posto bisogna ben stare!” replicò Sayonji
Amy era una
ragazza piuttosto graziosa, snella ed abbigliata con gusto classico. Aveva
l’aria della persona spontanea, sveglia e stravagante. Il suo tono di voce era
piuttosto petulante e la sua gestualità un poco affettata. Un tipo decisamente
mondano, quindi amante di tutto ciò da cui Sayonji si teneva alla larga. Cosa
ci trovasse in Sayonji, era un mistero.
“Ma cosa
fai?” gli domandò Sakura
“Cerco un
cacciavite!”
“Andiamo, finiscila
di camminare come un gatto!”
“Non lo
trovo…”
“Abbiamo
ospiti, ok?”
Sayonji
fece per alzarsi in piedi, battè la testa contro una sporgenza e poi riguadagnò
una posizione eretta. Venne investito dal profumo di Amy. Era essenza di
tuberosa: proprio quella che Sayonji non poteva soffrire. Romy ed Hilda
osservavano la scena con eccitata aspettativa. Ken si chiese se non fosse il
caso di intervenire, mentre Jet cercava di non ridere.
“Ingegnere”
fece Amy, sfacciata e sensuale “Potremmo restare soli?”
“Ehm…”
Replicò Sayonji
“Certo che
potete!” scattò Sakura.
Jet si fece
avanti.
“Tesoro,
credo che Joe abbia bisogno di noi”
Prese
Sakura sotto braccio e la trascinò letteralmente via.
Anche
Albert prese Hilda sottobraccio.
“Vieni,
cara, ho bisogno di te!”
Hilda
resistette un poco e si lasciò condurre via.
Romy
resistette maggiormente, ma alla fine Ken l’ebbe vinta.
Mutsu capì
da sé di essere di troppo.
I due
rimasero soli.
“Ebbene,
eccoci soli” disse Sayonji con tono rude.
“Andiamo,
ingegnere, non è contento della mia visita?”
“Mi spieghi
a cosa è dovuta”
“Devo consegnarle questo” rispose lei, con
aria soddisfatta
Porse a
Sayonji un fascicolo con le note organizzative relative alla partecipazione del
Sayonji Racing Team alla gara di Tortica.
“Se è lei a
consegnarmelo significa che…”
“Che sono
il vostro contatto: lavoro per l’ente organizzativo internazionale della gara
di Tortica”
“Sul libro
paga di Ayab, per caso?”
“Oh, no!
Non mi metto con quella gente…
preferisco voi… soprattutto lei, ingegnere…”
“Oh, la
ringrazio!”
“Non
potrebbe iniziare a darmi del tu, visto che saremo spesso a contatto?”
“Vedremo.
Ok, mi segua nel mio ufficio, ho diverse domande da farle”
Amy lo
seguì dicendo a se stessa “Adesso sì che posso starti vicino, istrice… potrò
scriverti i miei messaggi d’amore… ma perché ti amo?… Saranno i tuoi baffi da
sparviero? Le tue spalle? I tuoi lunghi capelli?... ah, cosa non si fa per
amore!”
La barretta
metallica del mirino tagliò in due la sobbalzante sagoma del cavaliere
biancovestito che, in piedi sulle staffe, reggeva contemporaneamente con la
sinistra briglie e fucile spianato. La coda di rondine della tacca di mira
si alzò fino a collocare il mirino
esattamente nella sua bisettrice, mantenendo sullo sfondo il cavaliere. Da
sotto il casco da esploratore che completava la divisa kaki da deserto dei
cyborg, sdraiato con il gomito sinistro
piantato nella sabbia per reggere il fucile, Geronimo invocò devotamente il
Grande Spirito, fece scorrere il suo sguardo lungo la linea immaginaria che
attraversava mirino e bersaglio, e piegò l’indice sul grilletto del suo
Lee-Enfield fino al punto di scatto,
aumentando gradualmente la pressione. Il cavaliere fece fuoco, colpendo
con uno sbuffo di polvere l’argine della trincea di sabbia che Geronimo aveva scavato
a mani nude con la sua forza di cyborg. Subito dopo partì il colpo di Geronimo.
Il cavaliere lasciò cadere briglie e fucile per portarsi di scatto le mani al
volto, e stramazzò al suolo. Il cavallo proseguì a sella vuota. Il gigantesco
pellerossa roteò l’arma sopra la sua testa, lanciando il grido di guerra dei
suoi padri all’indirizzo degli altri cavalieri, che si ritiravano.
“Hoka-hey!”
Bretagna
fece fuoco a sua volta, ed un altro avversario cadde.
Anche Chang
fece fuoco.
I loro
assalitori si radunarono lontani. Uno di loro si bilanciò un tubo sulla spalla
e li bersagliò con un missile.
Piunma
estrasse il laser, ma non fece in tempo ad usarlo.
Françoise,
sdraiata vicino a lui, aveva fatto fuoco con il suo Lee-Enfield mandando venti
grammi di piombo ad impattare contro il piccolo razzo, che esplose. I cavalieri
si ritirarono definitivamente, ma sarebbero tornati più numerosi.
“Mi
dimentico sempre la tua supervista!” esclamò Piunma
Françoise
gli fece un rapido sorriso. Sotto lo strato di polvere rigata da rivoli di
sudore il suo volto, reso color miele dal sole del deserto che batteva come se
avesse fatto di loro la sua incudine, aveva una bellezza differente. La ragazza
pareva smagrita dalla fatica, e lo stoicismo con cui aveva deciso di affrontare
quella prova senza avere vicino Joe dava al suo sguardo e ad ogni suo sorriso
un significato più profondo.
“Brava,
piccola!” le disse Bretagna, cameratescamente, come ad un commilitone.
Françoise
sorrise anche a lui, e, servendosi del suo foulard bianco ormai sporco, si
asciugò dal volto il sudore che la sabbia bollente su cui era stata costretta a
sdraiarsi continuava a spremere dal suo corpo.
