18/08/XXXX
Mare azzurro,nessuna nuvola in cielo, un lieve venticello che attutisce
l’afa di Agosto. Giornata perfetta insomma, annunciata dal cinguettio di un
passero, andato a posarsi sul davanzale di una finestra aperta, di quella
grande villa sulla scogliera. Il lieve venticello scuoteva le tende dai
colori infuocati (dal rosso, all’arancio, al giallo). L’interno della stanza
ricordava un po’ un rifugio africano, con maschere, scudi e lance della
tribù Africana dei Masai. Una libreria piena di libri sugli animali di tutto
il mondo e anche libri di lettura, che parlavano di mondi lontani. Sulle
pareti foto e poster di ogni tipo. E lungo una parete un letto occupato da
un ragazzo dalla pelle scurissima, quasi nera. Per terra un libro intitolato
“La Mia Africa”. Le lenzuola, anch’esse in tema con la stanza, ricadevano
dal letto, lasciando scoperto il petto muscoloso di lui. Sul comodino vicino
a lui, un leone intagliato nel legno, un coltello dalla lama smussata, una
lampada con paralume decorato con motivi a fiamma e una foto, che ritraeva
il proprietario della stanza insieme ad altri 6 amici, una ragazza dai
biondi capelli dorati, un neonato in braccio alla ragazza e una persona
anziana.
Il cinguettio del passero sul davanzale, destò il ragazzo dal suo sonno. Si
sedette sul letto per un po’, in modo da uscire completamente dal torpore e
riordinare le idee. L’insistente cinguettio del passero attirò la sua
attenzione e facendo posare i suoi neri occhi sulla finestra aperta, dove il
piccolo aspettava paziente. Con un sorriso si alza e, da un cassetto del
comodino, prende un sacchetto pieno di briciole, per poi avvicinarsi alla
finestra e offrirne un po’ al piccolo amico.
Pyunma. Non si sa il suo cognome. Forse non l’ha mai avuto, ma che
importava. Aveva il suo nome. Aveva i suoi 22 anni. All’apparenza almeno,
perché in realtà potrebbe anche averne 30 o 40. Per lui il tempo è fermo.
Non invecchia. E dal giorno in cui ha cominciato quella vita, fatta di
missioni a rotta di collo, che non invecchiava. Anni prima, quando aveva
veramente 22 anni, fu catturato per essere venduto come schiavo. Ma fuggì,
promettendo di tornare per liberare la sua famiglia, anch’essa schiava.
Fuggendo però, finì in un “gioco” più grande e più tremendo della schiavitù.
Fu catturato dai Fantasmi Neri e trasformata nel cyborg 008. Ha conosciuto i
suoi nuovi compagni, che condividevano lo stesso destino, anche loro cyborg.
Poi era fuggito di nuovo, dichiarando guerra a quei mostri che lì avevano
trasformati in quel modo. In strumenti di guerra. E ancora adesso li
combattevano.
-Quanto tempo è passato da allora?- si chiedeva, guardando il mare fuori
dalla finestra, con aria pensierosa e triste. Già quanto. Non lo ricordava
più ormai.
Il passero scuote il giovane dai suoi pensieri, beccandogli dolcemente la
mano, in segno di ringraziamento per le briciole, per poi volare via. Di
nuovo Pyunma si mette a guardare. Questa volta il passero che si allontana
in volo, seguendolo finché non scompare alla sua vista. Il dolce sciabordio
del mare e l’odore salmastro del mare, lo svegliano del tutto.
Con un agile scatto scende dal davanzale, presso cui si era seduto, e
incrocia le braccia sopra al testa, stirando i muscoli e uscendo
definitivamente dal torpore mattutino.
TOC….TOC (pardon la poca originalità dei suoni NdG).
-Ehi! Black Boy? Sei sveglio, vero? No perché io vorrei tornare di sotto che
c’è la partita, anziché stare qui come un fesso a parlare ad una porta- la
gentile voce di Jet, da dietro la porta, lo saluta allegramente e gli fa
comprendere che è tardi. Con una risatina divertita apre la porta della sua
stanza. Di fronte a lui il più carismatico del gruppo dei cyborg: Jet, alias
002. Naso da “Pinocchio” e capelli rossi sparati all’indietro. Il tutto
condito con un carisma da far invidia a un comico di prima classe.
-Si sono sveglio. Ma come mai sei venuto tu a darmi la sveglia?- chiese
divertito al rosso, uscendo e avviandosi con lui al piano di sotto.
-Preferivi che fosse una certa e dolce francesina? Magari con la colazione
su un bel vassoio e tutta accondiscendente?-
-Non sarebbe una cattiva idea-
-Piantatela di fare i cretini- urla dalla cucina l’interessata. Françoise,
alias 003, una cyborg dall’orecchio lungo. Veramente lungo.
-Tranne l’ultima parte. Ci tengo alla pellaccia io- specifica divertito
Pyunma, entrando nella cucina.
-Ecco. Bravo- Joe, alias 009, anche lui un cyborg. Il più veloce di loro e
il più forte. Meglio non farlo arrabbiare, se si vuole restare vivi.
Soprattutto se si trattava della principessa della casa. Erano la coppia del
momento, anche se non volevano che si sapesse in giro. Cosa un po’ difficile
in quel posto. Consumavano la loro colazione seduti fianco a fianco,
apparentemente senza nessun contatto fisico particolare. Ma bastava gettare,
attentamente, l’occhio sul tavolo per vedere le dita di lui, giocare sul
sottile polso di lei.
-Come se non li vedessimo?- ridacchia “Pinocchio”, dirigendosi in salotto,
dove la TV annunciava l’inizio della partita. Con un sorriso divertito,
anche Pyunma si siede a tavola, dove troneggiano i resti di una colazione
multi-etnica. Servendosi il caffè si guarda intorno e aguzzando l’udito in
cerca degli altri. A parte Jet in salotto, che esultava all’ingresso della
squadra che tifava, non c’era nessun altro. Bhe! Se si esclude il piccolo
che galleggiava dalle parti del soffitto.
-Gli altri dove sono?- chiese un po’ disorientato. Quella casa era il regno
delle teste matte. Di solito c’era un gran battibecco dal primo mattino.
-Sono già usciti tutti. Hanno degli impegni un po’ qui e là. Credo che
resteranno impegnati per qualche giorno. Anche io e Joe andremo via nel fine
settimana. Accompagniamo Gillmore ad una convention sulla cibernetica e Ivan
verrà con noi. Quanto a Jet, non né ho idea-
La risposta della ragazza lasciò amareggiato il giovane africano –Possibile
che l’abbiano dimenticato tutti?- si chiedeva bevendo il caffè e ascoltando
Jet che incitava la sua squadra e lanciava imprecazioni agli avversari.
-Ah! Stavo per dimenticarmene. Ha telefonato il tuo amico guardiano. Voleva
sapere come stavi e quando saresti tornato a trovarlo- concluse “Giulietta”
alzandosi per sparecchiare la tavola, seguita dal suo “Romeo”.
-Potresti prendere un aereo oggi pomeriggio a andare in Africa da lui.
Tanto, in questo periodo i Fantasmi Neri non si sono fatti sentire e quindi
c’è calma piatta. Poi nei prossimi giorni immagino che non ci sarà nessuno,
qui alla base. Cos’hai da perdere?-
-Già. Cos’ho da perdere? E’ evidente che se lo sono dimenticato. Pazienza.
Festeggerò laggiù. In fondo mi manca la mia Africa- e con questo pensiero in
testa, Pyunma si dirige all’ingresso, dove telefona all’aeroporto e prenota
il primo volo del pomeriggio per il Congo.
Una giovane coppia ridacchia in cucina, per il loro progetto ormai in atto.
La fase uno è completata.
-Noi andiamo a prepararci. Ci vediamo tra qualche giorno- saluta lei,
tenendo in braccio il piccolo genio, seguita a ruota dal compagno.
-Siamo sicuri che andiate col professore e non per conto vostro?- per tutta
risposta, una scarpa di lei, colpisce la “proboscide” del rosso.
Quest’ultimo ridacchia divertito, massaggiandosi la parte lesa.
Sempre malinconicamente, Pyunma chiama l’amico in Africa, per informarlo
della sua visita.
-Pronto?- la voce risuona dall’altra parte del telefono.
-Ciao. Sono io, Pyunma-
-Pyunma. Che bello risentirti. Come stai?-
-Bene. Françoise mi ha detto che mi cercavi-
-Si ma nulla d’importante. Manchi un po’ al piccoletto qui. Nient’altro.