“Sai” le
disse Bretagna, il cui volto non rasato pareva più duro “Mi fai tornare in
mente un verso di quella canzone degli Spandau Ballett…”Through the
Barricades””
“Ma va là!”
fece lei, fingendo impazienza
“No,
davvero… sai, la strofa in cui dicono “when she smiles she shows the lines of
sacrifice”… beh, è come se i segni del sacrificio ti donassero una nuova bellezza”
“E’ vero”
convenne Geronimo.
La ragazza
si sedette ai piedi dell’argine di sabbia, estrasse il caricatore, tolse il
colpo in canna e ricaricò il suo fucile. Piunma la invitò a riposarsi.
“Se non lo
fate voi, non lo faccio neanch’io!” ribattè lei. Non voleva favoritismi. Voleva
sentirsi come loro, essere come loro.
“Ascolta,
Françoise” le disse Geronimo “Io sono a capo di questa missione. Devo
rispondere solo a 009 di ciò che decido, e lui al Professore. Tu dovrai
eseguire una danza. Non potrai se avrai il fisico a pezzi. Ora sdraiati, e
togliti gli stivali ed anche le calze. Massaggiati i piedi e riposa per due
ore. Se avverti dolore alle caviglie o ai piedi, fasciali! C’è troppo in gioco,
non occorre che te lo ricordi. Obbedisci, squaw! 006, dalle da bere.”
“Solo se
bevete anche voi”
Geronimo la
guardò con ammirazione.
“Sei
testarda, ed apprezziamo il tuo desiderio di affrontare le nostre stesse
fatiche” le disse “Ma quando ti avremo portato a destinazione il nostro compito
terminerà. Il tuo no, quindi berrai”
Chang si
fece avanti con una borraccia, riempì il tappo di acqua e lo porse a Françoise.
“Solo
questa misura”
Françoise
bevve lentamente, rendendosi conto di quanto la sua gola fosse arsa, poi si
tolse gli stivali e le calze. Mandavano un’odore terrificante. Lo stesso che
probabilmente avevano addosso tutti, dopo tre giorni di marcia nel deserto
immersi nella polvere e nel sudore, senza una goccia di acqua per lavarsi. Il
Professore aveva munito le loro parti cibernetiche di tutti i filtri antisabbia
necessari per operare nel deserto, ma la loro parte umana doveva soffrire.
Françoise si massaggiò i piedi, cercando di scacciare dalla mente l’idea della
vasca da bagno, un bel bagno di essenze profumate…
“Certo”
pensò “In questo contesto, sono bella e profumata anche così”. I piedi le
facevano male. Se li lasciò fasciare da Piunma, esperto in questo genere di
cose. Era un africano, avvezzo al deserto. Aveva imparato fin da piccolo ad
armonizzarsi con esso. Anche Geronimo aveva imparato a sopravviverci, ad
affrontarlo senza tecnologia. Una prova che tutti i pellerossa dovevano
affrontare nel cammino della loro formazione. Lei e Bretagna erano europei, per
loro era diverso. Per questo, forse, la loro amicizia in quella situazione si
stava facendo più forte. Si tolse anche
il foulard, si sbottonò la camicia kaki e si sdraiò, coprendosi il volto con il
casco. Piunma e Chang le improvvisarono un riparo con un telo, concedendole un
poco di ombra. Il piccolo cinese non aveva perso un grammo della sua consueta
giovialità.
Dopo aver
esaminato una mappa riportandovi i rilevamenti effettuati con una bussola a
traguardo, Piunma si rivole a Geronimo.
“005, ormai
non dovrebbe mancare molto al villaggio della tribù dei tuoi amici Pueblo”
“No, 008!
Ancora mezza giornata di marcia, e saremo in vista della parete di roccia che
ne segna il territorio”
Quando
avevano discusso il problema di intraprendere le ricerche della Camera del
Cristallo nella Tortica sotterranea, erano tutti consapevoli del fatto che i
soldati del Fantasma Nero fossero già sul posto. Geronimo ebbe un’idea. La sua
tribù, in Arizona, aveva contatti con altre riserve indiane e, nel corso di un
raduno nazionale, Geronimo aveva conosciuto alcuni ospiti provenienti dallo
Yucatan, membri di una tribù dell’etnia Pueblo, quella che nel 1540 aveva
fornito all’esploratore spagnolo Francisco Vasquez de Coronado informazioni in
merito alla favolosa città d’oro di Cibola. Il loro villaggio consisteva di una
rete di caverne adattate all’insediamento umano. Essi avevano fatto cenno alla
possibilità di raggiungere le misteriose rovine della Tortica sotterranea
attraversando caverne collegate al loro villaggio. Geronimo si recò in Arizona
insieme a 008 dal suo capo-tribù che lo mise in contatto con Honecoza, il capo dei
Pueblo dello Yucatan, tramite gli uffici dell’amministrazione della
riserva. Ottennero promessa di
ospitalità per chi avesse presentato l’”Wampum”, un corto bastone rituale di
riconoscimento, della tribù di 005. Geronimo aveva anche mostrato all’uomo della
medicina della sua tribù un calco del cerchio alato che aveva inciso durante la
“Notte di Halloween”. Aveva avuto la giusta intuizione. L’anziano uomo della
medicina della tribù annuì con approvazione quando lo vide. “Buona medicina!”
fu il suo commento, ed intercesse in favore dei due cyborg. Makuati, tale era
il suo nome, non volle però dare a Geronimo nessun ragguaglio in merito a cosa
sapesse del cerchio alato. Gli disse che lui ed i suoi compagni dovevano
scoprirlo durante il cammino. Dovevano dimostrarsi degni affrontando pericolo e
fatica.
La cultura
accademica ufficiale non sapeva nulla del cerchio alato, ma forse gli sciamani
indiani sì. Probabilmente si tramandavano un segreto che non doveva essere
svelato se non agli iniziati alle loro arti magiche. Che qualcuno di loro
avesse avuto visioni di Myoltecopang? Ai Cyborg, in fin dei conti, era capitato, aveva pensato Geronimo, ed
anche alla squadra di Sayonji.
Il Big
Carry era già in volo per lo Yucatan. Sayonji era al telefono con Amy. Era facile
intuirlo, soprattutto dal modo in cui la telefonata ebbe termine.
“No, non le
do del “tu”! E la pianti di chiamarmi “orsetto”, chiaro?! Mi mandi quel fax
senza dire altre sciocchezze! La saluto!”
Romy
indugiava di proposito davanti alla macchinetta del caffè, nel corridoio del
gigantesco aeromobile. In realtà, stava ascoltando Sayonji. Non voleva perdersi
la telefonata, il che implicava l’autocontollo di non ridere forte.
Mentre si
recava da Sayonji con i test al simulatore climatico della sua auto, Joe la
incontrò e la salutò. Avevano avuto modo di conoscersi più a fondo, durante gli
allenamenti nel circuito del Centro Ricerche Sayonji. Ciascuno dei due aveva
avuto conferma della prima impressione positiva che si era fatta dell’altro.
“Ah, Shimamura!” lo salutò Sayonji.
“Ho i test
della mia auto, ingegnere. Tutti positivi”
“Certo,
Shimamura! Parliamo di una macchina Sayonji, che diamine! Devo immettere un
ultimo dettaglio nel software del computer di bordo del Big Carry. Potresti
leggermi le note di sollecitazione termica delle gomme? E’ il cartoncino
allegato in basso sinistra, quello scritto in inglese.”
“Veramente
è scritto in giapponese” rispose Joe, imbarazzato.
“Beh,
leggilo ugualmente”
“Come
volete, ingegnere” rispose Joe, e lesse a voce alta.
“Ho visto
una figura aitante
uscire di
corsa dal bosco,
con i baffi
da sparviero
i capelli
scarmigliati,
la bocca
che mi gridava “Ti amo!”
Ed un
fluido caldo mi invadeva il corpo….”
Sayonji si
inferocì.
“Dà qua!”
sbottò, strappandogli di mano i test e scagliando furiosamente il bigliettino
d’amore di Amy nella spazzatura.
Nel
corridoio, Romy si era accasciata dal ridere. Ken dovette portarsela via
praticamente in braccio.
Avevano
trovato riparo per la notte dentro una grotta, nella parete di un canyon. Era
stata una ricognizione aerea di Bretagna ad individuarla. La vista e l’udito di
Françoise avevano confermato l’assenza di pericoli. Geronimo ne aveva chiuso
l’ingresso con un macigno, lasciando una fessura per assicurare il ricambio
d’aria. Se fosse stata necessaria una fuga improvvisa, ci avrebbe pensato Chang
a scavare un tunnel nella roccia fondendola. Con il tramonto, la temperatura si
era abbassata, rinfrancandoli. I cinque si sentivano sereni ed al sicuro in
quel rifugio naturale. La temperatura della grotta era piacevole, ed i loro
occhi, soprattutto quelli di Françoise, vedevano perfettamente anche
nell’oscurità della caverna. La luce della luna entrava dalla fessura del
macigno come una lama d’argento. Uno sciacallo ululò in lontanaza. Poi dal cielo
giunse la voce stridula di un avvoltoio. Avrebbero fatto dei turni di guardia
per la notte, dopo avere mangiato. Chang rese incandescente una pietra con le
sue fiamme, ed iniziò a cucinare alla piastra. Françoise si tolse il casco,
appoggiò il fucile alla parete di roccia, aprì i primi due bottoni della
camicia, si sedette in terra a gambe incrociate
e si concesse un sorso dalla borraccia. Piunma, Geronimo e Bretagna si
sedetteroa loro volta, formando un cerchio intorno al cuoco della spedizione.
Geronimo si
era aspettato di incontrare resistenza, dopo il conflitto a fuoco di ieri, ed
espresse la sua perplessità.
“Già”
convenne Bretagna “Con quello che c’è in gioco, non avrebbero dovuto darci
tregua. Deve esserci una ragione davvero importante per trascurarci… sempre che
lo stiano facendo”
“Io credo
che si tratti di una loro strategia” replicò il pellerossa “Sotto Tortica vi
sono le rovine di Myoltecopang… mi chiedo come abbiano fatto a rimanere celate
per tanto tempo… ed è sicuramente lì che le loro forze si sono concentrate. Le
loro pattuglie di superficie hanno il compito di prendere contatto con il
nemico, in modo da impedirgli la sorpresa, ma è nei sotterranei che si dovrà
combattere davvero”
“Dimmi,
Françoise” chiese Piunma “Enoah ed Ivan ci hanno detto che quella pietra…
quella della nostra missione nel passato… ci guiderà attraverso te alla Camera
del Cristallo. Hai avuto qualche percezione?”
“Per il
momento no, a dire il vero. Ho la sensazione di essere sulla giusta strada, ma
nulla di più”. Françoise estrasse il cristallo dalla scollatura e lo guardò con
aria assorta. Il suo legame con quella pietra si stava rafforzando, da quando,
sonnambula, due notti dopo la partenza di Sayonji, aveva aperto il portello
della cassaforte senza toccarlo, solo tendendo la mano destra. Le manopole
della combinazione si erano mosse da sole, il pesante portello si era
aperto e la pietra si era depositata sul
suo palmo. La pietra chiamava il suo portatore… prima Hathor, poi Françoise.
Quando aveva ripreso coscienza, in camicia da notte e circondata dai suoi
amici, aveva sentito il freddo pavimento sotto i piedi ed aveva visto la gemma
brillare di un’alone blu cobalto. La luce blu aveva illuminato il volto di Joe,
che le aveva chiesto di spiegare l’accaduto, se poteva. Françoise gli rispose
di avere agito del tutto inconsapevolmente. La Luce li stava guidando, e dovevano accettarlo per
fede, andando incontro alle prove che li attendevano.