Allora quand’è che verrai a trovarci? Non mi dire che la salvezza del mondo,
ti tiene talmente occupato da non poter vedere i tuoi vecchi amici?-
-Ti ho chiamato appunto per questo. Prendo il primo volo del pomeriggio
dall’aeroporto di Osaka. Dovrei arrivare da te in serata-
-Sicuro? Quando che non è importante se vieni o no, ma fatti sentire ogni
tanto-
-Non c’è problema, davvero. I Fantasmi Neri non si fanno sentire da giorni e
qui ognuno se ne va per i fatti propri. E poi…mi manca l’Africa. Ho voglia
di risentire lo spirito selvaggio della mia terra natale-
-Quand’è così. Ti vengo a prendere all’aeroporto- e chiude la comunicazione.
Con aria grave, si dirige al piano di sopra, dove prepara la valigia e nel
pomeriggio prende il volo per il Congo.
Il volo scorre tranquillo, anche troppo in quel momento. Pyunma guarda le
nuvole fuori dal finestrino. Sembravano panna montata. Era ancora sconsolato
per quel fine settimana. Voleva trascorrerlo con gli amici, festeggiare con
loro. Invece era su quel volo. Ma non era tanto il tornare a casa che lo
sconsolava, quanto il fatto che l’avessero dimenticato tutti. Con un
profondo sospiro rassegnato, distoglie lo sguardo dal panorama sottostante.
Ora, si potevano vedere le vette della catena dell’Himalaya. Le aveva viste
moltissime volte con il Dolphin 2. Una volta avevano anche compiuto una
missione su quelle vette. Prese una rivista dal porta giornale di fronte a
lui, mettendosi a leggere, senza tuttavia vedere le parole. Era solo per far
passare il tempo. Dopo un buon numero di ore di viaggio, il pilota annunciò
l’arrivo sul versante africano e l’imminente atterraggio. Pyunma guardò
fuori e un sorriso gli si stampò sul volto. L’Africa. La sua terra natale.
Eccola lì, sotto di lui, al di là della fusoliera dell’aereo. Bella,
selvaggia, incontaminata. Dall’alto dei cieli ricordava una freccia, quasi
ad indicare l’origine delle cose. Da quel continente selvaggio, milioni di
anni prima, gli uomini si erano sparsi per il mondo. E da lì era cominciata
anche la sua storia. Ora ne faceva ritorno. Col cuore colmo di nostalgia. Ma
anche esultante di rivedere quelle terre, i suoi amici e gli animali che
tanto ama.
-Ben tornato a casa, Pyunma- lo saluta l’amico, una volta arrivato.
-Grazie. E’ bello essere qui- ringrazia accomodandosi a bordo della jeep.
-Immagino che sarai stanco, dopo il lungo viaggio. Ho chiesto a Janete [1]
di prepararti un bel pasto abbondante-
-Grazie. Sei un amico-
-Figurati-
-Come va alla riserva?-
-Tutto a posto. Nessun problema, nessun scocciatore…e nessuna rivolta-
concluse l’amico, ricordando l’ultima visita del cyborg di colore, in cui il
loro leone, Baruma [2], si era rivoltato contro i guardiani e gli umani,
dopo aver subito un intervento al cervello da parte dei Fantasmi Neri.
-Meglio così- sospirò guardando la selvaggia africa con tutti i suoi colori
fiammeggianti e la savana, con la sua rada vegetazione e gli animali che
correvano liberi in quei posti. Amava quelle terre e si sentiva parte di
esso. Soprattutto amava gli animali. Aveva anche conseguito una laurea a
Nairobi, proprio per questo amore verso la natura. Il tramonto africano
sembrava rispecchiarsi in una pozza d’acqua. Aveva un fascino selvaggio come
tutto lì. E lui amava tutto quello.
-Che silenzio. D’accordo che non sei un tipo di molte parole, a qualcosa
potresti raccontarmi non ti pare?-
-Appena arriviamo alla base. Non mi va di raccontare tutto due volte-
-Come vuoi. Ah! Stavo per dimenticarmene. Una delle leonesse è incinta e il
piccolo dovrebbe nascere a giorni. Potresti visitarla per sapere le
condizione del cucciolo?-
-Certo, nessun problema. Ho una laurea da veterinario in fondo. Se non la
uso per queste cose per casa la uso? Come decorazione per la mia stanza?-
-Ah!Ah!. Bhè! Almeno potresti vantartene. Non sono molti i veterinari di
colore-
-Questo è vero-
Tra un risata e l’altra arrivano alla riserva. Ad accoglierli una giovane
donna di colore con i capelli raccolti in tante trecce.
-Ben arrivato. Immagino che sarai stanco?-
-Già. Grazie dell’accoglienza-
-Figurati. Sei di casa qui-
Tra una chiacchierata e un'altra, arriva l’ora di andare a dormire. Sdraiato
sulla sua branda, Pyunma ascolta i rumori notturni della savana. Da qualche
parte, non lontano da lì, alcune Iene si preparavano a banchettare con una
carcassa di qualche animale. La natura non perdonava. In quelle terre
selvagge vigeva al legge del più forte. Lentamente si addormenta, pensando
che in quel momento, i suoi amici cyborg, saranno da qualche parte a
divertirsi. Il giorno dopo avrebbe dato una mano nella riserva e avrebbe
visitato la leonessa.
19/08/XXXX
Il mattino dopo si prospettava sereno e molto caldo, come molte da quelle
parti. La stagione secca si avvicinava e l’acqua cominciava scarseggiare.
Gli animali si radunavano in tanti piccoli branchi, pronti a dirigersi verso
le pozze d’acqua. E naturalmente i predatori li seguivano, pronti ad un
ricco banchetto. La calura era molto più intensa lì, in quelle terre
selvagge, che non alla villa sulla scogliera. Il mare sottostante rendeva
sopportabile il sol leone. Ma lui era abituato al clima secco di quelle
parti. Era pur sempre la sua terra natale, il luogo dove era nato e
cresciuto, anche se la frescura del mare e il rumore delle onde contro la
scogliera, in quel momento gli mancavano un po’. Ma non era il momento di
pensare a queste cose. Era un altro giorno e alla riserva c’era da fare.
Aveva anche promesso di visitare quella leonessa. Si. Sarebbe stata una
giornata movimentata.
Era sveglio dalle prime luci dell’alba. La luce di quelle parti era molto
forte già da quell’ora e, siccome le finestre della sua stanza non erano
fornite di tende, la luce l’aveva svegliato. Non aveva nemmeno provato a
riaddormentarsi, nonostante la sera prima avesse fatto tardi.
Era solito passare lunghi momenti di silenzio a meditare o semplicemente ad
osservare ciò che lo circondava. E quello non era da meno. Osservava la
natura che lo circondava con tranquillità, come tipico della sua indole. Ma
non poteva restare lì molto. C’era del lavoro da fare.
-‘giorno a tutti-
-Buongiorno. Spero che la nottata sia andata bene-
-Un po’ afosa, ma tranquilla. Dov’è?-
-Mio marito è già uscito. Aveva alcune cose da sistemare in città. Mi ha
chiesto di dirti che hai tutta la mattina libera, per fare un giro qui
intorno-
-Grazie, Janete. Mh! Sei un’ottima cuoca-
-Grazie-
La colazione, povera ma sostanziosa, fu consumata lentamente dal ragazzo di
colore. Si fece raccontare di come andavano le cose lì alla riserva, i suoi
alti e bassi, i fatti esilaranti successi durante dei giri di ricognizione
nella zona e quelle spiacevoli.
-Così siete a corto di fondi-
-Già. Ecco perché è andato in città. Spero di ottenere un prestito, in modo
da rimetterci in carreggiata, ma fino ad ora non è andata molto bene-
-Potevate chiedere a me. Vi avrei dato volentieri dei fondi. Non dimenticare
che in passato anch’io lavoravo qui-
-Si lo so. Forse non voleva sentirsi in obbligo nei tuoi confronti. Comunque
non preoccuparti. Troveremo una soluzione-
Pyunma osserva quella giovane, dal temperamento tanto forte. Era anche molto
brava a non far trasparire troppo le proprie emozioni, ma lui aveva capito
lo stesso, che le cose non andavano come le aveva descritte lei. Forse la
situazione era più critica di quanto volesse far intuire.
Esce all’esterno, dove la pesante calura lo investe violentemente in pieno
viso. Il sole accecante lo costrinse a farsi ombra con la mano. Piano, piano
si riabitua a quella luce tanto forte, dopo la piacevole penombra della casa
della coppia. Resta un po’ sull’uscio, guardandosi intorno cercando qualcosa
da fare, nella mattinata. Il suo amico era in città e Janete sembrava non
volersi allontanare dalla riserva. Inoltre, la questione finanziaria della
riserva gli aveva messo un po’ d’ansia addosso. Era preoccupato per l’amico
e per quel posto. Si diresse sul retro dove tenevano tutti gli attrezzi che
servivano per la manutenzione dell’edificio e per sedare gli animali, nel
caso ci fosse bisogno di visitarli, oltre naturalmente a dei teli per
coprire la jeep che usavano per muoversi nella riserva e uno scooter a
quattro ruote (non so come si chiamano di preciso NdG). Tolse il polveroso
telo dallo scooter e, dopo aver riempito il serbatoio con una delle taniche
li presenti, mette in moto e si dirige in piena savana.