“Beh”
commentò Bretagna “quando verrà il momento ci guiderai, Françoise D’Arabia” e,
mentre Françoise gli faceva il verso ed una boccaccia, continuò “Se sei riuscita nell’impresa di far
sorridere Sayonji ad una serata di gala, non c’è nulla che non sia alla tua
portata, oh scorritrice del deserto! Ho saputo dell’omaggio floreale che il
Sayonji Racing Team ti ha tributato”
Françoise
rise, ripensando alla scena. Joe era immobile di fronte a quel vaso pieno di
rose. Fissava attonito il biglietto che diceva “Mademoiselle Arnoul” e, quando
lei entrò in salotto, si voltò di scatto verso di lei. Françoise rimase
perplessa scoprendo di essere la destianataria dell’omaggio e, mentre apriva la
busta per connoscere il mittente disse a Joe: “Calmati, Otello, non ho perso il
fazzoletto!”. Poi lesse il biglietto e rise di cuore. “Che matti!” aveva pensato.
Poi aveva passato il biglietto a Joe.
“Leggi
anche tu, gelosone!”
Joe lesse,
cercando di ostentare una calma che non aveva.
Lei si
avvicinò languida e sorniona e prese a carezzargli il braccio e la spalla.
“Visto fin
dove arriva il fascino della tua fidanzata?”
Piunma rise
silenziosamente a sua volta.
“I ragazzi
di Sayonji sono davvero simpatici. Brava gente. Altro che la Black Shadow!” disse.
“Già” disse
Geronimo “Falco che Corre ed i suoi amici sono veri amici. Sono fiero di poter
contare su di loro. Il nostro piano riuscirà”
“Già”
commentò Piunma “Deve riuscire o…”
“Riuscirà”
tagliò Geronimo.
Il piano
concordato con Sayonji prevedeva tre squadre. La loro era la prima, ed aveva il
compito di scortare Françoise a destinazione. La seconda, sul Dolphin, aveva il
compito di appoggiarli. Era formata da Albert, Hilda, Ivan ed il Professor
Gilmoure. La terza da Joe e Jet, che avrebbero partecipato alla gara insieme
alla squadra di Sayonji, approfittandone per infiltrarsi nei cantieri di scavo
fingendo di uscire di pista. Avrebbero agito come guastatori, scompaginando il
sistema difensivo dei Fantasmi Neri ed offrendo il loro appoggio alla squadra
di Geronimo. Ken, Romy e gli altri, invece, avrebbero affrontato Ayab, che, a
quanto pareva, avrebbe partecipato personalmente alla gara come pilota. Ayab
voleva occuparsene personalmente, dato che i Tre Fratelli lo avevano ammonito
dopo il rapimento di Hilda, avvenuto sotto il naso del suo braccio destro
Baron, che, sotto sua responsabilità personale (il che, con i Tre Fratelli, ha
implicazioni terribili) avrebbe dovuto riscattarsi trovando e distruggendo la Camera del Cristallo alla
guida delle loro truppe.
Capitolo 10
Il circuito
di Tortica.
Trecento
chilometri di sabbia, canyon, e rovine precolombiane. Duecento di caverne e
tunnel. Un percorso che richiede doti da
stuntman.
Un circuito
voluto principalmente dalla Black Shadow per il confronto finale. Un’opera
faraonica per coprire trame oscure, nel perfetto stile di una sinistra
corporazione come il Fantasma Nero. La parte visibile di questa macchinazione
avrebbe dato ai tre fratelli potere e denaro nel senso che tutti conosciamo.
Avrebbe realizzato il sogno del sinistro barone in armatura che li serviva.
Tuttavia questi obiettivi erano funzionali alla preparazione del regno di
un’entità innominabile, già respinta ed ora sicura di ottenere ciò che fu già
vicina a realizzare millenni fa..
Quaranta
case automobilistiche avevano dato origine ad una vera “boomtown” nel deserto
del Messico, con una popolazione di circa duemila persone. Trasporti volanti,
colonne di autocarri, container trasformati in alloggi, stazioni televisive
mobili, campi di atterraggi per elicotteri, veicoli fuoristrada, antenne
paraboliche, gruppi autogeni, paranchi da sollevamento si estendevano su una
superficie di quasi quaranta chilometri quadrati, ai due lati di una pista
sterrata di terreno argilloso e sabbioso infuocata dal sole.
La partenza
della gara era prevista tra trenta minuti.
Sul tetto
del Big Carry, Sakura era pronta con la sua macchina trasformabile. Lei stessa
l’aveva progettata, rendendola capace di volare e di rifornire in volo le
macchine durante le gare, grazie ad una sonda progettata da Sayonji.
Dalla
cabina del Big Carry, l’ingegner Sayonji azionò il programma di collaudo delle
telecamere installate su tutte le auto della sua squadra. Era in grado di
collegarsi ad ogni singola macchina e di ottenere una visione diretta della
pista sia anteriore e posteriore nonché sui due lati. Qualora fosse stato
necessario indicare percorsi alternativi ai piloti all’interno di quel
labirinto di pietra e sabbia, avrebbe potuto immettere direttamente i dati nel
GPS di ogni automobile.
Verificò
sulla mappa satellitare la posizione delle sue auto all’interno dello
schieramento di partenza. Contattò i piloti uno per uno, dando le ultime
istruzioni e gli orari di rifornimento in volo. Ogni pilota diede la conferma
del perfetto funzionamento dei sistemi di bordo. Seduti negli abitacoli
completamente rivestiti di schermi digitali e quadranti di strumenti
sofisticati, bloccati ai sedili anantomici di guida dalle cinture di sicurezza,
con l’udito ovattato dai caschi che tuttavia percepiva il rombo dei motori,
tenevano lo sguardo fisso sulla pista, verso l’orizzonte azzurro dal contorno
tremolante per il calore e la distesa gialla di sabbia e rocce scabre, verso i
profili lontani di piramidi a terrazze maestose e silenziose. Dall’esterno, i
vetri fotosensibili della macchine erano tanto scuri da sembrare neri, per
compensare il riverbero accecante del sole. L’aria condizionata e gli
umidificatori garantivano ai piloti un microclima tollerabile. I caschi erano
muniti di un sottile tubo flessibile che consentiva ai piloti di bere senza
staccare le mani dal volante.
Anche Ayab
stava strinendo il suo volante. Indossava la sua armatura. Pilotava il
capolavoro del suo progettista, il Dottor Mephist. Quello scienziato dal volto
caprino, per quanto spregevole, sapeva il fatto suo. Aveva dato il massimo di
sé nel progettare la più costosa vettura che la Black Shadow avesse
mai realizzato: la “Splendent”. Più che una macchina, pareva la fusoliera di
un’astronave. Aveva fatto tesoro degli studi sulla “Maestà Reale”, e vi aveva
aggiunto due reattori per le accelerazioni supplementari. Le ruote posteriori
erano quattro, tutte sullo stesso asse. Le altre vetture della Black Shadow
avevano un’aspetto minaccioso, ed alettoni che parevano lame crudeli.
Le macchine
di Sayonji erano in apparenza più semplici, ma piene di sorprese astute che gli
sgherri da volante di Ayab avevano imparato ad apprezzare, così come avevano
smesso di pensare a Ken come ad un “ragazzino” ed avevano imparato a chiamarlo
“il Falco”. La “Maestà Reale” era stata realizzata dieci anni prima, ma con una
maestria che il Dottor Mephist poteva scordarsi. C’era Romy, al volante: una
differenza che il Dottor Mephist non poteva compensare, e che il loro attentato
non aveva spaventato. Era decisa a fargliela vedere. Ken, preoccupato per lei,
le aveva proposto di non partecipare, ma Romy non aveva voluto saperne.
“Anche tu
sei costantemente a rischo ed io sono in pena per te! Se quello che dici vale
anche per me, dovremmo rinunciare entrambi!” fu la risposta di Romy.
“Io ti amo,
Romy, non voglio perderti”
“Ed io non
rischio di perderti, se gareggi? Se vuoi la certezza, rinunciamo entrambi. E
poi, Ken, Sayonji mi ingaggia e, di fronte alla mia prima gara, io rinuncio?
Credi che potrei portare avanti il sogno di mio padre in questo modo? Ken,
andiamo, tu lo sai… parli così perché mi ami… e anch’io ti amo… ormai mi sei
rimasto solo tu. Credi che riuscirei a sopravvivere se…..”
Ken la
abbracciò.
“Perdonami,
amore mio. Volevo solo proteggerti… ebbene, lo farò guidando”
Joe era alla guida della sua trasformabile, la
“Shimamura”, come l’aveva battezzata Sayonji, e Jet, sulla “Link”, un coupè
nero potenziato che Sayonji aveva modificato sulla base delle indicazioni di
Jet stesso. I due cyborg avrebbero dato loro man forte nella prima parte della
gara. Nelle caverne, avrebbero dovuto fingere un incidente per infiltrarsi nei
sotterranei, ma in ogni caso avrebbero dato il loro contribuito, in termini di
punteggio e di macchine della Black Shadow fuori uso, se il gioco si fosse
fatto pesante. Joe sentiva la mancanza di Françoise, ma aveva rispettato la sua
volontà di agire senza di lui. Così
voleva la Luce.
“Se hai
fiducia in me, Joe, lasciami affrontare questa prova da sola…. se non mi
dimostrerò all’altezza, la Luce
non mi aiuterà… fa parte del mio cammino come di quello di Nesia” Queste erano
state le sue parole.
Joe aveva
acconsentito, giurando però a se stesso che, se le fosse accaduto qualcosa,
quei tre cani maledetti non avrebbero trovato in tutto l’universo un posto dove
nascondersi.
I
cronometri sui cruscotti erano vicini all’ora X.
Ayab contattò Baron per dargli le ultime
istruzioni.
Tutti
strinsero le mani sui volanti a cloche.
Le
trasmittenti dei caschi ricevettero tre note musicali basse e brevi. Poi una
lunga ed acuta.
Era il via!
Centoventi
acceleratori fecero esplodere un rombo pari a quello di una nuvola di aviogetti
che portassero contemporaneamente al massimo della potenza i loro reattori. Le
gomme morsero la sabbia sollevando un turbine, e le automobili presero a
sciamare lungo il deserto in una lunga fiumana, veloci come frecce. Gli elicotteri
delle stazioni televisive decollarono e le seguirono.
Sakura, che
aveva augurato a Jet via radio buona fortuna, decollò a sua volta.
Quando le
auto furono lontane, anche i trasporti volanti delle scuderie presero a
decollare.
Nota: La
scena che segue è l’adattamento di una scena del film “Il mio nome è Nessuno”,
1973, Francia/Italia/Germania Ovest, regia di Tonino Valerii, da un’idea di
Sergio Leone (che collaborò anche alla regia realizzando solo alcune brevi
sequenze), quella in cui Jack Beauregard/Henry Fonda affronta da solo il
“Mucchio Selvaggio” sparando all’esplosivo nelle borse delle selle dei
centocinquanta banditi che lo stanno caricando in massa e facendole detonare,
come se avesse avuto l’artiglieria. Penso sia una scena davevro memorabile. Non
ho resitito alla tentazione di riviverla.
Avevano
ripreso la loro marcia, muovendosi fra
le rocce di un canyon. Geronimo era perplesso. Si era aspettato agguati. Aveva
contattato Albert sul Dolphin, chiedendo appoggio. Albert aveva confermato che
erano pronti. Stavano pattugliando la zona ad alta quota.
Ormai erano
di fronte alla parte rocciosa che indicava la loro meta.
All’improvviso
Françoise si bloccò e si portò le mani alle tempie per concentrarsi, poi si
voltò di scatto verso Geronimo.
“Cavalli!”
esclamò.
Come loro,
il Fantasma Nero operava in superficie con armi e mezzi a bassa tecnologia.