Il rombo del motore accompagna i pensieri del cyborg di colore. Vorrebbe
aiutare l’amico, ma al momento non sa proprio come fare. Continua il suo
giro, sperando di farsi venire qualche idea per aiutarlo. Gli animali lo
guardano con curiosità mentre passa. Non l’avevano mai visto da quelle parti
e se l’avevano visto, non lo riconoscevano perché passato molto tempo da
quando era stato lì l’ultima volta.
Si ferma nei pressi di un grosso albero. Hai suoi “piedi”, al riparo dal
sole cocente, ci sono dei leoni e diverse leonesse. Pyunma riconosce subito
quella incinta. E’ l’unica con il ventre voluminoso e il leone, il capo
branco, lo guarda minaccioso mentre la protegge. Sorride. Adora quegli
animali. Li trova meravigliosi. Anni prima ne aveva anche allevato uno:
Baruma. Pensando a quel leone, il volto del giovane si rattrista. Era morto
per salvarlo, nonostante avesse lui stesso cercato di fermarlo, per fermare
la rivolta che aveva scatenato dopo l’intervento dei Fantasmi Neri. Rimette
in moto, dirigendosi verso il rifugio. Non aveva un orologio con sé, ma
aveva imparato a leggere le ore in base alla posizione del sole. In quel
momento era a picco sulla sua testa. Era mezzogiorno pieno. E la calura era
aumentata notevolmente. Neanche lui, nonostante fosse abituato a quei
luoghi, poteva sopportare il sol leone africano.
Quando arriva alla base, vede subito la jeep dell’amico parcheggiata davanti
all’ingresso. Lascia lo scooter sul retro e lo ricopre di nuovo col telo,
per poi dirigersi all’interno dell’edificio di cemento. Gli bastò
un’occhiata, per capire che le cose in città, non erano andate bene. Il suo
amico si teneva la testa tra le mani, chino sul tavolo, con aria affranta.
Janete era ai fornelli, ma non concentrata su quello che faceva. Stava
infatti affettando delle verdure con una carota e nella pentola dell’acqua,
anziché la pasta, sporgeva il manico di un coltello. Nonostante sapesse
benissimo della tragica situazione dell’amico, non riuscì ad evitare un
risolino divertito a quella scena, annunciando la sua presenza in casa. E
facendo rendere conto a Janete di quello che stava combinando, facendola
arrossire non poco.
-Scusa non ti ho sentito arrivare-
-Lascia stare. Janete mi ha detto la situazione della riserva. Perché non ti
sei rivolto a me? Ti avrei dato i soldi senza problemi-
-Non volevo darti problemi. Né hai già troppi di tuo con quei….maledetti
terroristi, che non mi sembrava il caso di aggiungerne un altro-
-Sei un vero amico. Ma non sarebbe stato un problema. Oggigiorno basta che
vai alle poste, firmi un acconto per la riserva e in 5 minuti i soldi sono
nel vostro fondo cassa. 5 Minuti per aiutarvi li trovo in qualche modo-
-Allora com’è che non telefonavi mai?-
-Avrebbero potuto rintracciare le telefonate. Non volevo coinvolgervi-
Cala un lungo silenzio, in cui si sente solo Janete che affetta le verdure
col coltello, mentre nel forno a legna, cuociono dei panini di crusca.
Nessuno dice nulla. Nessuno so come continuare la discussione. Sono tutti
preoccupati per quella situazione, per la riserva e i suoi animali. Se la
riserva chiude, i bracconieri andranno a nozze e gli animali verrebbero
uccisi, solo per il gusto di farlo, lasciando le loro carcasse agli avvoltoi
ed estinguendoli. C’erano molti animali in via d’estinzione li. Si erano
assunti il compito di proteggerli. L’unico modo per non chiudere la baracca
sarebbe di dichiarare la riserva, parco nazionale, ricevendo così fondi dal
governo in maniera costante. E a questo che pensava Pyunma, mentre aiutava
Janete a preparare la tavola e a sfornare il pane. Il suo amico era troppo
abbattuto per pensare ad altro. Decise che nel primo pomeriggio avrebbe
visitato la leonessa incinta e sarebbe andato subito dopo in città. Aveva un
amico, conosciuto a Nairobi, che poteva dargli una mano. Lavorava per il
governo, nel settore per la salvaguardia ambientale. Aveva ricevuto giorni
prima una sua lettera, in cui lo invitava ad un dibattito a favore dei
parchi nazionali e si svolgeva proprio nella città accanto. Sembrava quasi
che fosse stato tutto programmato. I suoi amici che sparivano per il
week-end, il suo amico che lo chiamava, la difficile situazione economica
della riserva, il dibattito in città di quest’altro amico. Coincidevano
tutti con quel giorno. La cosa li parve strana. Ma non volle indagare.
-Ho visto la leonessa oggi, mentre facevo un giro. A prima vista sembra
tutto a posto, ma devi trovare un modo per allontanare il leone. Non credo
che ci lascerà avvicinare alla compagna, senza sfoderare zanne e artigli-
-Chi? Oroai? Si in effetti a un gran caratteraccio, ma basta poco per farlo
allontanare. Quanto alla leonessa, Shiva, è molto docile, almeno con me. Ti
accompagno, così sta tranquilla-
-A te ti conoscono, a me no. Non sarebbe strano se mi attaccassero. Anche se
sono…quello che sono, non sono completamente invulnerabile alle loro
zampate-
-Me ne sono accorto quella volta che ci fu la rivolta. Quando ti vidi
conciato in quel modo, mi meravigliai non poco. Pensavo fossi invulnerabile-
-E invece non lo sono. Sono solo più forte e più resistente di una persona
normale. Oltre al fatto che posso stare sott’acqua per tempi lunghissimi,
troppi persino per dei campioni di apnea. Su. Ora basta con questi discorsi.
Finiamo il pranzo e andiamo subito da Shiva, con tutto l’occorrente per un
bel check-up completo. E il necessario per allontanare gli altri leoni-
-Come mai tutta questa fretta?-
-Quando studiavo a Nairobi ho conosciuto un ragazzo, che ora lavora per il
governo, nel settore per la salvaguardia ambientale. Oggi fa un dibattito in
città sui parchi nazionali. Volevo andare da lui e chiedergli un piccolo
aiuto. Magari riusciamo a combinare qualcosa e salvare la riserva-
-Non voglio scomodare nessuno-
-Figurati. E’ il suo lavoro. E’ poi mi deve un favore. Gli ha dato
ripetizioni per due anni consecutivi. Non sarebbe lì, se non l’avessi
aiutato-
-Così riscuoti il debito?-
-A dire il vero non ho mai voluto riscuoterlo. E’ un amico e lo facevo
volentieri. Ma so che lui non si sentirebbe a posto con la coscienza, se non
ripagasse il favore in qualche modo. Quindi gli faccio un altro favore-
-AHAHAH. E così né altro in ballo-
-E chi lo sa. Intanto godiamoci la cucina della bella Janete. E’ una cuoca
insuperabile-
-Non provarci con mia moglie, amico-
-Ma figurati. Non voglio rovinare nessuna coppia-
E tra una risata e l’altra, il pranzo prosegue allegro. Pyunma racconta
tutte le scaramucce familiari e i vari litigi tra Jet e Albert, che
finiscono sempre con una rissa e coinvolgono anche il resto del gruppo del
gruppo a volte. I tentativi di tutti di spiare la coppia del momento, prima
di un’uscita romantica e tutto il casino che ne derivava per sorprenderli,
se riuscivano a eludere il loro fortino di nasi curiosi. Insomma, tutte
quelle cose che rendevano sopportabile la loro condizione di cyborg, che
rendevano movimentati i pochi momenti tranquilli. Sia Janete che il suo
amico, ridono di cuore sentendo quei racconti e immaginandosi la scena. Per
tutta la durata del pranzo e delle chiacchiere, il problema della riserva
vieni archiviato, lasciando il posto ad un’allegra combricola di amici, che
si diverte, dopo un lungo periodo di assenza.
Dopo il pranzo sono tutti rincuorati, dalle allegre chiacchiere. Il pranzo
era sostanzioso e creava un piccolo stato di sonnolenza nei presenti alla
tavola. Pyunma aiutò Janete a sparecchiare, per poi lasciarla andare a
riposare. Il caldo, unito al pranzo, le davano sonnolenza. Aveva anche
lavorato tutto il giorno. Un po’ di riposo non guastava. Lui invece era un
cyborg. Non risentiva di quegli effetti.