Armi laser ed altri dispositivi sarebbero stati facilmente individuabili.
Questo spiegava perché avessero usato armi come il moschetto Lee-Enfield.
“Quanti?”
chiese Geronimo
“Almeno un
centinaio, anzi, sicuramente di più… direi… centocinquanta”
“Da che
direzione arrivano?”
“Direzione
quarantotto gradi”
“Riesci a
distinguerli chiaramente?”
“Certamente!
E’ un contingete di cavalleria con armi leggere”
“Fra quanto
li avremo addosso?”
“Circa
quindici minuti!” rispose Françoise.
“Cyborg! Di
corsa verso la parete di …”
Geronimo si
bloccò.
Tutti si
guardarono intorno stupefatti.
I colori
del paesaggio avevano assunto di colpo una sfumatura più intensa, tanto da divenire
irreali. Nell’aria stessa si era propagato qualcosa di innaturale ed
indefinibile. Il soffio del vento parve farsi più remoto e sommesso.
Françoise
si volse verso Geronimo e lo fissò con intensità.
“Aspetta
Sakem. La pietra ci parla…”
Bretagna,
Chang e Piunma li guardarono in silenzio, in attesa.
Françoise
si tolse la catenina che portava al collo e ne mostrò il ciondolo con il palmo
della mano. Il prisma iniziò ad illuminare le sua sfaccettature in maniera
alternata, secondo un schema sempre più veloce e complesso, poi emise raggi di
luce di diversi colori.
Françoise
richiuse la mano sul cristallo.
“Andiamo. La
Luce ci chiama. Ci attende la nostra prova.”
“Il mio
compito è terminato” disse Geronimo.
I loro tre
compagni annuirono in silenzio.
Françoise
camminò fino ad uscire dal canyon. Di fronte a lei si aprì la distesa del
deserto. All’orizzonte, una linea tremolante di puntini neri sollevava un’onda
cremisi di sabbia incendiata dal sole.
Centocinquanta,
che cavalcavano e sparavano come mille.
Françoise
si diresse verso l’argine della massicciata di una ferrovia ormai in disuso, un
rettilineo che tagliava il deserto da un capo all’altro dell’orizzonte, come
una barriera verso quel mucchio selvaggio.
Quando ebbe
due traversine sotto i piedi, rimase a scrutare l’orizzonte, grave ed
assorta. I suoi compagni si schierarono.
Françoise
tolse la sicura al fucile. Tutti la imitarono.
I cavalieri
erano ora visibili. Ai puntini neri erano spuntate le zampe. Poi divennero
visibili i teschi bianchi sulle pettorine nere delle uniformi del Fantasma
Nero.
“Maledizione!”
Disse Piunma con un sorriso selvaggio “Centocinquanta bastardi che cavalcano
come mille… non sembrano neanche reali, per quanto sono belli!”
“E’ saggio
sorridere alla morte?” gli chiese Bretagna
“Sì, quando
una ragazzina la affronta a viso aperto, quando non si ha altra scelta che
affidarci ad una forza superiore, e fare ciò che ci chiede per fede”
“Ben detto,
amico!” disse Chang “Siamo qui per proteggere Françoise… la seguiremo ovunque la Luce ci condurrà……”
“E se ci
conducesse all’inferno?” chiese Bretagna, con l’espressione scanzonata di chi
fa una domanda retorica.
“Ci andremo
sotto lo sguardo di una bella ragazza. Preferisco di gran lunga andarci insieme
a lei dopo una bella impresa, piuttosto che a braccetto con il Fantasma Nero.
Se anche la Luce
ha deciso di mandarci laggiù, voglio togliermi l’ultima soddisfazione…” rispose
Piunma, con voce vibrante.
“Vi voglio
bene, ragazzi” disse Françoise
“Anche io
vi voglio bene, sorella”
Françoise si
voltò di scatto.
“Enoah, tu…
qui…”
Videro la
veste della Principessa di Myoltecopang ondeggiare al vento come una bandiera
bianca. La videro in piedi insieme a loro, sulla massicciata del binario di
acciaio, con Ivan in braccio, come una Madonna con il Bambino. I suoi capelli,
trattenuti da un diadema fregiato del Cerchio Alato, parevano una lucida fiamma nera
“Ivan!”
esclamò Françoise.
“Ho aiutato
la zia a teletrasportarsi… potrà farlo solo per poco… lei vi insegnerà ora”
Geronimo si
rivolse ad Enoha.
“Siamo
pochi contro un’orda di mastini, Helayma. Come possiamo affrontarli?”
Enoah alzò
la mano destra, mostrando il cerchio alato sul palmo.
“Sarà
possibile, perché avete avuto fede. La
Luce guiderà i vostri colpi. Vi indicherà dove colpire” Enoah
soffriva per quello che stava per fare. Non avrebbe voluto usare le armi,
neanche vederle, ma così voleva una mente più grande…
La terra
prese a tremare sotto gli zoccoli dei cavalli. Gli elmetti a testa di insetto
sciamavano come cavallette mentre i cavalieri sobbalzavano sulle selle. I
Fantasmi Neri fecero fuoco, e lo scudo psicocinetico innalzato da Ivan ed Enoah
deflesse i loro colpi. Le pietre della massicciata presero a tintinnare
impercettibilmente mentre il tuono di batteria della carica si faceva più forte.
Alcuni brillamenti presero a sprigionarsi dalle borse delle selle. Quelle che
contenevano le bombe a mano.
Geronimo
fece fuoco su uno di quei bagliori, che si trasformò in una grande esplosione.
Un vuoto si aprì fra gli assalitori, mentre cavalli e cavalieri rovinavano al
suolo.
Poi fece
fuoco Françoise. E di nuovo una tonante esplosione scompigliò le file nemiche.
Poi
Bretagna, poi Chang, poi Piunma e di nuovo Geronimo, e cominciarono di nuovo.
I Fantasmi
Neri pensarono di essere finiti in un’imboscata, sotto il tiro
dell’artiglieria, e ripiegarono.
In cielo
comparve una squadriglia di aviogetti neri privi di insegne.
Lanciarono
quattro missili, e quattro laser li fecero esplodere.
Era il
Dolphin.
Hilda si
era interfacciata direttamente con il computer di difesa dell’aeromobile. Il
Professore aveva messo a punto un’interfaccia molto efficiente, ed Hilda si era
innestata il maschio del connettore nello slot alla base della sua nuca. I
sensori delle armi erano divenuti i suoi organi di senso. Colpiva con rapidità
e precisione impressionanti. Albert invece pilotava. Uno degli aviogetti
divenne presto una stella filante nera ed un globo di fuoco che scagliava
rottami, non appena toccò il suolo.
Il comando
mentale di Enoah li raggiunse tutti.
“Fermi ora!
Adesso siete degni. Ivan, teletrasportiamoli e andiamo anche noi”
Ora
guardavano il binario dall’alto della parete di roccia che avrebbero dovuto
scalare. Il Dolphin sfrecciò sopra di loro, virò e tornò all’attacco.
“Andiamo!”
disse Francoise, e si dileguarono di corsa fra le rocce.
Ken vide
emergere dall’orizzonte due bassi e rozzi edifici in pietra. Non aveva forzato
il motore, come tutto il resto della squadra Sayonji, perché sapeva che
mettersi in testa sarebbe stato inutile. Mentre si avvicinava, le due
costruzioni si innalzarono al di sopra dell’orizzonte, rivelandosi le sommità
di due giganteschi teocalli. Le loro masse squadrate color ocra preannunciavano
la prima delle prove del circuito. Durante gli allenamenti nel circuito di
prova del Centro Ricerche Sayonji, l’ingegnere aveva fatto loro capire quanto
fosse errato pensare a Tortica come ad una semplice gara. Quel circuito era una
sfida tanto alla tecnologia quanto alle capacità umane. Bisognava arrivare
primi, ma la velocità non bastava. Il percorso era disseminato di prove da
stuntman. Era inutile essere in testa e distruggere la macchina contro un
ostacolo inaspettato o farla rovesciare per avere sottovalutato una strettoia o
un dosso. Il primo di quegli ostacoli si stava avvicinando: lo slalom di
pietre. Una foresta di pilastri di pietra istoriati di glifi ed idoli ghignanti
dal capo mitriato, alti quattro metri e disposti in file parallele ma non come
semplici paracarri. Gli allineamenti erano discontinui, il che comportava
corsie cieche e la necessità di disimpegnarsi cambiando corsia, pena lo
schianto contro il pilastro che il pilota si trovava di fronte. Il rischio di
urtare una colonna o un’altra auto durante i cambi di corsia era alto. Il monitor lcd della plancia del Big Carry
mostrava lo schema dello slalom di pietre visto dall’alto ed il rilevamento
satellitare della posizione delle macchine in gara. I triangoli verdi
etichettati con i nomi dei suoi piloti percorrevano le superfici curve delle
lenti a specchio degli occhiali da sole di Sayionji mentre questi ne osservava
gli spostamenti sul monitor. La sua penetrante voce da basso esplose nei caschi
dei piloti.
“Ken!
Immettiti nella corsia che hai di fronte! Romy, dietro a Ken! Mutsu! Gantetsu!
Voi entrate due corsie più a destra, e restate a dieci secondi da Ken!
Kamikaze, segui Romy a quindici secondi, e non usare le turbine verticali
quando sei in una corsia cieca: atterrando, rischieresti di finire in pezzi!
Shimamura, Link, prendete il secondo fornice a sinistra! Joe, procedi all’altezza
di Ken. Link! Resta a cinque secondi da Ken, pronto ad appoggiare Kamikaze o
Joe in base ai miei ordini! Yamato, mantieniti tra Link e Kamikaze, indietro di
qualche secondo. Non accelerate oltre i centoquaranta chilometri orari. Qui
l’importante è non finire distrutti! Avete alle costole Ayab ed i suoi sgherri,
quindi pensate a fare squadra contro di loro! Sakura, portati sulla verticale
della Maestà Reale e restaci. Attiva le tue telecamere e dammi la visione reale
dall’alto, più ampia che puoi. Cerca di restare a bassa quota. E’ tutto,
ragazzi! Ora tocca a voi!”
Le piramidi
si facevano sempre più alte, ed occupavano una porzione di cielo sempre più
ampia ad ogni istante, quando dodici teste di pietra fecero capolino da dietro
un lungo dosso. Erano i capitelli della
prima fila di colonne, che uscirono dal terreno ed attesero. Con qualche
leggero tocco al volante a cloche, Ken si allineò alla corsia, vide le due
colonne che ne segnavano l’ingresso farsi più alte ed al contempo fargli largo,
seguite dalle loro gemelle, che tagliavano la
luce solare come un disco stroboscopico mentre correvano allineate in
direzione opposta all’Hayabusa, lanciata verso l’irraggiungibile angolo acuto
da cui avevano origine. D’improvviso, una colonna in mezzo alla corsia gli
venne incontro. Ken diede un colpo rapido e secco allo sterzo e vide un’intera
fila di colonne spazzare un angolo di pari ampiezza. Poi altre due processioni
di colonne presero a scorrere. Ken vide il muso della Maestà Reale nel monitor
dedicato alla visione posteriore. Vide anche la macchina rossa di Joe nel
monitor sinistro. Anche Joe fece un cambio di corsia, e Jet vi si adeguò
prontamente. Poi vide un concorrente entrare nella sua corsia tagliandogli la
strada. Procedeva ad una velocità eccessiva. Ken lo vide cambiare corsia
all’improvviso e, due minuti dopo, scorse una fiammata ed una lunga colonna di
fumo nero. Tornò a concentrarsi sul percorso, continuando con i cambi di corsia
sincronizzati con quelli dei suoi compagni mentre le strisce d’ombra proiettate
dalle colonne scorrevano incurvandosi sulle carrozzerie delle macchine.