-Ehi! Dobbiamo andare dalla leonessa. Ora-
-Si. Ok. Prendo subito i narcotizzanti e tutto l’occorrente medico per
visitare Shiva. Tu prepara la jeep-
-Ti aspetto fuori. Non metterci molto. Prima la visito, prima vado in città
e chiudiamo questa storia-
Si dirige all’esterno. Come al solito il sole accecante lo costringe a
coprirsi gli occhi per un po’. La jeep è li, ferma davanti all’ingresso. Si
avvicina e mette una mano sul sellino del guidatore. Scotta parecchio. Il
sol leone africano era veramente micidiale. Tornò dentro e prese due teli,
che sistemò piegati sul sedile. Due minuti dopo uscì il suo amico. Teneva un
fucile in una mano e nell’altra una borsa da medico un po’ rovinata. Dalla
tasca del giubbotto spuntavano delle fraccette narcotizzanti. In testa un
cappello e una borraccia pendeva su un fianco.
-Hai tutto?-
-Sì. Possiamo andare-
Misero in moto la jeep e si diressero subito alla radura dei leoni. Tutti
gli animali si erano andati a rifugiare all’ombra, nell’attesa che la sera
portasse un po’ di refrigerio. Altri invece si muovevano senza problemi. I
leoni erano fermi lì, all’albero. Oroai scattò subito in piedi, vedendo la
jeep fermarsi poco distante dal branco. Mostrò le zanne in segno di
avvertimento. Né Pyunma né il suo amico si fecero impressionare da lui. Due
frecce narcotizzanti colpirono lui e la leonessa, addormentandoli e
permettendo a Pyunma di avvicinarsi tranquillamente alla leonessa, con la
borsa medica. Gli altri leoni si misero in guardia. Non lo conoscevano e la
loro reazione era più che normale. Ma conoscevano il fucile e finché quello
era carico, stavano fermi.
Pyunma tirò fuori dalla borsa lo stetoscopio (si chiama così l’apparecchio
per sentire il cuore vero? NdG) e ascoltò il battito del cucciolo che doveva
nascere e quella della madre, per verificare che stessero bene tutt’e due.
Con mano abile, tastò la pancia controllando la grandezza del feto e la sua
posizione nell’utero della madre.
-Tutto a posto?-
-Nessun problema. Sia il piccolo che la madre stanno bene. La gravidanza a
solo un po’ indebolito shiva, ma nessun ‘altra complicazione. Basterà
dargli un po’ di questo-
Iniettò alla leonessa un liquido, vitamine diciamo così, per rafforzarne il
fisico, un po’ indebolito dalla gravidanza. Dopo di che prese le frecce
narcotizzanti, sparate dall’amico e torna alla jeep. I due leoni si
sarebbero svegliati a momenti. Veloci si allontanano, mentre i due leoni si
svegliano tranquilli.
-Nessun problema?-
-Te lo detto. Stanno bene tutt’e due. Il parto non avrà complicazioni e
Shiva si riprenderà alla grande-
-Un nuovo cucciolo per la riversa. Magari la sua nascita darà una mano in
più-
-Chi lo sa. Ora andiamo in città. Andremo insieme alla conferenza. Conosci
meglio di me la situazione della riserva e quindi il più idoneo a esporre la
situazione-
-D’accordo. Speriamo solo che serva a qualcosa-
Senza aggiungere altro si dirigono in città. Il cocente sol leone africano
rende l’aria incredibilemte pesante. L’aria sembra percorsa da un’unica
gigantesca pozza d’acqua. Pyunma rimpianse di non essersi portato dietro un
cappello. Il desiderio di aiutare l’amico, gli aveva fatto fare una
dimenticanza apparentemente da nulla, ma di vitale importanza nella savana.
Mai come in quel momento desiderava essere alla casa sulla scogliera e
tuffarsi in mare, dalla cima della scogliera, come amava fare nei momenti di
pace, da quando era diventato un cyborg.
Il viaggio non fu particolarmente lungo, ma ai due amici sembrò tale per via
della calura, che rendeva insopportabile stare all’aperto.
Finalmente si intravide la città. I due trassero un sospiro di sollievo.
Anche se erano originari di quelle parti, il caldo di quel giorno, era
troppo persino per loro. Pyunma, a differenza dell’amico, riusciva a
sopportarlo un po’ meglio, ma l’amico reclamava un po’ di refrigerio. E non
solo lui. anche la macchina reclamava una pausa. La situazione era davvero
assurda. E Pyunma non poté non ridere. In soli due giorni era capitato di
tutto. Non si poteva dire che si annoiava.
-Niente è andata- disse con disappunto l’amico entrando nel bar. Avevano
trovato un meccanico disposto a revisionare la jeep. Si erano anche fermati
al bar non molto distante da li, per bere qualcosa di freddo. Ora l’amico
era rientrato, ma con pessime notizie.
-Pazienza. Vorrà dire che useremo i mezzi pubblici. Prendi pure qualcosa
pago io- e si alzò dirigendosi alla cassa, dopo che l’amico ha fatto la sua
ordinazione. Decise di aspettarlo fuori e né approfittò per andare lui
stesso dal meccanico a vedere cosa non funzionava nella jeep. Poteva anche
essere roba da niente. Non sarebbe stata la prima volta che incontrava dei
meccanici incompetenti. Fortuna che Joe era l’esperto di motori nella
squadra e qualche piccola lezioncina a riguardo se l’era fatta dare. Si
accorse, a quel punto, di non aver pensato alla squadra per tutta la
giornata, tanta era l’ansia per la situazione dell’amico. Arrivò dal
meccanico e dovete constatare di persona che questo, non era un incapace. Il
motore era andato per davvero. Si scusò col meccanico che prese quella
visita un po’ malaccio e raggiunse l’amico, che usciva in quel momento.
-Dov’è la conferenza?-
-In centro. Se ci sbrighiamo riusciamo a parlargli prima dell’inizio-
Presero il tram proprio in extremis e arrivarono, come previsto e sperato,
prima della conferenza. Pyunma riconobbe subito l’amico dell’università.
Attirò la sua attenzione, salutandolo allegramente dall’altra parte della
sala.
-Pyunma. Quanto tempo. Come stai?- lo salutò con una vigorosa stretta di
mano.
-Vedo che la tua presa non si è di certo indebolita, Al. Ti presento Lucas.
Fa il guardiano a una riserva-
-Piacere. Lavoro anch’io in un ambiente analogo-
-Si lo so. Pyunma me l’ha detto. Ed è per questo che mi ha trascinato qui.
Ho un piccolo problema…-
-…che forse puoi aiutarci a risolvere-
-Mh! Sediamoci e raccontatemi tutto con calma-
Si sedettero nella saletta dove, di lì a pochi minuti, ci sarebbe stata la
conferenza. Lucas spiegò per filo e per segno tutta la faccenda. Come era
cominciata, i suoi tentativi di risolvere la situazione, la situazione
attuale. Tutto minuziosamente. Giornalisti ed esperti di ogni calibro
intanto, entravano nella saletta e non poterono non notare il trio. Alcuni,
quelli più “raffinati”, storcevano il naso vedendo Pyunma e Lucas, che
parlavano con Al. Quest’ultimi infatti, non solo non erano in tenuta
elegante, come si conveniva a quelle conferenze, ma erano anche impolverati
e sembravano non curarsene.
-…e questo è quanto. Allora. Qualche consiglio? Non voglio scomodare
nessuno-
-Prima di tutto ti dico che ti sei comportato da idiota. Dovevi chiedere
aiuto prima. La situazione è tragica, ma non ancora irrisolvibile. Ci metto
subito un buona parola, ma voi due restate qui, ok?-
-E dire che queste cose le dico io di solito- scherzò Pyunma, mentre Al
prendeva posto, dietro il leggio e tirava fuori dalla sua borsa degli
appunti. Prese una penna dal taschino e segnò un’annotazione. Accese il
microfono e dopo una piccola prova, cominciò.
-Buongiorno a tutti. Sapete tutti chi sono, quindi non mi presenterò
nemmeno. Ma se c’è qualcuno che non mi conosce, io sono Al Kaspov. E’ un
nome che può risultare strano, ma è il mio e ci dovrò convivere ancora
parecchio (risatina generale). Come sapete, la conferenza sarà volta al tema
dei parchi e delle riserve di questo paese, così inospitale all’apparenza,
ma molto più accogliente di New York di sicuro (altra risatina).
Inaspettatamente, oggi, ho qui un ospite. Lo so non era previsto dal
programma, ma è qui. Si tratta di Lucas (indica il nuovo amico). E’ il
guardiano di una riserva, in questo momento in grave crisi economica. Ha
bisogno di fondi o rischia la chiusura, dando il via libera, ai cacciatori
di frodo, alla caccia incontrollata e permettendogli di uccidere alcuni
esemplari di specie animali dichiarate protette (brusio generale)…-
La conferenza andò avanti per due ore abbondanti. Al espose il problema
della così come l’aveva presentata Lucas, parola per parola. Epose infine
l’importanza di quei parchi e il perché della loro presenza in tutto il
mondo. Alla fine uscirono tutti, con non pochi mormorii. Chi commentava, chi
appoggiava quanto detto, chi invece andava contro. Ma nessuno se ne andò in
silenzio.