Riconobbe la macchina di Ayab. La “Splendent” si portò all’altezza
dell’Hayabusa, seguita dalla formazione di auto della Black Shadow, limitandosi
a tenere la posizione in mezzo allo sciame di pilastri ed auto in corsa, mentre
le colonne di fumo degli incidenti aumentavano di numero.
Françoise
era seduta a gambe incrociate sulla coperta che i suoi ospiti le avevano
offerto. Lei, Geronimo ed i loro tre compagni sedevano davanti al fuoco acceso
nella grotta. Di fronte a loro, il capo della tribù, lo sciamano e gli anziani
li osservavano con espressione grave.
Quando Françoise li aveva individuati, aveva prontamente avvertito
Geronimo, che si era fatto avanti mostrando l’Wampun con l’emblema concordato
per il riconoscimento. Fucili ed archi avevano fatto capolino dalle rocce, poi
un guerriero era uscito allo scoperto e, visto l’emblema, gridò qualcosa ai
suoi, che si mostrarono. Geronimo a sua volta chiamò i suoi compagni. Si era
raccomandato con loro di non fare alcun gesto ostile. Dopo una lunga marcia su
un terreno impervio, che mise a dura prova le abilità di scalatrice di
Françoise, avevano raggiunto il loro villaggio. Le loro abitazioni erano
scavate nella roccia, e consentivano di accedere ad un complesso di caverne, la
più grande delle quali ospitava un grande lago sotterraneo.
Geronimo
aveva fatto da interprete, e li aveva condotti in una sala di pietra che
fungeva da tempio e luogo di riunione.
“Mostra
loro il cristallo, 003” disse Geronimo, dopo avere ascoltato lo sciamano.
Françoise
mostrò l’icosaedro trasparente sul delicato palmo della sua mano affusolata. Lo
fece con gesto deferente, e con espressione intensa. Lo sciamano, dopo aver
fissato a lungo la pietra, pronunciò una formula che Françoise non comprese e
gettò una manciata di polvere bianca nel fuoco, che divampò per pochi istanti
con grande violenza emettendo una nube azzurrina. Il cristallo sul palmo di
Françoise emise raggi purpurei e cremisi che colpirono la nube emettendo
crepitii elettrici. Le volute di fumo divennero fluorescenti ed iniziarono a
vorticare in cerchio, condensandosi in rivoli azzurri che presero ad
intrecciarsi sopra il fuoco secondo uno schema. Quando cessarono le loro
evoluzioni, un cerchio alato di fumo si formò nell’aria.
Françoise
sobbalzò ed aprì gli occhi, come chi si sveglia di soprassalto.
Era seduta
intorno al fuoco con i suoi compagni ed i loro ospiti. Aveva il cristallo sul
palmo della mano. L’avevano ipnotizzata? Era… un sogno? Aveva imparato a
diffidare di quelle spiegazioni dovunque vedesse manifestarsi il cerchio alato.
Lo sciamano
parlò ancora, rivolto a Geronimo.
Il
gigantesco pellerossa tradusse, rivolto a Françoise.
“Ora devi
purificarti, prescelta”
Joe
Shimamura vide l’angolo acuto delle due file di colonne scolpite che correvano
all’indietro aprirsi improvvisamente. La luce solare lampeggiò ancora pochi
secondi e smise quando l’orizzonte fu sgombro di colonne. La macchine stavano
uscendo dai varchi del colonnato come siluri dai tubi di lancio, sciamando
verso la prova successiva, il “mare di dune”.
Ken era
uscito dall’aperto contemporaneamente a Joe, seguito da Romy. Poi era uscito
anche Jet. Mutsu, Gantetsu, Kamikaze e Yamato accelerarono per ricomporre la
formazione.
Sayonji si
fece sentire.
“Ascoltate
tutti, ora! Il tratto successivo è privo di un vero e proprio tracciato salvo
gli isolati tralicci metallici che ne segnano erraticamente i limiti; non c’è una pista, solo dune ed avallamenti,
estremamente insidiosi, dato che qualsiasi incidente può facilmente passare per
disgrazia. Ayab non intende certo lasciarsi sfuggire l’occasione che ha
sicuramente contribuito a creare, quindi non fatevi mai sorprendere isolati!
Ricomponete la formazione e procedete secondo la strategia che abbiamo
studiato. Per il momento, chiudo!”
Joe si
affiancò alla Maestà Reale. Jet scomparve dietro una duna per due secondi e si
avvicinò a Joe con una rapida diagonale. Dietro di loro, gli altri piloti si
disposero a semicerchio. Joe affrontò la prima duna. Sulla sommità, il suo
veicolo saltò, rimanendo sospeso per un istante contro l’azzurro del cielo. La
sua biposto rossa descrisse una parabola che proseguì quando le ruote ripresero
contatto con il declivio di sabbia che stava oltre la sommità. Romy vide la
macchina di Joe tuffarsi nell’avallamento ed usare nuovamente come trampolino
la cresta di sabbia successiva. Jet scomparve e ricomparve in modo analogo, per
poi tuffarsi nell’avallamento successivo. Poi toccò a Ken, che accese il reattore
ed aprì gli alettoni dell’Hayabusa atterrando direttamente sulla cresta
successiva. Romy fece come Joe. Il resto della squadra li seguì.
Una
minacciosa macchina nera si avvicinò a Romy, urtandola leggermente. La Maestà Reale rispose
con un altro urto. Poco distante, la Splendent di Ayab, seguita da altre nove auto in
formazione a cuneo, iniziò ad avvicinarsi volando da una duna all’altra. Romy
eseguì un altro salto. Le altre macchie della scuderia Sayonji arrivarono come
aerei in picchiata. Ken, informato da Sakura, che continuava a volare sopra di
loro insieme all’elicottero della Black Shadow, aggirò due dune e si affiancò
ad Ayab. Il volto in armatura si voltò verso il Falco, che