-Se fanno tanta confusione, vuol dire che qualcosa si è mosso- constatò
Pyunma, mentre i partecipanti uscivano ordinati.
-Dici? A me sembra di aver fatto un disastro. Non sono mai stato un grande
oratore-
-Beh! Ora lo sei stato. E se provi a dire il contrario mi senti, ok?-
-Ok, ok. Volete qualcosa? Offro io-
-No dobbiamo rientrare. Janete ci starà aspettando per cena-
-Posso accompagnarvi fino alla macchina?-
-A dal meccanico. Dall’altra parte della città-
-Vi accompagno fin là-
Andarono nel parcheggio, dove trovarono il furgone di Al, anche quello messo
malaccio, ma decisamente meglio della jeep. Sembrava che anche lui, avesse
fatto la sua personale guerra con le strade rotte e piene di buchi.
-Non lasciatevi influenzare. Fila ancora bene. E’ solo la carrozzeria da
rifare-
-Solo?- L’interno non era messo di certo meglio.
-D’accordo tutta. Ma ora vedete di salire a bordo-
Senza aggiungere altro, Pyunma e Lucas salgono a bordo. Lucas giurò di aver
visto un topo morto sotto il sedile del guidatore. Ma si rivelò essere un
panino vecchio di qualche mese. Al non fece nemmeno tempo a salire al suo
posto, che due uomini in nero lo afferrarono per una spalla, facendolo
voltare. Pyunma, vedendoli, si stupì non poco e si augurò che non lo
riconoscessero. Fece un grande sforzo per mantenersi calmo e indifferente
alla loro vista, ma non era facile. Ancora bruciava il rancore verso quegli
uomini, che l’avevano trasformato in quel modo. Si chiese che ci facevano lì
e che volevano da Al. Lucas non sapeva niente di loro, ma aveva visto la
mano di Pyunma chiudersi a pugno, fino a far sbiancare le nocche. Stava
cercando di non farsi notare. Neanche a lui piacevano quegli uomini. Non
avevano un’aria rassicurante. Anche Al si innervosì alla loro presenza. La
portiera della macchina era ancora chiusa e né Pyunma né Lucas, potevano
sentire cosa si dicevano. I due uomini parevano nervosi, irritati. Al invece
era spaventato, ma era anche deciso a non cedere a un ricatto, che
probabilmente gli stavano lanciando. Alla fine i due uomini si allontanano e
Al, dopo che sono spariti con la loro macchina nera, sale in macchina,
sbattendo dei pugni sul volante.
-Chi erano quelli?- il tono di Pyunma era molto fermo, ma si sentiva
chiaramente una viva nota di nervosismo.
-Esattori. Ho alcuni debiti da riscontrare-
-Non mentire, Al. Non a me. Conosco quegli uomini. Ho avuto a che fare con
loro anni fa- sul volto di Al si dipinge una grande incredulità –Non
fraintendere. Non ero uno di loro. Ma li sto combattendo da tempo. Ora.
Dimmi ciò che ti hanno detto-
Lo sguardo deciso del cyborg di colore, convince Al a raccontare dei
continui ricatti dei due. Volevano specie in via d’estinzione, per farne
delle cavie. Lui era contrario, ma non riusciva più a rispondere ai loro
attacchi. Aveva paura. Nessuno disse nulla, alla fine del racconto. Pyunma,
invece, elaborava già un piano. Non avrebbero rifatto, quello che avevano
fatto a Bruma, tempo prima. Si fece dare tutte le istruzioni del caso.
Quella stessa notte, avrebbe agito.
20/08/XXXX
La notte nera e silenziosa, faceva da teatro in quella parte della savana,
piena di rocce e arbusti secchi. Piccole rocce nere, sfidavano quelle secche
terre, dal terreno pieno di crepe e spaccature a causa della siccità. Qui,
una formazione rocciosa, era fuori posto. Era più grande delle altre e la
forma era stranamente regolare. Davanti si trovavano uomini armati, in
costante all’erta. Stavano fermi, guardando davanti a loro con i fucili
pronti a far fuoco, nel caso i loro avversari più agguerriti si facessero
avanti. Erano nervosi. Molto nervosi. Quella notte era molto più scura di
quelle precedenti e non si vedeva oltre la punta del proprio naso. La luna
era assente, quindi la sua fievole luce non rischiarava quella nera
oscurità. Il che era favorevole ad una snella figura, che scivolava
silenziosa, avvicinandosi alla roccia, alle spalle delle guardie. Indossava
una vestito rosso, con una lunga sciarpa gialla e una borsa a tracolla.
Stava giocando da kamikaze e lo sapeva, ma non era riuscito a chiamare
rinforzi. Non aveva voluto coinvolgere nemmeno i suoi due amici. Rischiavano
troppo. Lui era un cyborg. Le sue capacità erano superiori a quelle di una
persona normale. Inoltre. Aveva già dato un’occhiata alla zona, ore prima,
durante la via del ritorno. Quella roccia si trovava a metà strada tra la
città e la riserva.
-Forse era meglio se aspettavo una risposta al messaggio che ho lasciato-
Per una volta, la sua proverbiale calma era venuta, temporaneamente meno. Ma
il tempo era agli sgoccioli. Loro non avrebbero più aspettato una
collaborazione da parte di Al. D’altronde sarebbe stato strano, se
l’avessero fatto. Non si sarebbe stupito più di tanto, se avesse scoperto
che agivano già da tempo.
#Flashback#
Al, Lucas e Pyunma procedevano silenziosi, lungo le affollate strade della
città. Il caldo si era un po’ affievolito, ma era comunque molto intenso.
Specie nelle città, dove il calore delle auto si unisce a quello già
presente, aumentandolo. Al sta accompagnando i due amici verso l’officina,
dove avevano lasciato la macchina a riparare. Nessuno diceva nulla. Pyunma
già lavorava ad un piano, ma li mancavano alcuni elementi, per poterne
realizzare uno veramente efficace.
-Tutto bene? Mi sembri preoccupato?- Al era chiaramente scosso per la
rivelazione dell’amico di colore, ma non voleva indagare. Aveva le sue grane
e gli bastavano.
-Sto pensando. E’ strano che loro cerchino di ottenere la tua
collaborazione, per i loro progetti-
-Pensi che abbiano già agito?-
-Sicuramente Lucas. Anzi. Non mi meraviglierei se avessero già preso degli
animali e gli avessero già usati come cavie. Sarebbe da loro-
Al ascoltava con attenzione. Il tono dell’amico gli suonava diverso,
rispetto a quando vivevano a Nairobi. Allora era calmo, rilassato e
paziente. Ora invece è deciso, autoritario e nervoso, ma allo stesso tempo
sicuro. Pyunma non aveva mai parlato di sé. Era un tipo riservato e
silenzioso.
-Siamo arrivati. Al lasciaci pure qui- erano arrivati dal meccanico, il
quale li informò che il motore era da rifare. Completamente fuso. Non era di
certo una bella notizia, considerando che la jeep era l’unico mezzo adatto
per la perlustrazione e la protezione della riserva. Il meccanico,
comprensivo, indirizzò i due verso un altro meccanico, in modo da far
sostituire il motore. Ringraziarono e seguirono il carro attrezzi che
trascinava la gloriosa jeep, dal prossimo meccanico.
Lasciato da quest’ultimo, recuperarono l’attrezzatura lasciata a bordo e
tornarono alla riserva in compagnia di Al. Era stato gentile. Senza la jeep
i due non avevano modo di tornare alla riserva. Al era felice di poter
aiutare l’amico. Inoltre, avrebbe anche dato un’occhiata a questa riserva e
avrebbe raccolto elementi in più, per aiutare Lucas ad evitare la bancarotta
definitiva. Il caldo della savana restava comunque soffocante e il furgone
di Al, minacciava di raggiungere la vecchia jeep, da un momento all’altro.
-Siamo sicuri che questo trabiccolo reggerà?-
-Ora non né sono più così sicuro-
-Sei consolante sai-
Tra una battuta e un’altra, Pyunma osservava le aride distese della savana,
pronto a cogliere qualsiasi particolare strano. A metà strada tra la riserva
e la città, infatti, trovò le tracce delle ruote di un camion.
-Al. Al, fermati. Fermati subito-
-Va bene. Va bene sta calmo-
Il furgone si ferma e il cyborg salta giù, seguito dallo sguardo perplesso
dei due amici. Esamina le tracce e constata che sono molto recenti. Di non
più di un’ora fa o due. Trasportava qualcosa di pesante e procedeva in linea
retta.
-Voi restate qui. Vado a controllare una cosa- e partì in quarta, seguendo
le tracce dei pneumatici.
-Stai scherzando vero? Qui c’è da friggersi il cervello. Pyunma! Niente è
andato-
-Tranquillo. Sa quel che fa. Evidentemente c’è qualcosa che l’ha
insospettito e sta andando a verificare-
-Ma come diavolo fa a conoscere quei tizi? A detto che li combatte da tempo,
ma da quanto esattamente?-
-Da anni, Al. Da anni. Loro sono responsabili della morte di uno dei nostri
leoni-
E la discussione continuò. Lucas spiegò cos’era successo, quando c’era stata
la rivolta degli animali. L’intervento di Bruma e le sue conseguenze. Pyunma
e gli altri cyborg che avevano cercato di far smettere tutto, senza
ricorrere a mezzi estremi. Insomma tutto il casino derivatone. Non disse
nulla sulla natura cibernetica dell’amico. Non gli avrebbe creduto.
Intanto Pyunma aveva seguito le tracce ed era arrivato nei pressi di una
gigantesca roccia.
-Deve essere questa- pensava osservandola da una distanza di sicurezza
–hanno usato il solito schema standard, ma questa volta non sono stati molto
abili. Rocce di quelle dimensioni non si trovano da queste parti- Decise di
esaminare la zona. Senza Françoise non poteva sapere quanto era grande e
quanti uomini c’erano. Una volta alla riserva, avrebbe chiamato gli altri.
Nel frattempo avrebbe raccolto un po’ di informazioni. Contò 15 uomini di
guardia, di cui 7 concentrati all’unico ingresso disponibile.
-Accidenti. Un solo ingresso e nessuna via d’uscita. Con 006 non dovrebbero
comunque esserci problemi- prese una piccola macchina fotografica digitale e
scattò delle foto alla zona, per poi tornare dai suoi due amici, di corsa.
-Spero di non avervi fatto aspettare troppo. Ora di corsa alla riserva-
-Ok, ma si può sapere che hai trovato?-
-La base di quei maledetti. Devo chiamare il resto della squadra. Spero solo
che non si siano già mossi- Era tremendamente nervoso. Aveva quei tizi sotto
mano e non poteva sistemarli. C’era anche da dire che da solo non avrebbe
potuto nulla. Lungo il tragitto esaminò le foto della macchina fotografica.
Una volta arrivati, Janete si meravigliò un po’ vedendo arrivare quel
furgone sgangherato e non la jeep. Lucas presenta Al alla moglie, che felice
lo accolse in casa, offrendogli qualcosa di fresco.
Pyunma tira fuori dalla sacca uno strano apparecchio e lo accende,
mettendosi subito al lavoro. Digita sulla tastiera comandi e numeri in
ordine ben preciso. Sono comandi per mettersi in contatto con la base e/o il
Dolphin II. Usavano quel sistema ogni volta che erano in missione. Sempre.
Al osserva l’amico di colore trafficare con la tastiera di quello strano
aggeggio. E’ totalmente concentrato sul lavoro, per badare ad altro. Lo
stupisce più che altro la sicurezza con cui preme sui tasti, come se fosse
una cosa di tutti i giorni, una cosa normalissima. Come bere un bicchiere
d’acqua, diciamo così. Lo osserva con grande meraviglia e domande e dubbi
sul quell’amico, tanto misterioso già di suo, affollano la mente del
politico. Anche Lucas lo osserva, meravigliandosi ancora una volta,
dell’abilità del cyborg di colore, nell’uso di apparecchi così complessi.
Non poté evitare di paragonarlo ad un agente del FBI o a qualunque altro
specialista anti terrorismo.
-Accidenti. Non risponde nessuno- Dopo numerosi tentativi di contattare i
compagni, il cyborg aveva lasciato perdere, massaggiandosi le tempie.
Sperava che qualcuno fosse rientrato nel frattempo. Ma evidentemente non era
così. Invia, tramite e-mail, le foto raccolte, insieme a un resoconto
preciso della situazione e un’immediata richiesta di intervento. Il tutto
criptato in modo che, solo una volta arrivata nel computer centrale della
base, potesse essere letto senza rischi.
-Pyunma. Cosa succede?- Al era tremendamente nervoso. Quell’amico che
conosceva da tanto, ora gli sembrava un perfetto estraneo.
-Cose di tutti i giorni. Scusa Al, ma non posso parlartene- rispose con un
gran sospiro il ragazzo di colore, tornando ad esaminare le foto, in cerca
di idee su come muoversi. Gli mancavano ancora degli elementi per muoversi.
Un urlo terrorizzato, proveniente dall’esterno, fece scattare i 3 amici, che
si precipitarono all’esterno. Janete era prigioniera dei due uomini in nero,
visti al parcheggio della sala conferenze.
-Eheh! Allora aveva visto giusto. Quello schifoso negro, sul sedile
passeggero eri tu?- Quell’affermazione fece infuriare l’interessato –Sai. Tu
e i tuoi compagni siete una vera seccatura. Non ci rovinerete il piano
questa volta- punta la pistola alla testa della ragazza, che trema
terrorizzata.
-“Maledizione. Speravo di poter giocare sul fattore sorpresa” Lascia andare
Janete. Lei non centra-
-Perché togliersi la soddisfazione di vederti in ginocchio, eh!- e spara un
colpo che colpisce in pieno un gamba di Pyunma. Il giovane cade sulla gamba
dolorante e sanguinante e guarda l’aguzzino con odio. Questo, invece, sembra
soddisfatto e spara altri colpi, mirando al petto e al busto. Pyunma cade
all’indietro, ferito, sotto lo sguardo terrorizzato dei presenti.
-Pyunma- Al e Lucas fanno per avvicinarsi all’ amico agonizzante, ma vengono
fermati da quest’ultimo che si rialza un po’ a fatica, ma vivo.
-Ma che?!-
-La pelle corazzata è davvero utile. Non ho potuto evitare le ferite, ma
almeno non sono morto. E credimi quei colpi potevano uccidermi benissimo-
In preda alla rabbia, l’aguzzino comincia a sparare a raffica, verso il
cyborg di colore. Questo parte all’attacco. I colpi lo feriscono e lo fanno
sanguinare, ma lui non si ferma. Con un gran salto evita l’ultima raffica,
togliendosi i vestiti sbrindellati e rivelando la sua divisa rossa. Estrae
la pistola e appena tocca terra, spara un colpo alla testa dell’avversario,
passandolo da parte a parte, uccidendolo. L’uomo resta in piedi agonizzante,
con il sangue che gli esce dalla ferita. Pyunma ne approfitta per liberare
Janete ed allentarla, prima che l’uomo le crolli addosso, morto.
Al era rimasto bloccato, vedendo l’azione dell’amico; ed era rimasto
terrorizzato dalla velocità e freddezza con cui Pyunma aveva ucciso
quell’uomo.
Pyunma si avvicinava ai due amici reggendo la povera Janete ancora
terrorizzata, la quale, si butta subito tra le braccia del marito. Al non si
mosse. Non riusciva a capire quello che vedeva. Pyunma sanguinava ancora, ma
sembrava non accorgersene. Quando il cyborg lo guardò, sussultò
istintivamente.
-Non preoccuparti, Al. Non sei il primo che ha questa reazione vedendomi in
azione. E’ normale. Anche se continua a far male. Ci sono solo abituato.
Ormai ho perso il conto di quanto tempo è passato da quando ho cominciato
questa vita- pausa. Non sa come proseguire –Vedi Al. Il fatto è che io sono
un cyborg. Il mio corpo è meccanico. Ho ancora un cervello umano e del
sangue in corpo. Ma quest’ultimo è artificiale. Mi spiace non avertene mai
parlato, ma non sapevo come affrontare l’argomento-
Cala il silenzio. Nessuno sa più cosa dire, specialmente Al. Il suo amico
dell’università è un cyborg. Non sa cosa pensare. Ogni fibra del suo essere
gli dice di scappare, che è pericoloso. Ma il suo corpo non reagisce e la
sua mente è ancora confusa. Sapeva che quello che aveva davanti era la
stessa persona che, all’università, gli dava ripetizioni. E sapeva anche
che, quello che gli aveva appena detto, era la pura verità.
-Da quant’è che…?-chiese. Non riuscì ad evitare che la voce tremasse. Non
voleva far vedere che aveva paura. Pyunma avrebbe comunque capito che
l’amico era terrorizzato. Con sguardo grave rientra in casa, dove comincia a
fasciarsi. Per fortuna sono solo danni superficiali.
-Non vorrai andare laggiù da solo vero?- Lucas era rientrato sorreggendo la
moglie ancora stordita ed aiutandola a sedersi. Era preoccupato per l’amico.
Anche se era un cyborg, aveva imparato che aveva i suoi limiti…e sentimenti
veri, umani.
-Se non risponderanno, credo di sì-
-Se non sbaglio sei tu lo stratega del gruppo. Dovresti sapere che un’azione
del genere è un suicidio-
-Abbiamo fatto tutti qualche pazzia, in cui abbiamo rischiato la pelle. Io
non sono da meno. Anche se sono il più razionale nel gruppo-
-Se chiamano mentre non ci sei, che dico?-
-La verità. Tanto il piccoletto lo scoprirebbe comunque-
Tira fuori l’armamentario e comincia a regolare i vari detonatori, da
piazzare sul plesso centrale e nei vari locali. Ancora una volta Al e Lucas
non possono evitare di osservare l’amico di colore e la sua abilità nel
maneggiare quegli apparecchi tanto complessi.
A sera non era ancora arrivata nessuna risposta. Pyunma tentò ancora per
diverse volte, ma non ottenne risposta da nessuno dei suoi compagni. Ormai
prossimo alla mezzanotte, Pyunma si avvia alla base dello Spettro Nero.
#Fine Flashback#
Controllò di avere tutto l’occorrente, per poi controllare di nuovo la
posizione delle guardie. Erano ancora lì e sembravano non volersi muovere,
ma si vedeva chiaramente che avrebbero preferito essere da un’altra parte.
Non solo perché l’uomo che era scappato nel pomeriggio, doveva averli
avvertiti; ma anche perché la savana di notte era ancora più implacabile e
pericolosa. Se non sapevi muoverti, non sopravvivevi. Restava fermo dietro
la roccia ad aspettare il cambio di guardia. Non sapeva come funzionasse
l’ingresso e l’unico modo per entrare, senza far scattare l’allarme, era
aspettare quel momento. Voleva giocare sul fattore sorpresa. Essendo da solo
non poteva sferrare un attacco in grande. Era un suicidio.
Dopo 10 minuti ci fu il cambio di guardia. L’ingresso si aprì, illuminando
quella notte scura. Le guardie all’esterno si affrettarono ad entrare,
mentre i loro compagni, li sostituivano un po’ riluttanti. Sapere che erano
là fuori, pronti a fare irruzione, non li rendeva certo molto coraggiosi.
Senza aspettare altro, Pyunma uscì allo scoperto e li stordì con pochi
colpi, per poi salire sull’ascensore e scendere nella base. La discesa parve
molto lunga, mentre invece durò appena un paio di minuti. Scendeva
lentamente e i cardini cigolavano sinistramente, come arrugginiti. Intanto
il cyborg analizzava, ancora una volta, le sue possibilità e si diede dello
stupido. Doveva aspettare ancora un po’ prima di intraprendere quell’azione.
Ma ormai era fatto. Non si sarebbe tirato indietro.
L’ascensore giunse al piano. Le porte si aprirono. Le guardie all’interno si
meravigliarono di trovare lui e non i propri compagni. Ma non ebbero il
tempo di meravigliarsi più di tanto, che il cyborg di colore li stese.
Quelli più lontani dall’ingresso, dopo il primo momento di sorpresa,
cominciarono a rispondere al fuoco, costringendo Pyunma a nascondersi dietro
un macchinario. Si sporse appena, quanto bastava per osservare l’atrio senza
essere colpito. I Soldati Neri erano qualche decina ed aumentavano. Per
arrivare al plesso centrale c’era una sola strada, che da bravi scemi,
avevano pure evidenziato con un cartello. Non poteva farsi largo solo a
colpi di laser, così rovistò nella borsa e tirò fuori una granata accecante.
Si mise un paio di occhiali scuri e lanciò la granata, accecando tutti i
presenti per pochi istanti. Più che sufficienti per metterli fuori gioco con
il laser, in modalità mitra. Scattò verso il corridoio continuando a sparare
alle altre guardie, che si riversavano nell’atrio. Ancora pochi colpi e
anche loro erano fuori gioco.
-Per essere una base minore, è ben difesa- constatò dirigendosi continuando
lungo il corridoio principale. L’eco dei suoi passi risuonavano
paurosamente, in quel posto e ben presto furono coperti da passi più
numerosi e pesanti, che fecero sussultare il cyborg di colore. Da dietro
l’angolo spuntarono un centinaio di robot giganteschi. Erano identici a
quelli sfrontati all’inizio della loro battaglia, quando scapparono dalla
base, presso cui erano stati “costruiti”. I passi si avvicinavano
velocemente. Si guardò intorno e notò una porta semiaperta, evitando così,
la colossale truppa. Rimase contro lo stipite della porta, finche il rombo
dei loro passi non si fu allontanato a sufficienza e solo a quel punto
osservò la stanza, presso cui si era rifugiato. La stanza era un laboratorio
e un brivido gelido, percorse il suo corpo cibernetico, al ricordo
dell’intervento che l’aveva reso ciò che era ora. Bisturi, divaricatori e
altri attrezzi chirurgici era lì, sterilizzati e pronti ad essere usati.
Appesi ad una parete i progetti per dei nuovi cyborg. E non solo umani.
Lungo la parete opposta, si trovava una pesante porta di titanio, aperta, da
cui usciva una densa nuvoletta di ghiaccio. Una cella frigorifera. Con non
pochi sforzi l’aprì e subito le luci automatiche si accesero. All’interno,
lungo entrambi le pareti della cella, capsule ovali erano disposte in
verticale e tutte ricoperte da un densa brina. Si avvicinò ad una, perplesso
e incuriosito. Vide, attraverso lo strato di ghiaccio, quella che sembrava
una lastra di vetro. Con la mano scostò il ghiaccio e si paralizzò, vedendo
ciò che nascondeva. Dentro la capsula si trovava un ragazzo di 15-16 anni.
Sopracciglia e ciglia erano coperte di ghiaccio e le labbra erano bluastre.
Tremò ma non per il freddo, bensì per la rabbia. Tolse il ghiaccio anche
alle altre la rabbia crebbe. Contò in tutto tre ragazzi e due ragazze.
Alcune erano vuote. Trovò una stanza, attingente a quella e anche qui
c’erano delle capsule, questa volta disposte in orizzontale. Tolse anche da
qui il ghiaccio che li ricopriva. All’interno c’erano degli animali,
anch’essi congelati. Koala, Leoni e altri dichiarati protetti, in via
d’estinzione.
-Vedo che hai già trovato il nostro magazzino?!- una voce calda e sensuale,
destò la sua attenzione. Ma non si scompose. Non mostrò la sua meraviglia né
la sua rabbia. Normalmente una voce come quella, avrebbe ispirato fiducia,
tranquillità e anche l’aspetto della persona l’avrebbe fatto. Giovane,
elegante, ma non troppo; non troppo elegante e un orecchino all’orecchio
sinistro.
-Non vi bastano i volontari che vi mandano. Perché dovete rapire altra
gente?- Il suo tono era calmo, ma nascondeva un gran furore.
-Rapire? Ma no. Questi ragazzi mi hanno seguito volontariamente. Tutti
quanti. Certo quando hanno scoperto cos’era esattamente questo posto, si
sono spaventati e si sono fatti prendere dall’isteria. Ma poi si sono
calmati. E ora sono qui, sotto ghiaccio- Il tono malato fece accapponare la
pelle, soprattutto la calma con cui era stata pronunciata la frase.
-Insomma li hai ingannati-
-No. Ho solo aggirato il loro consenso. In fondo, cercavano un modo per far
soldi-
-Almeno hai idea a che cosa servivano?-
-Per le loro famiglie a quanto mi hanno detto. Mentre loro stanno lì, io li
mando a loro quanto volevano. Di solito non siamo così…buoni, ma non voglio
problemi con le autorità. In questo modo non andranno a cercarli. E poi,
quando saranno come te, non potranno dire di non aver fatto quello che
volevano-
-Io preferirei essere ancora umano e morire di fame, piuttosto che essere
condannato a questa vita- una voce ferma e tagliente si intromise nel
discorso, mentre il rumore di un caricatore metteva in allarme, il giovane
scienziato.
L’uomo si voltò stupefatto, trovandosi davanti i tre amici più amici del
mondo, con tanto di armamentario spianato.
-Ehi! Black Boy. Tutto bene? Non me l’aspettavo un azione decisione del
genere da parte tua. Poi sono io il kamikaze, eh?- Il solito tono sarcastico
del rosso, lo fece sorridere imbarazzato. Era vero. A volte l’aveva definito
un kamikaze, per via della sua natura impulsiva e irruenta, che metteva gli
amici e gli altri al di sopra di se stesso. Ma in fondo era quello che
facevano tutti. Prima gli altri, secondi i compagni, ultimi noi stessi.
-Beh! Abbiamo fatto tutti qualche pazzia, in vita nostra no?- rispose
riunendosi al gruppo e puntando anche lui l’arma verso il loro avversario.
-Non so cosa abbiate in mente, ma vi assicuro che non vi permetteremo di
proseguire- la mano armata del tedesco si parò pericolosamente all’altezza
della tempia del giovane scienziato.
-Dov’è il plesso centrale?- chiese Joe, il più bello del gruppo. Fisico
atletico, sguardo magnetico e rassicurante. Il principe azzurro in persona.
-Figurati se te lo dico- rispose lo scienziato, con un ghigno malato.
-Niente da fare. Le funzioni vitali sono nulle. La temperatura era troppo
bassa per un ibernazione sicura. Sono morti assiderati- La voce calda di
Françoise, giunse dalla stanza accanto. Era piena di tristezza e di rabbia.
I quattro cyborg guardarono quel giovane tanto malato, con ancora più
rabbia. Un movimento improvviso e l’uomo riusì a lasciare la cella
frigorifera. Tempo di riafferrarlo, prima che lasciasse a lasciare la stanza
e dalla gola dello scienziato saliva una densa schiuma, per poi crollare a
terra morto.
-Avvelenamento da cianuro. Almeno non dovrà sorbirsi le loro torture-
-E ora come lo troviamo quel maledetto plesso?-
-Dimenticate che ci sono io-
-Cosa faremmo senza questa bambola?-
-La vuoi smettere di chiamarmi così-
-Non credo che ce ne sarebbe comunque bisogno. I signori ci hanno tolto la
noia di cercarlo. Guardate. Hanno messo i cartelli-
-Che gentili. Ricordatemi di mandar loro un bel regalino a Natale-
E senza altre chiacchiere, si avviano lungo il labirinto di corridoi,
seguendo i cartelli. In pochi minuti arrivarono nel nucleo della base. Anche
il plesso era quello standard solo che, al centro c’era un flacone con una
goccia argentata che fluttuava a mezz’aria, dall’aria non molto
rassicurante.
-Ahi! Mi sa che non sarà così semplice distruggerlo-
-Perché genio? Avanti perché? A me sembra solo una bolla di non-so-cosa. Non
mi sembra pericolosa-
-Vedi quella roba argentata la in mezzo? E’ antimateria. Quella quantità è
sufficiente a distruggere tutta l’Africa e mezza Europa. Il suo potere
distruttivo è 1000 volte superiore ad una bomba H-
La spiegazione di Pyunma fece rabbrividire letteralmente i presenti. Alla
luce dei fatti, era evidente che non potevano distruggere la base senza
provocare dei morti. Sapevano tutti cos’è l’antimateria e si auguravano che
nessuno la creasse. Ma a quanto pare, loro l’avevano fatto e la stavano
usando come alimentatore della base, oltre che come sistema di sicurezza.
-C’è un modo per disinnescarla?-
-Si che c’è. Io e il professore abbiamo già avvertito le autorità, mandando
loro tutte le informazioni sulla missione. Arriveranno a momenti. 003.
Analizza la batteria di quel contenitore e controlla i perni centrali,
presso cui è collegata. Basterà rimuoverla e una batteria supplementare ci
permetterà di trasportarla all’esterno- La voce squillante ed autoritaria
del più piccolo del gruppo, giunse chiara ed improvvisa, togliendo
dall’inghippo i cinque cyborg. Seguendo le istruzioni, riuscirono a
disinserirla e a trasportarla verso l’esterno. Pyunma piazzò le cariche
esplosive e le attivò, correndo poi all’esterno, insieme ai compagni.
Schizzarono a tutta velocità, lungo il lungo corridoio, mentre i timer
avanzavano inesorabili. Riuscirono a prendere l’ascensore, appena un attimo
prima che cominciassero le esplosioni. L’ascensore salì, con la solita
velocità. Jet pregava che arrivassero in tempo fuori. Nessuno soffriva di
claustrofobia, ma quella situazione era degna di una crisi. Giunsero fuori
appena in tempo per evitare di essere travolti dalle fiamme, ma non l’onda
d’urto dell’esplosione. Per miracolo l’antimateria non toccò il cilindro
entro cui si trovava e quindi realizzare una reazione a catena.
Due ore dopo giunsero le autorità locali, in compagnia di Al e Lucas.
Quest’ultimi erano preoccupatissimi per il loro amico di colore. Pyunma
presentò Al ai compagni, mentre una squadra speciale si mobilitò per portare
l’antimateria, in un centro di ricerca specialistico, dove studiavano, per
l’appunto, l’antimateria.
Senza altre spiegazioni, i cinque cyborg salutarono e lasciarono l’Africa a
bordo del Dolphin II. Pyunma osservò la sua terra natia scomparire dietro le
nuvole. Non poté di sorridere sarcastico. Ogni volta che cercava di tornare
a casa, succedeva sempre qualcosa che lo costringeva a tornare su un campo
di battaglia. Però sapeva di poter contare sui suoi compagni. Quel giorno ne
ebbe un ulteriore prova, che rafforzò ancora di più il già enorme affetto,
che aveva nei loro confronti.
………………………………………………………………
La luce del giorno fece prepotentemente capolino all’interno della stanza.
Pyunma si nascose la faccia nel cuscino cercando di riprendere sonno. Erano
rientrati alle 2 di notte, esausti. Aveva salutato i compagni rimasti alla
base, ansiosi di sapere cosa era successo. Si era infilato nell’ormai
familiare letto, verso le 4, prendendo subito sonno. Ora quel sole
fastidioso l’aveva svegliato e cercava in tutti i modi di riaddormentarsi,
ma con pessimi risultati. Si tirò a sedere sul letto. Guardò l’orologio che
teneva chiuso nel cassetto. Le 13.45. pensò che nonostante tutto aveva
dormito a sufficienza. Non aveva mai dormito fino a quell’ora. Ma la notte
appena passata era stata molto movimentata e lui era esausto. Le sue
centraline energetiche non erano certo al massimo. Ma poteva muoversi senza
problemi per un paio di giorni. Notò che le sue ferite erano state sistemate
mentre dormiva. Notò anche che la casa era avvolta nel più totale silenzio.
Eppure giurava di aver sentito rumore di stoviglie, quando la luce l’aveva
svegliato. Si alzò e si avviò al piano di sotto. Il salotto, l’atrio, la
sala riunioni erano completamente vuoti e silenziosi. Un po’ perplesso e
deluso si avvia in cucina.
[PAF….PAF….]
-AUGURI- ad accoglierlo, appena varca la porta della cucina, una pioggia di
coriandoli e stelle filanti. Erano lì tutti quanti, intorno al tavolo dove
troneggiava un ricco banchetto e una torta al con fragole dall’aria
invitante.
La sorpresa fu tale che non disse nulla per un paio di secondi, ma poi
sorrise contento.
-Woo! Non me l’aspettavo una festa del genere-
-Credevi veramente che ci dimenticassimo del tuo compleanno, scemo?-
-Qui siamo una famiglia e ognuno va festeggiato come si deve, quando cade la
sua festa-
-E poi, scusa. Se ce lo dimenticavamo, voleva dire che eravamo degli
insensibili-
-Oltre che dei traditori-
-E’ stata la nostra principessa, con il piccoletto a organizzare tutto-
-Ci serviva una scusa per farti allontanare per un paio di giorni e la
chiamata del tuo amico è caduta a fagiolo. Così abbiamo finto di essercene
andati da tutt’altra parte, per preparare tutto-
-Complimenti. La sorpresa è stata davvero grande-
-Ho preparato tutto io. Ho superato decisamente me stesso oggi-
-Ehm! Io ho assaggiato durante la preparazione, per essere sicuro che non
combinasse qualche pasticcio-
-Ah! Ecco chi era il topo infingardo. Aspetta che ti prenda-
-Pietà, mastro cuoco. Perdona un umile golosone-
-AHAHAHAH-
E la festa cominciò, con tutta l’allegria della squadra a farle da contorno.
Niente regali ne musica. Niente balli ne giochi. La semplice presenza era
sufficiente a rendere magico ogni compleanno. E poi c’erano già due coristi
ubriachi, a fare da colonna sonora e rendere ancora più allegra quella
giornata.
Pyunma si diede due schiaffi mentalmente per aver dubitato, anche solo per
un secondo, che si erano dimenticati del suo compleanno. Ma che importava.
Ora era con le persona che amava di più e non le avrebbe abbandonate.
Qualunque cosa fosse successa.
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20 AGOSTO!!!!!!!!!
Auguri Pyunma, anche da parte mia. Sei il principe nero dei Mitici. Ti
adoro.
Auguri anche a mio fratello Giacomo, che compie anche lui gli anni oggi.
AUGURI PYUNMA, AUGURI GIACOMO. 10.000 DI QUESTI GIORNI.
© 15/06/ 2006